In quanto cristiano e in quanto giornalista vengo continuamente in contatto con diverse forme di indifferenza nei confronti di quella provocazione profonda che Cristo porta a ogni donna e a ogni uomo, di ogni tempo. Mi interrogo sul perché, e le risposte che mi vengono in mente riguardano l’approccio sbagliato che i cristiani spesso hanno avuto (e hanno) nel presentare e nel vivere la fede nel Cristo Risorto: una religione troppo spesso sinonimo di moralismo; o troppo devozionale, quindi alienante e poco propensa a toccare le ferite delle persone, per curarle, e a toccare le corde profonde del cuore; ultimo, ma non meno importante, un approccio eccessivamente prudente, “moderato”, dunque pavido nel dibattito pubblico, quindi anche nella critica al potere e alle sue ingiustizie.
Al contrario, come scriveva Girardi (protagonista della Teologia della Liberazione), «nella personalità del credente, l’incontro con Cristo, quando è autentico, è una sorgente inesauribile di creatività, che si dispiega a tutti i livelli della esistenza e spezza tutti gli steccati»[1]. Parlare di ciò non è “integrismo” ma essere coscienti del fatto che se la persona è immagine di Dio, ciò non può sconvolgere la sua vita, in tutti i suoi aspetti. Per questo, se si è cristiani, lo si è sempre. Insomma, essere “religiosi”, “credenti” non riguarda solo il rapporto con Dio ma l’intero universo relazionale.
Cristo è l’incarnazione di questa pienezza di vita, di questo modo di vivere totalmente il proprio essere uomo, proprio perché figli di Dio. Con Cristo, infatti – scriveva Garaudy[2] – «il Dio delle trascendenze» è divenuto il «frantumatore degli idoli e delle catene», il «cancellatore delle frontiere, distruggendo i tabù e ponendosi al di là della giustizia, del bene e del male, in nome di un amore che trascende tutti i limiti storici e fa di lui (…) il vero uomo».
Compiamo quindi – rifletteva invece Dossetti[3] – «un grande tradimento dell’amore, della verità e della libertà assicurateci da questa vita nello Spirito Santo, quando noi cristiani con i nostri comportamenti possiamo indurre gli altri a sospettare che il cristianesimo possa essere staticità o coazione»: invece, «esso è per definizione dinamismo e libertà». Libertà che è anche, sempre, liberazione: «L’evento è veramente tale perché non sceglie i sapienti, i forti, le cose che già sono, ma proprio gli stolti per farli sapienti, i deboli per farli forti, i peccatori per farli giusti, il nulla perché sia (…)». Il Regno di Dio può dunque iniziare qui e ora, a ogni istante, con me, con te. E non può che essere il regno dei vinti, degli umili, dei disperati, dei fragili, degli inquieti. La pace è per chi non ce l’ha. Sarà – anzi è – laddove non c’è.
Altro che religione come fuga dalla realtà, odio per il mondo, alienazione: la fede nella Parola di Dio non genera – scriveva ancora Garaudy[4] – «la rassegnazione ma l’impazienza, il conflitto con il mondo. Essa è fuga da ciò che è dato storico. Il momento profetico della vita è la decisione con cui prendiamo le nostre distanze dalle idolatrie, dalle alienazioni presenti». Un rapporto dialettico con la realtà che siamo chiamati a vivere. Un rapporto di contraddizione, pur sempre nell’amore vero che il Risorto sempre ci mostra. Non è facile tenere sempre viva questa santa inquietudine: le nostre debolezze, le nostre fatiche e miserie spesso sono distrazioni dal vivere in modo autentico, da risorti. Ma è sempre possibile provarci. Provare a tenere questo “equilibrio instabile” tra amore per la persona e conflitto contro il male, tra perdono e denuncia. Provare, quindi, a essere “impazienti” verso le sabbie mobili nelle quali i poteri di questo mondo tentano sempre di affondare la Verità e la Bellezza. Per costruire piccoli frammenti di Regno nelle paludi dell’indifferenza.
______________________________________________________________
[1] G. Girardi, Cristianesimo, liberazione umana, lotta di classe, Cittadella ed., Assisi, 1973.
[2] R. Garaudy, L’alternativa. Cambiare il mondo e la vita, Cittadella ed., Assisi, 1973.
[3] G. Dossetti, Per la vita della città, Ed. Zikkaron, 2017.
[4] R. Garaudy, L’alternativa, op. cit.
L’impazienza come “equilibrio instabile” è il senso della ricerca quotidiana a cui siamo sfidati dall’incontro personale con Gesù morto e risorto, nel Padre con la forza dello Spirito.
Si sposa benissimo con la creatività (altro dono dello Spirito) e non è in contraddizione con la virtù della pazienza che non è passività ma è “attesa attiva” nella fiducia in Dio.
Forse, per evitare fraintendimenti, si potrebbe definire questa impazienza come “inquietudine”, magari aggiungendo “creativa”?
Grazie dell’articolo!
Ottimo msg. Ispirato.
Viviamo momenti di fine del Cristianesimo che ha generato post_teismi, trans_teismi, Panenteismi e imo anche panpsichismi.
Ma se Dio non lo avete conosciuto né potete, disse Lui.. xchè non mettere a fuoco l’Uomo? Come fai tu.. forse troveremo Dio e magari capiremo che proprio questa è la via che ci ha spianato Gesù, nostro Signore benedetto.
Sì, ma l’impazienza non porta in Paradiso.
Il seguace di Cristo deve superare il momento presente e guardare lontano. La giustizia umana sarà sempre imperfetta, sempre di parte, ma quella vera arriverà. Arriverà per chi crede e per chi non crede.
Cristo, pur predicando l’amore al prossimo come se stessi, mai organizzò rivolte o manifestazioni per combattere ad esempio la schiavitù. Infatti gli fu preferito Barabba.