C’è un risvolto del dibattito (e delle chiusure) sul tema del diaconato femminile che, mi pare, venga posso messo in luce, e riguarda il tema dell’ecumenismo, in particolare delle relazioni con le confessioni cristiane riformate. Perché poi, all’atto pratico e concreto, le situazioni rischiano di essere un po’ schizofreniche, dal momento che nel quotidiano alcuni cattolici si trovano a vivere situazioni, belle e feconde, che a Roma sono mal giudicate nel loro principio astratto.
Mi spiego: già oggi accade, in diverse parti del nord Europa e delle Americhe (non so se anche altrove è così) che la comunità cristiana lavori insieme in molti ambiti con comunità riformate guidate da donne pastore; e queste collaborazioni non sono sporadiche, ma ben salde, strutturate e, soprattutto, evangelicamente ispirate. Mi è capitato più volte di assistere a questo genere di cammino comune, che ha in sé anche tanta profezia e che, personalmente, mi ha edificato.
L’ultima volta, pochi mesi fa, in un cantone svizzero dove sono presenti chiesa cattolica e chiesa luterana, ho conosciuto un gruppo di suore domenicane che, insieme ai laici, pastori (sposati) e pastore (sposate), condivide un prezioso servizio di accompagnamento nei confronti di persone che hanno subito un lutto. È un itinerario che unisce il supporto psicologico alla semplice presenza, fino alla preghiera e alla cura della dimensione spirituale nel dolore. E la cosa è gestita in modo molto sereno, equilibrato, tra tutti i volontari.
Non è nemmeno raro che la donna riformata, che guida la sua comunità, abbia alcuni incarichi di carità da responsabile per tutti i battezzati: non sarebbe questo, in fondo, ciò che caratterizzerebbe il diaconato femminile?
(Apro una parentesi e prevengo l’obiezione; eh, ma il sacramento dell’ordine nel mondo riformato non c’è, etc… va bene, ma da un punto di vista concreto, ossia di vita quotidiana ecclesiale, il fatto è che alcuni cattolici —laici, presbiteri — si trovino a lavorare in situazioni, ambienti, servizi guidati da donne pastore. Quindi, possiamo dire che questo non corrisponde alla volontà di Dio? Non so, mi trovo sempre in difficoltà nel vedere che una certa attività funziona, aiuta, fa crescere e pensare che Dio non voglia…)
Di certo, quando si scrivono certi documenti, con un lessico e uno stile che dicono una certa idea di potere più che di sapere, mi chiedo: ma l’ecumenismo, che forse ai piani alti del ragionare teologico non sembra godere di ottima salute, che contraccolpi, che conseguenze subisce, sul piano quotidiano? Perché c’è un bel mondo di servizio all’umano che va valorizzato, non ostacolato. In fondo, per fortuna, se una via di condivisione funziona, non viene abbandonata per qualche nota romana. Epperò bisognerebbe avere almeno la prudenza di usare maggior finezza lessicale e stilistica (almeno!), se non ragionativa: perché poi, alla sera, chi si trova al tavolo con la pastora, almeno non abbia l’imbarazzo di sentirsi un poco ‘scoperto’ dalla sua ‘madre chiesa’.