Cristianesimo “impaziente”: non oppio dei popoli ma profezia e creatività!

Una riflessione contro ogni manipolazione del messaggio evangelico: altro che religione come fuga dalla realtà…
10 Febbraio 2026
  • TitusStaunton da Pixabay

In quanto cristiano e in quanto giornalista vengo continuamente in contatto con diverse forme di indifferenza nei confronti di quella provocazione profonda che Cristo porta a ogni donna e a ogni uomo, di ogni tempo. Mi interrogo sul perché, e le risposte che mi vengono in mente riguardano l’approccio sbagliato che i cristiani spesso hanno avuto (e hanno) nel presentare e nel vivere la fede nel Cristo Risorto: una religione troppo spesso sinonimo di moralismo; o troppo devozionale, quindi alienante e poco propensa a toccare le ferite delle persone, per curarle, e a toccare le corde profonde del cuore; ultimo, ma non meno importante, un approccio eccessivamente prudente, “moderato”, dunque pavido nel dibattito pubblico, quindi anche nella critica al potere e alle sue ingiustizie.

Al contrario, come scriveva Girardi (protagonista della Teologia della Liberazione), «nella personalità del credente, l’incontro con Cristo, quando è autentico, è una sorgente inesauribile di creatività, che si dispiega a tutti i livelli della esistenza e spezza tutti gli steccati»[1]. Parlare di ciò non è “integrismo” ma essere coscienti del fatto che se la persona è immagine di Dio, ciò non può sconvolgere la sua vita, in tutti i suoi aspetti. Per questo, se si è cristiani, lo si è sempre. Insomma, essere “religiosi”, “credenti” non riguarda solo il rapporto con Dio ma l’intero universo relazionale.

Cristo è l’incarnazione di questa pienezza di vita, di questo modo di vivere totalmente il proprio essere uomo, proprio perché figli di Dio. Con Cristo, infatti – scriveva Garaudy[2] – «il Dio delle trascendenze» è divenuto il «frantumatore degli idoli e delle catene», il «cancellatore delle frontiere, distruggendo i tabù e ponendosi al di là della giustizia, del bene e del male, in nome di un amore che trascende tutti i limiti storici e fa di lui (…) il vero uomo».

Compiamo quindi – rifletteva invece Dossetti[3] – «un grande tradimento dell’amore, della verità e della libertà assicurateci da questa vita nello Spirito Santo, quando noi cristiani con i nostri comportamenti possiamo indurre gli altri a sospettare che il cristianesimo possa essere staticità o coazione»: invece, «esso è per definizione dinamismo e libertà». Libertà che è anche, sempre, liberazione: «L’evento è veramente tale perché non sceglie i sapienti, i forti, le cose che già sono, ma proprio gli stolti per farli sapienti, i deboli per farli forti, i peccatori per farli giusti, il nulla perché sia (…)». Il Regno di Dio può dunque iniziare qui e ora, a ogni istante, con me, con te. E non può che essere il regno dei vinti, degli umili, dei disperati, dei fragili, degli inquieti. La pace è per chi non ce l’ha. Sarà – anzi è – laddove non c’è.

Altro che religione come fuga dalla realtà, odio per il mondo, alienazione: la fede nella Parola di Dio non genera – scriveva ancora Garaudy[4] – «la rassegnazione ma l’impazienza, il conflitto con il mondo. Essa è fuga da ciò che è dato storico. Il momento profetico della vita è la decisione con cui prendiamo le nostre distanze dalle idolatrie, dalle alienazioni presenti». Un rapporto dialettico con la realtà che siamo chiamati a vivere. Un rapporto di contraddizione, pur sempre nell’amore vero che il Risorto sempre ci mostra. Non è facile tenere sempre viva questa santa inquietudine: le nostre debolezze, le nostre fatiche e miserie spesso sono distrazioni dal vivere in modo autentico, da risorti. Ma è sempre possibile provarci. Provare a tenere questo “equilibrio instabile” tra amore per la persona e conflitto contro il male, tra perdono e denuncia. Provare, quindi, a essere “impazienti” verso le sabbie mobili nelle quali i poteri di questo mondo tentano sempre di affondare la Verità e la Bellezza. Per costruire piccoli frammenti di Regno nelle paludi dell’indifferenza.

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[1] G. Girardi, Cristianesimo, liberazione umana, lotta di classe, Cittadella ed., Assisi, 1973.
[2] R. Garaudy, L’alternativa. Cambiare il mondo e la vita, Cittadella ed., Assisi, 1973.
[3] G. Dossetti, Per la vita della città, Ed. Zikkaron, 2017.
[4] R. Garaudy, L’alternativa, op. cit.

3 risposte a “Cristianesimo “impaziente”: non oppio dei popoli ma profezia e creatività!”

  1. Patrizio Fergnani ha detto:

    L’impazienza come “equilibrio instabile” è il senso della ricerca quotidiana a cui siamo sfidati dall’incontro personale con Gesù morto e risorto, nel Padre con la forza dello Spirito.
    Si sposa benissimo con la creatività (altro dono dello Spirito) e non è in contraddizione con la virtù della pazienza che non è passività ma è “attesa attiva” nella fiducia in Dio.
    Forse, per evitare fraintendimenti, si potrebbe definire questa impazienza come “inquietudine”, magari aggiungendo “creativa”?
    Grazie dell’articolo!

  2. Pietro Buttiglione ha detto:

    Ottimo msg. Ispirato.
    Viviamo momenti di fine del Cristianesimo che ha generato post_teismi, trans_teismi, Panenteismi e imo anche panpsichismi.
    Ma se Dio non lo avete conosciuto né potete, disse Lui.. xchè non mettere a fuoco l’Uomo? Come fai tu.. forse troveremo Dio e magari capiremo che proprio questa è la via che ci ha spianato Gesù, nostro Signore benedetto.

  3. Maria Crasso ha detto:

    Sì, ma l’impazienza non porta in Paradiso.
    Il seguace di Cristo deve superare il momento presente e guardare lontano. La giustizia umana sarà sempre imperfetta, sempre di parte, ma quella vera arriverà. Arriverà per chi crede e per chi non crede.
    Cristo, pur predicando l’amore al prossimo come se stessi, mai organizzò rivolte o manifestazioni per combattere ad esempio la schiavitù. Infatti gli fu preferito Barabba.

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