Stefano Fenaroli, Gilberto Borghi, Gabriele Cossovich e Sergio Di Benedetto hanno aperto una discussione necessaria e onesta. La crisi della presenza pubblica della fede cristiana è reale e il coraggio di nominarla senza rassegnazione merita rispetto. Eppure, rileggendo i tre contributi, mi rimane una sensazione di incompletezza. Non sui problemi descritti, che sono quelli giusti, ma sulla domanda che nessuno dei tre si pone esplicitamente: dove si è sbagliato?
I tre articoli partono tutti, con sfumature diverse, da uno stesso presupposto implicito: la Chiesa ha qualcosa che il mondo non ha e il problema è trovare il modo di portarglielo. Fenaroli cerca un linguaggio nuovo, Borghi una profondità mistica e Cossovich una credibilità intellettuale rinnovata. Lo schema di fondo resta invariato – «un soggetto che ha, un altro che riceve» – e questo schema, mi pare, è già parte del problema.
Chi sta fuori o ai margini dalla Chiesa è stanco di misurarsi con il messaggio cristiano emettendo una sentenza di indifferenza, a volte di contrarietà, rispetto a un modo di stare nel mondo che percepisce come autoreferenziale. È un problema di relazione più che di linguaggio o di contenuti, di come ci si avvicina all’altro, di quale posto gli si riconosce e se lo si considera soggetto o oggetto.
Il paradigma di Emmaus
Qui il Vangelo, se preso sul serio, offre qualcosa di molto più radicale di qualsiasi strategia comunicativa. La scena di Emmaus è un paradigma completo e vale la pena rileggerla con attenzione. Il Risorto raggiunge i due discepoli mentre camminano; non li aspetta al tempio, non chiede loro di tornare indietro né pronuncia un discorsetto morale sulla loro fuga da Gerusalemme. Chiede: «Di che cosa stavate parlando?» Ascolta. Entra nel loro dolore e nella loro lettura degli eventi prima di offrire la propria. Solo dopo, quando c’è uno spazio di fiducia reciproca, apre le Scritture. Non impone nulla: fa per andarsene e lo trattengono. La maturazione della fede avviene in loro, non viene depositata dall’esterno.
Questa sequenza – raggiungere l’altro dov’è, ascoltare senza precondizioni, condividere la propria visione senza esigerla, celebrare insieme e lasciare libera la maturazione – non è una tecnica pastorale. È una struttura relazionale molto precisa dove l’altro è un soggetto, non un destinatario, cioè qualcuno che possiede già una sua lettura dell’esistenza che merita ascolto prima ancora di essere corretta o integrata. Soprattutto, che lo Spirito lo precede sempre, indipendentemente dal fatto che frequenti o meno una parrocchia.
La questione strutturale
Qui entra la questione strutturale che nessuno dei tre articoli affronta. La Chiesa che vuole «uscire dal Cenacolo» e «ritrovare la scena pubblica» è ancora, nella stragrande maggioranza dei suoi modi concreti di esistere, una Chiesa organizzata per funzioni: il parroco che celebra, il catechista che istruisce, il consulente che orienta, il vescovo che decide e così via. Ogni ruolo ha il suo titolo, il suo grado, la sua competenza riconosciuta dall’istituzione. Il laico, in questo schema, è il destinatario finale di una catena di servizi ecclesiastici, piuttosto che il soggetto primo della missione.
Finché la struttura rimane questa, il paradigma di Emmaus diventa inevitabilmente un’altra tecnica pastorale: il prete più empatico, il gruppo più accogliente, la liturgia più partecipata… Forme nuove per uno schema vecchio. Chi sta fuori lo percepisce senza bisogno di nominarlo.
Il cambiamento che servirebbe è di un altro ordine: passare da una Chiesa organizzata per funzioni a una Chiesa organizzata per servizi, dove il termine «servizio» va inteso in senso evangelico, non burocratico. Non una somma di prestazioni erogate da specialisti del sacro, ma una comunità in cui ciascuno contribuisce secondo il carisma ricevuto nel battesimo e in cui l’autorità segue la competenza effettiva e il servizio reale, non il grado gerarchico. In questa Chiesa, il presbitero creduto e credendosi il centro da cui tutto diparte, assolve uno dei servizi che la comunità esprime e di cui ha bisogno.
Cambia il soggetto, cambia tutto
Questo cambia tutto nel rapporto con chi sta fuori. Non perché si trovi un linguaggio più efficace o un contenuto più credibile, ma perché cambia il soggetto che incontra l’altro. L’istituzione che estende i propri servizi verso l’esterno scompare per far apparire una comunità di battezzati che vive nel mondo, lo abita, ne condivide le domande, ne assume le risposte ed entra in dialogo con le scienze e porta in quel vissuto comune una fede che non chiede di essere importata, ma riconosciuta dove già opera.
Emmaus, in fondo, non è una storia di evangelizzazione riuscita. È una storia di riconoscimento: due persone che nel camminare insieme a uno sconosciuto trovano il Risorto. Il Risorto non porta la fede ai discepoli di Emmaus: la risveglia. Può farlo perché non si presenta come autorità, ma come compagno di strada.
Magari,,,!!! Troppe posizioni di comodo, troppi funzionari del sacro,
Condivido molto la critica a un modo autoreferenziale di stare nel mondo e a un’evangelizzazione che considera l’altro oggetto. Derubricare però il problema a questione relazionale mi sembra riduttivo. La questione della credibilità rimane: se sei un terrapiattista io posso anche avere con te una relazione “stile Emmaus” ma non potrò mai condividere quello che credi. A meno che la relazione non annulli il senso critico, il che però sarebbe patologico.
Condivido a pieno la prospettiva. Purtroppo (o per fortuna?) non vedo il distacco da quello che gli altri articoli hanno prospettato, non solo in negativo ma anche nel cambio di “postura” necessario (non solo linguaggio o forme, anzi!). Aggiungo volentieri, però, che il Cristo ai discepoli di Emmaus non si mette a consolarli “a caso”, ma gli “spiega” la Scritture (letteralmente ne fa un’ermeneutica) a partire da tutto ciò che riguardava “Lui”. Insomma, c’è un chiaro messaggio, un soggetto unico che risveglia la fede. C’è un “perché” che riporta in loro la speranza e che non si trova semplicemente nel mondo in quanto tale, ma solo in Gesù Risorto (e appunto, solo lui può risvegliare i discepoli, che restando soli avrebbero saputo solo rimanere tristi e lontani da tutto).
Che sollievo, che leggerezza, che conforto, nello Spirito, pensare ad una Chiesa che scompare come struttura e Istituzione, si confonde nel mondo come lievito e sale e rimangono solo i discepoli del Risorto, e la loro piccola comunità! (Vino nuovo in otri nuovi…)
Secondo me, la Chiesa, più che mediatrice tra uomo e Dio, come si è sempre posta, dovrebbe fungere da “levatrice”, cioè aiutare a portare in luce ciò di cui l’umanità è gravida.
C’è bisogno di fare esperienza interiore di Dio, non basta più credere.
Ma questa è ancora solo polemica sterile.
Lo dico solo perché, l’esperienza vissuta, secondo me, è la sola che possa cambiare noi stessi ed essere trasmessa agli altri, semplicemente per come si è, non tanto per un fare pensato, quasi fosse strategia..
Ciò vale per tutta l’umanità, non solo per la Chiesa.
Forse manca quell’esperienza così trasformante, da essere visibile.
Non siamo peggiorati, ma forse i tempi chiedono più profondità e autenticità.
Cosa vogliamo davvero? Perché lo vogliamo? A cosa vogliamo dare vita?
E a cosa vogliamo servire?
Ma guarda cosa dobbiamo leggere ( complimenti a Edoardo che c’è lo ricorda..🤩)
Ma non stava scritto da qualche parte che siamo TUTTI servi?
Lui stesso si è definito così!
E dopo due millenni successe che..
PS solo come esempio.
Ho scritto un libro. Ho bussato ai media cattolici. Porte chiuse.
Mi sono proposto alle TV vicine x un programma tipo il Dieci PAROLE di Sorini ma centrato sulle domande di base dei giovani al telefono e su mie risposte “scientifiche”.
Sto ancora aspettando le risposte…
Grazie del contributo. Credo che la sua prospettiva integri bene quelle già avanzate da altri articoli. Se questi si leggono fino in fondo si scopre che il soggetto ipotizzato della evangelizzazione non è certo una chiesa gerachizzata e organizzata per ruoli e funzioni.
Spero che un sentito ringraziamento per il suo articolo Le possa bastare. Nulla da aggiungere!