Uscire dal Cenacolo: un secondo tempo

Il paradigma di Emmaus e la postura antropologica della proposta cristiana.
29 Maggio 2026

Il dibattito aperto sull’uscita dal cenacolo ha messo a fuoco con chiarezza la crisi di presenza pubblica della fede cristiana e ha proposto risposte sul piano del linguaggio, dei contenuti, della postura relazionale e della credibilità intellettuale. Vale la pena scendere un livello più in profondità, verso un nodo che la discussione finora ha solo sfiorato.

C’è un filo sottile che unisce i diversi articoli, e si trova a livello antropologico: non come la chiesa si rapporta al mondo, ma come la chiesa concepisce la persona prima ancora di rapportarsi a lei. Da quale immagine di uomo e di donna prende avvio la proposta cristiana? Se parte da un’immagine di inadeguatezza strutturale, qualsiasi riforma della postura o della struttura rimane in superficie.

Figura, messaggio e sequenza

Il paradigma di Emmaus che ho proposto nel contributo precedente, e che ha suscitato un fecondo confronto nei commenti, non intende ridurre il Risorto a un generico compagno di strada, né il Vangelo a una buona disposizione relazionale. Il Risorto è un soggetto preciso e insostituibile, figura e messaggio sono inseparabili. Ma ogni storia di conversione ha la sua sequenza irripetibile: talvolta viene prima l’incontro con la figura, altre volte con il messaggio, con una comunità o con un dolore. Pretendere di stabilire a priori l’ordine corretto è già una logica preconfezionata. Il Risorto di Emmaus non convince, non insiste, non argomenta per avere ragione: spiega, chiarisce, apre le Scritture e lo fa solo dopo aver ascoltato, solo quando si è creato uno spazio di fiducia reciproca. La credibilità del contenuto non è il punto di partenza, ma un possibile punto di arrivo.

Il nodo antropologico

In Elementi di cultura digitale cristiana (Phronesis, 2024), citavo Timothy Radcliffe: «Le persone sono in ricerca e non sono affatto sicure di quello che troveranno alla fine del viaggio. La chiesa dovrebbe essere con loro, non dicendo loro dove dovrebbero essere. Dovunque esse siano, in qualsiasi caos, quello è il punto di partenza del viaggio verso Dio». Non è questione di condividere o non condividere una visione. La questione è da dove si comincia.

Quando la proposta cristiana parte dalla convinzione che le persone debbano prima smettere di essere quello che sono per poter cominciare un cammino, il risultato è che la loro dignità viene umiliata e le loro aspirazioni e sofferenze banalizzate in un’accusa: si soffre perché non si è come si dovrebbe essere. Come ci si ribella a un padre oppressivo, così ci si ribella a una proposta il cui risultato è schiacciare anziché liberare.

È spesso questa postura, questo punto di partenza che allontana, perché mette la persona (gay, divorziata, risposata, convivente o altro ancora) in una condizione permanente di inadeguatezza: non potrà mai terminare il cammino perché non è nella condizione di cominciarlo da dove si trova e avrà sempre bisogno di qualcuno pronto a correggerla.

Emmaus come inversione

Emmaus funziona come paradigma non perché sia un metodo più efficace di altri, ma perché inverte esattamente questa postura. Il Risorto non chiede ai due discepoli di essere diversi da quello che sono per poter camminare con loro. Li incontra nella loro tristezza, nella loro delusione, nel loro senso di sconfitta. E da lì, solo da lì, comincia il cammino.

La proposta cristiana non porta le persone fuori dalla loro storia: le incontra dentro di essa, riconosce in essa un punto di partenza valido e da lì apre un orizzonte. Non perché la storia di ciascuno sia già il Vangelo, ma perché lo Spirito la precede sempre e il compito della comunità cristiana è imparare a riconoscerlo, non a portarlo.

Con quali occhi

Uscire, dunque, è necessario. Ma uscire con quali occhi? Prima ancora di chiedersi cosa raccontare a chi si incontra per strada, occorre chiedersi chi sono queste persone, che storia portano, quali domande le abitano. Non per costruire un profilo sociologico del destinatario ideale, ma perché senza questo sguardo qualsiasi proposta, anche la più generosa, rischia di essere una risposta a domande che nessuno ha fatto. Lo Spirito precede la chiesa nelle storie delle persone e il compito della comunità cristiana non è portare il Vangelo a chi non ce l’ha, ma imparare a riconoscerlo dove già opera, spesso in forme che non assomigliano a quelle che si aspettava.

2 risposte a “Uscire dal Cenacolo: un secondo tempo”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Premesso che nella Parabola Cristo si fa “”presente” perché coglie che il loro discorrere riguardava Lui, pur avendo visto, udito, non avevano compreso ciò che era importante conoscere, paura la scelta di allontanarsi? Sua premura il farsi loro vicino a dare le spiegazioni che non avevano compreso prima di essere ucciso. Noi oggi vediamo la Chiesa ma come?
    Si considera che esiste perché è lo Spirito Santo
    che la fa viva, malgrado le difficoltà, nel suo
    operare: la Fede trasmessa, genitori, maestri, esempio di vita vissuta da altri che danno testimonianza in opere della verità di Lui.? I Templi, le chiese, non sono musei ma testimonianza contatto con quel Cristo che è stato ucciso perché non corrispondeva alle attese di tutti quelli altri uomini che anche oggi manifestano altre idee circa l’uso della libertà, dove è bene comune, fratellanza fra popoli, dialogo per trovare convergenza alla Pace?

  2. Paola Meneghello ha detto:

    Perfetto, Cristo ci trova e ci accoglie così come siamo, così fa la Chiesa.
    Però, bisogna andare fino in fondo alle cose: perché, Cristo ci accoglie così come siamo?
    La Salvezza, è il risultato di un modo di essere, o è Grazia donata incessantemente per lo stesso fatto di Essere?
    Qual è la buona novella?
    Cristo mi salva perché è il mio Essere e l’Essere di tutte le cose, o mi salva per il mio modo di essere?
    Certo, si potrebbe dire che servono entrambe le cose. Mi salvo se riconosco il Cristo, e agisco di conseguenza. Ma dove Lo riconosco? Nella Chiesa che mi accoglie sempre e comunque, o anche nella Vita stessa, nello spezzare il pane, vedendo in quel gesto, il suo significato essenziale, e cioè che Cristo è Presenza quotidiana, nella mia Vita, che mi riguarda sempre e incondizionatamente?
    Qui, la questione, ancora una volta, secondo me, è teologica.

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