«L’arte meravigliava»: appunti sulla mostra del Beato Angelico

Visitare la grande mostra fiorentina di Palazzo Strozzi significa compiere un viaggio ‘celeste e terrestre’ (direbbe Luzi) tra arte fatta di luce, speranza, semplicità e misura, sfiorando il Mistero
19 Dicembre 2025

È un percorso d’ammirata contemplazione di straordinaria bellezza — equilibrata, fine, misurata — e, proprio per questo, di luce attenuata e meravigliosa allo stesso tempo. Così, il visitatore che voglia concedersi il regalo di visitare la mostra dedicata al Beato Angelico nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze (mostra aperta fino al 25 gennaio) potrebbe godersi una possibilità unica e rara, forse mai più ripetibile: perché molte opere di Fra Giovanni da Fiesole sono state radunate (e anche restaurate per l’occasione) da ogni parte del mondo, andando pure a ricomporre pale d’altare smembrate nel corso dei secoli, quali ad esempio la Pala Strozzi, la Pala di san Marco, la Pala di Perugia: opere mirabili nella loro concezione, ricchezza figurativa, disegno e cromatismo.

È un viaggio tra Autunno del Medioevo e Primavera del Rinascimento, quello che l’osservatore può compiere; se poi si ha la fortuna di visitare le sale in un’ora poco affollata, il silenzio si fa colmo di stupore, lo sguardo si fissa, e la pausa di fronte a ogni tavola, a ogni miniatura sono naturale conseguenza: la tenerezza delle Madonne del Beato Angelico, la cura del dettaglio, l’oro antico che gareggia con panneggi colorati: la storia sacra è dipanata con cura e con libera devozione dalla mano dell’artista, srotolando un tempo in cui l’arte raffigurava, suggeriva e raccontava, tra il sacro di un pensiero che rivela custodendo, e il terreno che entra con armonia, intrecciando città e volti che il pittore incrociava nel suo quotidiano: terra e cielo, quotidiano e eterno, poli di esistenze e sensibilità diverse.

L’inizio è dominato dalla Pala Strozzi, che rappresenta la Deposizione (fra Giovanni e Lorenzo Monaco gli autori), con l’opera dell’artista principale messa in dialogo con altri grandi, all’inizio e per tutta la mostra (Masaccio, il già citato Lorenzo Monaco, Filippo Lippi, Gentile da Fabriano, Lorenzo Ghiberti, Michelozzo, Luca della Robbia, Masolino da Panicale), per poi incontrare altre tavole, che chiamano all’indugio, che richiedono la contemplazione.
Ecco, che l’osservatore sia credente o non credente, sentirà comunque ammirazione e letizia: letizia vera, profonda. E per chi ha il dono della fede, lo sguardo diviene meditazione: Bambini e Vergini in trono, Madonne dell’Umiltà e Incoronazioni di Maria, Natività e Crocifissi, santi e peccatori — si veda il ciclo su Cosma e Damiano della Pala di san Marco, o di san Francesco del Trittico francescano, o quella di san Nicola di Bari della Pala di Perugia ad esempio — tutto si raccoglie e si racchiude, e domanda raccoglimento: c’è un bello che nutre l’anima, c’è un mirabile composto, c’è un penetrare sobrio che può accompagnare, in silenzio, un semplice sfiorare il Mistero.

La vita è a colori, la fede è a colori— si pensi al tripudio cromatico dell’Incoronazione della Vergine del Louvre — e apertura al nuovo, memorando l’antico: così fra Giovanni schiude al Rinascimento, insieme figlio del suo istante, ma anche di ciò che era e di ciò che sarà.

Tra una sala e l’altra si percorre l’itinerario artistico e di fede del domenicano divenuto grande artista, fondativo per l’avvenire, fertile di vita e opere — dalla giovinezza alla maturità toscana, fino agli anni romani.
La cifra è quella, come si diceva, della luce e della speranza: le tenebre sono sempre vinte, il trionfo è del bene anche quando appare fragile; così, come dimostra lo sfondo della Pala di san Marco con alberi e penombre, anche la natura è luogo in cui la creazione rivela una bontà del Padre — afflato francescano in un pittore domenicano. Il tutto con «un linguaggio semplice e lineare» che, come annota Carl Brandon Strehlke (curatore della mostra con Stefano Casciu e Angelo Tartuferi), costituisce «il suo genio».

Ci vorrebbe un Mario Luzi per cogliere l’essenza di ciò che Palazzo Strozzi offre, magari proseguendo poi per gli affreschi di san Marco. Forse, possiamo dal poeta prendere in prestito le parole che egli usò per Simone Martini:

Così fu sempre
l’arte.
       L’arte meravigliava i suoi maestri.
Non toglietemi mai
da quella vertiginosa danza

 (Stelle alla prima apparizione, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini)

 

 

(ph dell’autore autorizzate da Palazzo Strozzi; in copertina la Pala di san Marco; in corpo del testo Trittico francescano, particolare)

 

 

 

 

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