La “politica” come luogo teologico?

Savino Pezzotta recensisce il nuovo libro di Rocco Gumina dedicato al rapporto tra vangelo e politica nel nostro tempo disorientato
23 Luglio 2026

Il nuovo libro di Rocco Gumina (Vangelo e politica. Spunti per interpretare la contemporaneità, Plumelia 2026) mi sembra un tentativo generoso di restituire al cristianesimo la sua natura pubblica, non clericale, non intimistica. È un testo che non chiede ai credenti di “fare politica”, ma di abitare la polis con la postura del Vangelo: occhi aperti, mani sporche, niente nostalgie.

La tesi del volume è chiara: la crisi dei cattolici in politica non coincide con un problema organizzativo, ma spirituale. È una crisi di sguardo. L’autore lo sostiene senza giri di parole quando afferma «l’agire volto a favorire la giustizia e la promozione umana è una delle dimensioni costitutive della predicazione evangelica» (p. 13). Qui si registra la prima frattura con il cattolicesimo politico degli ultimi trent’anni: la politica non è un “campo laico” dove il cristiano entra con prudenza, ma un luogo teologico. Non perché la Chiesa debba comandare bensì perché il Vangelo obbliga a prendere posizione.

Il libro insiste su un punto decisivo che condivido fermamente anche sulla base delle mie esperienze sindacali e politiche: non servono nuovi partiti cattolici né nostalgie democristiane. Urge, invece, una cultura politica cristiana capace di leggere il mondo senza paura, senza vittimismo, senza la tentazione di rifugiarsi nella sacrestia.

Nel rifarsi al teologo Metz, l’autore sostiene che non si può fare politica cristiana senza assumere lo sguardo degli scartati. Non si tratta di retorica ma di criterio epistemologico secondo il quale la sofferenza diventa luogo di verità. La politica, se vuole essere cristiana, deve partire da lì. E su questo tema la proposta di Gumina è netta: la Chiesa non è un’agenzia morale ma una comunità che porta una speranza escatologica dentro la storia. Non propone soluzioni tecniche, ma orientamenti radicali: giustizia, solidarietà, limite, cura.

Nella parte centrale del libro si avanza l’idea di come sia possibile tradurre la visione cristiana in criteri politici concreti. L’autore non propone un programma bensì una grammatica fondata su tre capisaldi:

  • «il pericolo di una democrazia senz’anima». La diagnosi è corretta poiché la democrazia non muore per mancanza di istituzioni ma per assenza di senso;
  • «la partecipazione come stile cristiano». Non delega, non leaderismo, non populismo. La politica come servizio, non come potere.
  • «l’economia civile». Qui Gumina intercetta bene il magistero di Bergoglio e l’esperienza di Economy of Francesco. Il mercato non è demonizzato ma ricollocato dentro la reciprocità.

Il capitolo finale sembra lo svelamento della proposta di tutto il volume. Infatti, non a caso, l’autore si rifà allo scritto patristico A Diogneto dove si afferma «come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani». Gumina usa l’espressione come chiave per dire una cosa semplice e radicale: il cristiano non si distingue per identità, ma per stile. Non crea ghetti, non si separa, non si difende. Vive nella città come lievito, non in quanto tribù. Così il cristianesimo che propone il testo non tende all’egemonia, non è nostalgico, non è difensivo. È un cristianesimo che non ha paura della pluralità perché sa che la sua forza non è il potere bensì la qualità della vita.

Qualcuno potrebbe rilevare come limite del libro il non entrare a gamba tesa all’interno del conflitto politico concreto. Difatti Gumina non nomina poteri e non analizza le strutture che producono ingiustizia. Ciò perché è un testo che resta sul piano della cultura politica e non della lotta politica. Personalmente ritengo che questa sia la vera forza del volume: non sostituirsi alla politica ma tendere a rigenerarne le motivazioni. Pertanto è un libro che parla ai cristiani disorientati, non ai tecnici della politica. Credo che quella di Gumina sia una pubblicazione utile per i nostri tempi in quanto è tesa a restituire ai credenti, e non solo a loro, una postura: non comandare, non difendersi, non lamentarsi. Bensì abitare, servire, guardare, discernere. E, soprattutto, non confondere il Vangelo con l’identità. Il Vangelo è un modo di stare nel mondo, non un marchio.

Il cristianesimo che emerge dal testo sembra inappagato e, pertanto, resta permanentemente alla ricerca di un’autenticità che mai si raggiungerà perché è un modello di vita. Cercare l’autenticità non significa un ritorno alle origini, né una purezza da difendere. È un disarmo. È la rinuncia a usare il cristianesimo come identità, come bandiera, come recinto. È la scelta di tornare al gesto, non alla dottrina; al volto, non al simbolo; alla carne, non alla forma. Questo è uno stile che il libro suggerisce quando, rifacendosi a Papa Francesco, l’autore ribadisce che ciò che insegna il Vangelo ha conseguenze sul nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. Ciò non concerne solo la morale, ma l’intera vita. E questo è un cambio di paradigma. Allora, l’autenticità cristiana significa assumere questo sguardo come criterio politico. Non è sentimentalismo ma un modo di conoscere la realtà secondo il quale la sofferenza è come un luogo epistemico. Gli scartati come punto di vista. La vulnerabilità come grammatica. È un cristianesimo che non si difende: si espone.

In merito a questi temi Gumina fa un intervento chirurgico: la nostalgia della cristianità sacrale è un ostacolo, non una risorsa. L’autenticità non è un ritorno alla Democrazia Cristiana, né un nuovo partito cattolico, né un’identità da rivendicare. È, all’opposto, un cristianesimo che accetta la pluralità, la complessità, la fine dell’egemonia. E che non si sente tradito da questo. Dunque, non un partito. Non una lobby. Non una tribù. Piuttosto un modo di vivere.

L’anima non comanda il corpo, lo anima. Non si impone, circola. Non occupa, trasforma. Questo è il cristianesimo autentico: una presenza che non ha bisogno di essere riconosciuta per essere efficace. Simile cristianesimo non è accomodante, non è “buonista”, non è neutrale. È, al contrario, conflittuale nel senso più radicale: prende posizione dove l’umano è minacciato, sfruttato, degradato. E questo vuol dire: stare dalla parte dei poveri senza vergognarsi della parola “povertà”; difendere la democrazia quando è svuotata di senso; rifiutare la delega e praticare la partecipazione; guardare l’economia con occhi che vedono le ferite, non solo gli indici; non confondere la fede con l’identità culturale.

In questi anni, e innanzi agli stravolgimenti del mondo e dell’ambiente terra, mi sono convinto che il cristianesimo non sia un’idea ma un modo di essere. È un modo di camminare, di toccare, di parlare. È un cristianesimo che si sente sulla pelle non sulle carte. L’autenticità cristiana oggi non è un ritorno al passato, ma un ritorno al corpo. Al corpo ferito del mondo, al corpo vulnerabile del Vangelo, al corpo sociale che chiede giustizia. Sono i corpi straziati che gridano pace contro le guerre, i genocidi, l’uccisione non solo degli innocenti, ma di ogni uomo, donna, bambino e anziano.

5 risposte a “La “politica” come luogo teologico?”

  1. Pietro Buttiglione ha detto:

    Segnalo anche una lettera di Savino de Bergum alla Stampa( che la pubblicherà??)
    È una forte critica a un intervento di Vito Mancuso sulla inevitabilità della guerra ( quindi contro LEO 14).

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    . Democrazia se Cristiana non è destra/sinistra, non solo rispetto delle Leggi vigenti, ma ha a cuore incarnare valori che sono bene universale per ogni uomo. E’ cristiano ricercare verità e opporsi a ingiustizia, prendersi cura degli indifesi, il benessere ha da essere condiviso come a ogni persona umana essere riconosciuto diritto al rispetto della sua propria dignità’. Non è credibile nessuna intenzione alla Pace quando prevale l’uso coercitivo delle armi, non è più credibile a difesa quando guerre non hanno fine, e vite umane sono sacrificate, ma tanto olocausto può trovare giustificazione?’. Un uomo, Cristo è morto per tutti, era Figlio di Dio, perché tutti gli uomini avessero la vita è questa per sempre! si sentissero tanto fratelli da volersi bene, desiderare la vita è goderla in abbondanza,Oggi nel mondo incendi, i terremoti, i fatti delittuosi sembrano non turbare il quotidiano andare, una normalità Tutto si compra e paga con denaro, ma esiste coscienza?

  3. Alberto Ghiro ha detto:

    Partirei proprio dal concetto di cultura con cui dovrebbe essere identificato il cristianesimo per poi ridefinire la politica come strenua difesa di una cultura contro che punta su disgregazione e di scultura per trarne vantaggio, vedi poteri politici ed economici. Se non è così la fede applicata alla politica è solo un tentativo di sacralizzarla con la pretesa di un’ispirazione dall’alto senza nessun altro fine reale. Secondo me per riprendere il vangelo in una politica dell’occidente si dovrebbe riprendere quello che il cristianesimo è stato cioè un cambiamento culturale in una società teocratica da applicare ad una società laica.

  4. Pietro Buttiglione ha detto:

    Segnalo x affinità:
    https://www.facebook.com/share/p/18zbVznix9/
    Purtroppo non riesco a fare il reciproco nel post FB della Corallo…🤣

  5. Pietro Buttiglione ha detto:

    Se buttiamo via tutto ma salviamo:
    ‘È, al contrario, conflittuale nel senso più radicale: prende posizione dove l’umano è minacciato, sfruttato, degradato”
    UMANITÀ First
    Ecco che la conclusione;
    “Sono i corpi straziati che gridano pace contro le guerre, i genocidi, l’uccisione non solo degli innocenti, ma di ogni uomo, donna, bambino e anziano.”
    Diventa IL SENSO.
    Il senso che noi siamo diversi
    Siamo CRISTIANI
    Senza NESSUN Distintivo
    ALMENO, forse, con UNA SOLA voce
    Zuppi docet

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