C’è una salvezza anche per chi ha “Fame d’aria”

Un figlio gravemente disabile, la disperazione, la rabbia. "Fame d'aria", l'ultimo libro di Mencarelli, lo ripete: ci si salva, ma non da soli
17 Aprile 2023

No, non ci si salva da soli, ma sicuramente non sono gli sguardi di commiserazione né la curiosità nei confronti dei nostri problemi a salvarci. Né gli eroi, o quelli che credono di esserlo.

Stanco degli sguardi pietosi è sicuramente Pietro, il protagonista dell’ultimo romanzo di Daniele Mencarelli, “Fame d’aria” (Mondadori, 2023). È il padre di un ragazzone gravemente disabile, uno che «Non parla, da solo non fa nulla, si piscia e caca addosso». Così dice Pietro, che ripete questa frase come un attore consumato. Ma lo fa perché il suo obiettivo è «togliere al mondo la voglia di parlare, continuare a chiedere». Non ha più nulla da dire su questo figlio e sembra proprio non sopportarlo più. Lo chiama Scrondo e compie nei suoi confronti i gesti necessari, ma senza amore. Quando il bambino era piccolo, e gli specialisti gli hanno detto la diagnosi, ha sentito dolore. Poi il dolore è diventato repulsione. Poi odio.

Un po’ per volta la sua vita è cambiata e lui pensa di avere, a causa del figlio, perso tutto: gli amici, la libertà, i soldi (sì, perché pur di cercare qualche rimedio ha speso tutto quello che aveva), forse anche la fede, se mai ce l’ha avuta. Adesso di Dio dice: «spero esista solo per un motivo. Perché da morto voglio andargli di fronte, faccia a faccia, e chiedergli qual è la spiegazione della malattia di mio figlio. Perché io non l’ho trovata».

Pietro è cattivo? No, altrimenti se ne sarebbe andato, avrebbe abbandonato questo ragazzo con cui non riesce a comunicare. Questo Scrondo, così figlio e così estraneo. Pietro è solo un uomo che non ha trovato la spiegazione, che ha finito le risorse. È uno che «ha fame d’aria. È come se la realtà gli si stringesse addosso». E la fame d’aria può essere anche peggio della cattiveria, perché trascina nel gorgo della disperazione e ci risucchia dentro anche gli altri, in questo caso il figlio.

Pietro, in fondo, è malato come il figlio. Solo che è anche infelice, mentre il figlio non è in grado di esserlo (è «il neppure infelice»).

A uno così, dove e quando si può rompere la macchina? Di venerdì sera, in un paesino isolato, che si sta spopolando, dove non c’è nulla da fare e da vedere, solo pochi abitanti sopravvissuti, con le loro abitudini, i loro piccoli espedienti contro la solitudine.

Condannato a restarci per tutto il fine settimana, il protagonista di “Fame d’aria” sembra davvero avere superato il punto di non ritorno. Eppure è qui, in questa solitudine, che troveranno, lui e Jacopo, una via di uscita. Roba semplice, gente semplice: l’albergatrice, che cucina così bene le fettuccine; la cameriera, che strappa il sorriso; il meccanico, che sembra non volerli lasciare andare via; un sentiero che sale la collina…

È in questo mondo pulito che la salvezza trova la strada per raggiungere Pietro, e la strada sono le relazioni. I buoni non sono eroi, non sono esseri superdotati: sono semplicemente persone che sanno vedere, sotto la scorza di impazienza e irritabilità, un dolore inenarrabile. E sanno fare la mossa giusta al momento giusto. Sono loro, i semplici, quelli che non ci lasceranno affondare. E magari non sono neanche consapevoli della bellezza di quello che stanno facendo.

 

4 risposte a “C’è una salvezza anche per chi ha “Fame d’aria””

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Si, la Fede e via che salva dalla disperazione, e finestra che apre a un cercare quell’aiuto indispensabile a sopportare il peso che immeritatamente può gravare su chi si trova con un figlio disabile. Ma non è così per tutti,c’è chi la Fede la perde, si lascia andare, si chiude come il naufrago quando non ha più forza a sostenerlo. Ecco dunque che se cristiani si ha il dovere di farsi avanti, quel prossimo e bisognoso di aiuto ha da vedere che non è un fantasma il Cristo Risorto, si fa vicino nella persona del samaritano, proprio così, non dal parente che si fa distante, non dal sacerdote tutto compreso nel mistico del suo ministero, non dai servizi pubblici ai quali si accede in tempi troppo distanti rispetto alle necessità, ma si materializza da una persona mossa dal sentimento del cuore. Lourdes ha lasciato questo segno, va colto anche se in qualunque luogo esista il povero abbandonato a se stesso

  2. Paola Meneghello ha detto:

    La cura e la condivisione semplice, cioè autentica, come base di qualunque relazione e della vita, quindi.
    Ma prima, forse, Pietro ha dovuto scendere fino in fondo al proprio dolore, ha dovuto attraversarlo senza nasconderlo, né a sé stesso, né agli altri.
    Pietro non si inventa una finta accettazione, si dice e dice chiaro che no, non voleva un figlio così, urla il proprio disagio, senza vergogna.
    Nella vita però tutto è scambio, probabilmente nessuno avrebbe potuto nulla se lui non fosse stato pronto, e il suo dolore non fosse ancora venuto alla luce in pienezza, pronto per essere condiviso, perché vissuto e fatto proprio.
    Pirtro ha toccato il fondo, è come in apnea, ora ha bisogno di respirare nuovamente la Vita.
    Non c’è cura senza rispetto del dolore altrui; al di là di facili moralismi e giudizi, curare è anche aiutare a scoprire e a guardare le ferite, perché un cerotto tampona e nasconde, ma poi è l’aria, il Respiro, che guarisce.

  3. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    E’ un protagonista di romanzo? Invece esistono nella realtà genitori che hanno vissuto e ancora vivono con questo dramma di un figlio disabile fin dalla nascita e anche di un altro colto da malattia come la sclerosi multipla nella bella età in cui si programma una aspettativa di futuro. Eppure come mai pur avendo reazioni anche di disperazione per l’accaduto, non si sono incattiviti con l’amarezza di un vivere quotidiano come soldati al fronte? La FEDE, g R a n d e, e l’amore tanto che il Cristo ha da essere intervenuto con il suo a sorreggere loro la croce, visto che hanno chiuso gli occhi in tarda età e per i figli disabili altri hanno preso il testimone con lo stesso amore. E’ storia, vera. Per questo si deve al disabile quel rispetto da non essere esibito come uno da suscitare commiserazione, ma al quale spetta un impegno verso quei suoi problemi che umanamente anche alle Istituzioni giunga conoscenza di come far loro arrivare il sostegno.di cui abbisognano

  4. assunta sacchetti ha detto:

    Il mio commento sarebbe molto lungo visto che sono disabile dalla nascita (ho 66 anni) e conosco bene le difficoltà materiali e psicologiche che hanno affrontato prima i genitori e poi io nella accettare soltanto per fede la mia situazione .In tutta la mia vita mi sono chiesta perchè e come, non mai capite o le ho capite troppo tardi le risposte. Quando le risposte le avevo capite ho fatto e faccio fatica a farle capire agli altri. Una cosa è certa: tutta la mia vita l’ho vissuta con molta rabbia; rabbia per conquistare la mia autonomia,e per non essere capita che avevo e ho fame d’affetto

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