Tutto è cominciato quando dei militari hanno dato fuoco al mio villaggio nel Darfur. Le mie due sorelle più piccole di 4 e 6 anni sono morte tra le fiamme. Io sono stato costretto ad arruolarmi con i ribelli, mio fratello con l’esercito governativo. Due mesi dopo l’incendio mi trovavo in mezzo ad un conflitto con un fucile in mano. Stavamo combattendo contro quelli che mi avevano ordinato di considerare nemici. Mai avrei pensato che quel giorno il nemico sarebbe stato mio fratello maggiore. Siamo rimasti paralizzati a fissarci negli occhi. Uno di fronte all’altro. Non ci siamo detti nulla. Ho lanciato per terra il fucile e ho cominciato a correre, a scappare. La mia fuga è finita in Italia. Noi rifugiati siamo i fortunati testimoni dei tanti che muoiono in guerra, che vengono uccisi da terribili dittature. La cosa più difficile per chi come me è rifugiato è far conoscere il dramma che vivono i nostri popoli. Non possiamo permetterci di cedere al dolore, di chiuderci in noi stessi, di considerarci vittime di un’ingiustizia. Se facciamo così offendiamo la memoria di chi non ce l’ha fatta.
Adam, rifugiato sudanese (a cura del Centro Astalli, 2021)
Statio I – Gesù è condannato
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo: perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò perché fosse crocifisso. (Gv 19,13-16)
L’incrocio è definito come punto d’intersezione di due o più strade e allora diventa un crocevia. Il primo è un derivato di incrociare, il secondo è composto da una via e da una croce. L’incrocio può diventare crocicchio e allora sono più vie quelle che si intersecano. Entrambe richiamano l’incertezza e la scelta di un percorso, un orientamento e una direzione. Bisogna innanzitutto tacere, a lungo. Ascoltare il clamore delle ‘cose’ non dette, nascoste, soffocate, represse, deformate… lasciarsi trafiggere. Stare in piedi. Un calvario da condividere. Anche una tavola, preparata per tutti, dove la speranza impara, giorno dopo giorno, a nutrirsi di quelle ‘cose’ che si succedono.
Signore donaci di entrare nel tuo mistero di morte e risurrezione
così da andare per le strade del mondo
non più come viandanti
senza luce e senza speranza,
ma come uomini e donne
liberati della libertà dei figli di Dio!
Statio II – Gesù è caricato della croce
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo: perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. (Mc 15,16-20)
Uno strumento di tortura, assunto dall’impero romano come deterrente da tradizioni persiane. Reso col tempo segno di gloria, di potere e d’identità. Ha in parte perso lo scandalo che essa rappresenta. Una sconfitta ineguagliabile dell’umano e del divino. Paolo è colui che ha colto e portato alla luce l’assoluta ambiguità della croce. Nel suo mondo greco-romano, impastato di potere e di fallace filosofia imperiale, narra il discorso di una sconfitta che era e rimane pietra d’inciampo. Non ha nascosto l’espressione di vulnerabilità inconcepibile del Dio crocifisso. Inaudito e inaffidabile per le glorie olimpiche dei vincitori. Il tema della kènosis, lo spogliamento, l’abbassamento, trova nella croce la cifra unica e insuperabile della disfatta. Da allora infatti non si potrà più parlare di Dio senza questa dimensione. E dunque neppure dell’umano.
Signore donaci di entrare nel tuo mistero di morte e risurrezione
così da andare per le strade del mondo
non più come viandanti
senza luce e senza speranza,
ma come uomini e donne
liberati della libertà dei figli di Dio!
Statio III – Gesù cade
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo: perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. (Is 53,6-10)
L’incrocio/crocevia esprime la drammaticità dell’umana avventura, che senza garanzie attraversa la vita. Il fascino dell’errante consiste nell’in-certezza di un cammino che, seppur segnato da indicazioni, conserva il soffio del mistero. Ogni incrocio è un mistero che si affaccia e si nasconde dietro il tornante dal quale, ad un certo momento, non si vede più il cammino percorso. E allora la paura, lo sconcerto e financo la tentazione di tornare indietro si presenta, rassicurante. Errante è colui che azzarda il cammino di sentieri ancora poco battuti. La sofferenza apre paesaggi inediti nel nostro immaginario. Ogni scelta ha un impatto sul futuro del mondo e della storia. La storia umana è per un certo verso nient’altro che un cimitero di croci.
Signore donaci di entrare nel tuo mistero di morte e risurrezione
così da andare per le strade del mondo
non più come viandanti
senza luce e senza speranza,
ma come uomini e donne
liberati della libertà dei figli di Dio!
Statio IV – Gesù rimprovera le donne di Gerusalemme
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo: perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: ”Cadete su di noi!”, e alle colline: ”Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». (Lc 23,27-31)
Le paure mutano col tempo e le stagioni della vita. Ognuno convive con le sue paure. Paure indotte, create, fabbricate, gestite o soffocate dai farmaci. I crocevia sono incontri di paure condivise. L’occidente ha avuto e ha le sue, come ogni altra civilizzazione. Jean Delumeau le ha descritte con lucidità. La peste, la guerra, gli stranieri, i poveri, le streghe, i barbari, le invasioni, la fame e quanto della morte diventa anticipazione. Ogni epoca ha le sue e le riproduce. Le paure si apparentano ai nemici. Difficile vivere senza di loro. Sono i nemici che uniscono quando non c’è null’altro a farlo. Le armi e le strategie di difesa solo cambiano di modalità. Arginare le paure è il loro obiettivo. Le ultime occidentali paure sono particolarmente gravi. È la paura di vivere che la chiusura dei grembi e delle frontiere rendono visibili. I fili spinati e le barriere rendono attuali le paure e le moltiplicano, con la complicità dei mezzi di comunicazione che del potere sono espressione cortigiana.
Signore donaci di entrare nel tuo mistero di morte e risurrezione
così da andare per le strade del mondo
non più come viandanti
senza luce e senza speranza,
ma come uomini e donne
liberati della libertà dei figli di Dio!
Statio V – Gesù incontra la Veronica
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo: perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. (Is 53,2-3)
Ogni paura non è altro che quella di vivere perdendosi e di questo i crocevia sono il simbolo. Imparare a nominare le paure. Chiamarle per il loro nome, è già un atto di coraggio. Con le paure si convive, si impara e si cresce quando si condividono. Anche le paure uniscono e diventano sorelle con le quali si va alla scuola della vita. A volte basta solo un abbraccio per cambiare la vita e convertire la paura in fiducia. L’abbraccio è l’altro modo di interpretare il crocevia. L’abbraccio non sta al crocevia ma ‘è’ il crocevia da sempre sperato e atteso. Se Tonino Bello definiva la pace come ‘convivialità delle differenze’, analogamente si potrebbe dire dell’abbraccio. L’abbraccio celebra l’incontro della differenza. Lui sta al crocevia di braccia, mani, petti, cuori, battiti, timori e attese. È al crocevia, nell’abbraccio che ri-nasce l’altro.
Signore donaci di entrare nel tuo mistero di morte e risurrezione
così da andare per le strade del mondo
non più come viandanti
senza luce e senza speranza,
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liberati della libertà dei figli di Dio!
Statio VI – Gesù è inchiodato alla croce
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo: perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. (Mc 15,22-27)
Ogni umano crocevia incontra una croce sul cammino. Ne sono pieni i cimiteri delle guerre combattute, solo perse e mai guadagnate. La croce è l’impossibile segmento che unisce la terra per abbracciare il cielo. Le croci segnano le scelte che con-testano l’ordine o il disordine stabilito (E. Mounier). Indicano le follie delle scelte ideologiche e delle religioni che in esse trovano ispirazione. La croce è portata per abitudine, o distrazione conserva una carica sovversiva innegabile. Basta andare in alcuni paesi dove il semplice gesto di portarla implica l’esclusione della vita sociale. Ogni crocevia rimanda ad una croce. Appesa alla storia delle umane vicende non si allontana mai. L’arroganza dei poteri è smascherata dalla vulnerabilità della verità.
Signore donaci di entrare nel tuo mistero di morte e risurrezione
così da andare per le strade del mondo
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Statio VII – Gesù muore
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo: perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. (Mc 15,33-39)
Cristo non è venuto a migliorare il mondo, ma a salvarlo. Non ha promesso la felicità dei sistemi, ma la beatitudine dei cuori pacificati. Le sue soluzioni non sono politiche, ma ontologiche. Egli sana la radice, non il sintomo. Cristo non è venuto per risolvere i nostri problemi ma per riportare l’Uomo al cuore del Padre. Qui si manifesta la differenza radicale del Cristianesimo rispetto a ogni religione umanitaria. Ogni crisi – antropologica, ecologica, culturale – nasce da un fraintendimento: l’umanità che pretende di bastare a se stessa, di essere frutto senza albero, bene senza il buono, libertà senza verità. Cristo ha assunto tutta la negatività del mondo e l’ha trasfigurata in dono. Ha preso su di sé il dolore per convertirlo in grazia: anche l’ingiustizia e la morte diventano rivelazione d’amore.
Signore donaci di entrare nel tuo mistero di morte e risurrezione
così da andare per le strade del mondo
non più come viandanti
senza luce e senza speranza,
ma come uomini e donne
liberati della libertà dei figli di Dio!
Statio VIII – Attraverso il sepolcro, la Vita
Il discepolo conosce la fatica, la confusione, il vento contrario della cultura del tempo. Ma continua a camminare, fissando lo sguardo là dove la luce sorge. Sa che un mondo migliore non nasce dai progetti di bene separati dalla verità, ma dall’atto d’amore che riconduce il bene alla sua fonte: Cristo, il crocifisso risorto, il Signore. E ricorda che la speranza dell’Uomo non è in ciò che l’Uomo fa, ma in Colui che viene. Nel buio, sempre, viene la luce. Che non è vinta. Seguiamola anche noi,
È il Crocevia della Storia.
Padre nostro…
La pace non è l’assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia.
Baruch Spinoza