È con grande piacere che, a pochi giorni dal cosiddetto “Giubileo dei giovani”, diamo la parola in questa profonda intervista ad uno di loro, Alberto Valletta. A 24 anni, originario di Ancona, è già un film maker e narratore visivo, convinto che l’arte sia un bisogno essenziale. Ha realizzato uno splendido documentario dal titolo “I panni stesi nella fede quotidiana”, che si muove tra fede, città, corpo, sessualità e relazioni.

1) Tu utilizzi la metafora dei “panni stesi” applicandola al mondo della fede: cosa intendi veramente?
I “panni stesi” per me sono un gesto simbolico e visivo, al cui interno troviamo tessuti e storie. Con la loro semplicità diventano un messaggio per comprendere la città: ricordano che l’incontro con Cristo e con l’altro non avviene in una polis ideale, ma nelle vie percorse, negli sguardi incrociati, nei gesti semplici che compongono l’esistenza quotidiana. I panni stesi al sole, mossi da un vento leggero, sono immagine di corpi vivi, di persone alla ricerca di umanità e felicità. Appesi da balcone a balcone, sembrano dialogare, scambiarsi parole ed emozioni. Ogni tessuto porta con sé il profumo e la dignità di chi lo ha indossato. Così è anche la fede: un’esposizione di autenticità e verità, senza vergogna. L’arte mi permette di esplorare l’esistenza in modo autentico, di indossare i panni dell’altro, di lavare i miei panni quando sono sporchi e provare a capire cosa li ha macchiati, disinfettando le ferite che, se non curate, rischiano di contaminare ciò che indossiamo, dentro e fuori.
2) Nel tuo documentario appare una profonda discrepanza tra apertura e chiusura nella vita di fede. Vuoi parlarci di questo in base all’ esperienza di un giovane della tua età?
Come molti, sono stato educato alla fede cattolica, imparando regole, tradizioni e rituali che spesso vivevo come obblighi. Mio padre, uomo di grande fede ma anche di grande rigidità, è stato per anni una colonna portante. La sua morte, quando avevo diciotto anni, ha aperto per me un tempo di crisi e di domande: veniva a mancare non solo un genitore, ma anche un modello di credente. In quel momento mi sono trovato davanti a un esame d’amore: comprendere chi fosse Dio per me, al di là delle formule apprese. Per la prima volta la mia fede nasceva non da imposizione, ma da un desiderio autentico di ricerca, di un Dio che non giudica ma ama. Col tempo ho capito che il mio modo di vivere la fede non coincideva più con le regole rigide che mi erano state trasmesse. Ho compreso che la fede autentica permette di amare se stessi per ciò che si è, di vivere la propria verità senza sentirsi condannati. Cristo non discrimina: è l’essere umano a farlo. L’importante è uscire: da casa, da noi stessi, dalle gabbie mentali che ci costruiamo.
3) L’apertura agli ultimi è un po’ il fil rouge che unisce questo tuo lavoro. Perché questo tema?
Tutto nasce da una ricerca personale e creativa: la convinzione che non possiamo amare noi stessi né essere cristiani se fin da piccoli impariamo solo a rispondere alle aspettative degli altri. Crescendo portiamo spesso il peso del giudizio, e raramente ci è concesso essere ciò che siamo o ciò che ancora non sappiamo di essere. Credo che l’identità sia un processo vivo, non un’etichetta: un cammino coraggioso che può portarci anche in dialogo critico con le tradizioni. Incontrare gli ultimi richiede e permette questo.
4) Secondo te, la mentalità di accoglienza verso omosessualità e fede sta cambiando via via nella Chiesa, o siamo ancora legati ad una pastorale di categoria, contro quella per le persone?
Nel mio documentario emerge – grazie anche alle interviste, come quella con Luca Trapanese, conosciuto per la sua dedizione ai valori di inclusione, amore e solidarietà – che oggi la speranza più autentica risieda forse proprio nella Chiesa, intesa come luogo in cui ciascuno possa sentirsi accolto nella propria diversità. È un invito a riconoscere e accettare la nostra imperfezione, senza vergogna né paura, e allo stesso tempo ad accogliere l’altro nella sua. In questa prospettiva, la fede diventa un cammino reciproco: io ti aiuto a essere te stesso e tu aiuti me, in un rapporto libero da etichette e giudizi, dove la relazione stessa diventa un modo per plasmarsi insieme, nella verità e nella fragilità condivisa.
5) Non pensi che la vera emergenza sia l’identità di ogni uomo, non solo di quelli con una diverso orientamento sessuale?
Nel mio documentario ho seguito uno dei postulati di papa Francesco: “La realtà è superiore all’idea”. Capire che ogni vita ha il suo peso, il suo profumo, la sua dignità. E lì, in quell’umanità esposta senza vergogna, scopriamo una spiritualità forte, un Dio che ci ama così come siamo. Vorrei aprire uno spazio umano e narrativo, libero da dogmi, in cui emergano storie vere con desiderio di verità e significato. Viviamo in un mondo che ha smarrito il contatto con la quotidianità più profonda, dove si preferiscono etichette, dimenticando la Persona. Siamo chiamati a riconoscerci umani.
6) Mi ha particolarmente colpito il richiamo al corpo e all’Incarnazione fatto dalle consacrate intervistate. Tu come la pensi?
Credo nella corporeità come parte integrante della fede, in dialogo tra interiorità, sensibilità e spiritualità. Cito Bonhoeffer: “I cristiani che sono stati sulla terra con un piede solo, saranno con un piede solo anche nel regno di Dio.” La sessualità è l’espressione sacramentale della capacità di donare: piacere, riposo, consolazione. Riconoscere la sessualità come parte della nostra umanità può aiutarci a costruire una fede più matura, più incarnata, più vera.
7) Che cristiano pensi di essere dentro ai tuoi 24 anni?
Mi riconosco nelle parole del regista Ermanno Olmi: «Io non mi definisco cristiano, ma aspirante cristiano.» Non una fede come traguardo, ma come cammino. Credo nella possibilità di vivere il Vangelo non come dottrina astratta, ma come esperienza intrecciata con la vita della città. Camminando nella città con occhi nuovi scopriamo che non siamo mai soli. La fede non è fuga, ma cammino di introspezione e incontro. Siamo chiamati a essere pellegrini urbani, attraversando le strade come luoghi di rivelazione e di incontro.
Passit MCV ma possibile che Gilberto non conosca la lettera a Diogneto su come erano quei “primi cristiani’?
Ma non vi chiedete mai come tutti questi
“aspiranti cristiani ” tutti questi dubbiosi ed amletici “cristiani in cammino” ,tutti questi cristiani seguaci del pensiero debole ,nei fatti poi , nella realta’ del fatti non convincono nessuno ,non attirano nessuno ,non convertono nessuno , non cambiano la societa’ ,sono marginali e giudicati noioso da tutti ? Non vi sorge mai il dubbio che un cristianesimo franco, coraggioso , credente senza se e senza ma , forse ingenuo ma virile ,affascinante , come quello dei primi cristiani e dei martiri e dei santi di ogni epoca e’ quello che attira e attrae ,e che cambia la Storia ?
Credo che la sua domanda si risponda da sola… chi la fa, quanti ne attira? Come se la fede fosse solo frutto di testimonianza autentica. Nemmeno Cristo li ha attirati tutti. E quelli che ha attirato avevano capito poco o nulla di Lui. Davvero i primi cristiani erano cosi come lei li descrive? Si legga Ireneo di Lione o la Didachè. Sono sempre esistiti stili diversi di fede e pensare che il proprio sia l’unico… si commenta da solo. Nessuno critica il suo modo di credere, e forse non dovrebbe fare lo stesso anche lei? Il magistero sta li proprio per questo: segnalare quali stili non sono compatibili col vangelo. Ma, ovviamente, poi ognuno si sceglie il proprio magistero… Per grazia di Dio la Chiesa è accogliente più di quanto si creda… o di quanto vorremmo che fosse.
Cito:
“La sua morte, quando avevo diciotto anni, ha aperto per me un tempo di crisi e di domande…”
Aaah.. la mano di Dio!!
Ma davvero Dio non ha altro da fare?
Ma davvero Dio interviene nella Storia?
E se intervenisse sulla tua non farebbe torto a me?? Applicare la stessa risposta alla domanda:
Perché mi hai abbandonato.??
Vorrei accoppiare qs bel msg a quanto scrive Rovelli nel suo ultimo libro citando Wittengestein “Trasformiamo espressioni linguistiche in misteri metafisici”. Cfr. I QUALIA.
Ecco il succo del msg di Andrea: un preciso invito a tutti a smetterla di parolare e passare al fattare.
A me x primo.