Quarta domenica di Pasqua
Sarebbe facile, leggendo il vangelo di oggi, fermarsi sul tema del pastore e del gregge, magari dandone una rassicurante lettura clericale, come se questa pagina, così nota e così rappresentata anche nell’arte, fosse solo questione di preti. Magari per marcare la differenza o la vicinanza tra quel pastore e il pastore che è Gesù Risorto.
Ma se vogliamo provare a farci interrogare dalla Parola che questa domenica ci è data, bisognerà forse fare un passo ulteriore e tentare di ampliare lo sguardo, così da leggere un modello di relazione che essa ci dà, aprendoci agli altri e aprendoci a Dio. Perché c’è qui un invito anche a sostare e interrogarci sulla qualità delle nostre relazioni umane: siamo capaci, ciascuno nel suo stato di vita, nella proprio vissuto, nelle pieghe della quotidianità, di «chiamare per nome», entrare con delicatezza nel territorio dell’altro, andare insieme dove c’è «pascolo», ossia dove c’è vita vera, vita autentica? E, ancora prima, siamo capaci, abbiamo il coraggio di guardare l’altro, fermarci su di lui?
Il pastore che Gesù descrive è capace di prendersi cura della relazioni, di custodirle, di farsi vicino, di condividere, di generare vita. È un esempio che indirettamente ci pone la domanda su come abitiamo le nostre relazioni, sia con chi ci cammina accanto, con chi incontriamo, sia guardando verso l’alto, coinvolgendo il nostro rapporto con Dio: siamo in grado di curare la nostra relazione con il Risorto, siamo capaci di custodirla, darle tempo e spazio, difenderla da ciò che vorrebbe, invece, soffocarla? Due facce di una medesima medaglia, di uno stesso ‘stare con’: il fratello, la sorella, Dio.
Così davvero possiamo interrogarci sul nostro ‘essere per’, sul nostro stare nelle relazioni. Sapendo anche che è il pastore Risorto quello che per primo ci cerca, ci chiama, ci invita al pascolo di esistenze vere, generative. Ma, come in un ogni rapporto, a noi è chiesta la responsabilità di metterci dentro la nostra libertà, la nostra umanità. Perché anche noi possiamo essere come il pastore o come il ladro, che invece calpesta l’altro, lo rapisce, lo piega a sé.
Allora sentiamo anche la responsabilità di metterci in guardia, per fuggire a quanti sono predatori, a quanti sono manipolatori, a quanti soffocano e non fanno crescere, a quanti usano per propri fini, per propri egoismi. Difenderci dal ladro, dare spazio all’abito del pastore… sapendo che pure a noi può capitare di diventare ladri…
In questi giorni significativi anche per la vita civile e per la sua storia, dovremmo anche interrogarci sul nostro modo di abitare la polis, sulla nostra disponibilità a non accondiscendere a violenze verbali e fisiche, sulle nostre posture civili – costruttive, attive, aperte – e sulla fiducie che accordiamo.
Di nuovo, il Vangelo è sempre la via per misurare la nostra umanità: possiamo puntare su «una vita in abbondanza» o sulla sopraffazione, più o meno esplicita, quella che ci autorizza a «rubare, uccidere e distruggere».
…” 25 aprile Festa della Liberazione,” tutti in piazza in tutto il Paese, a festeggiare, a commemorare in ricordo di questa importante conquista. Sono passati molti anni e nell’oggi è successo che tra bandiere presenti diverse come sono state le genti che allora insieme hanno lottato e condiviso dolori, manifesti atti di violenza. Nel Vangelo le pecore del Buon Pastore figurano essere ben custodite, esse conoscono chi le guida e hanno fiducia. La Festa della Liberazione è commemorazione per tutte quelle diverse comunità di appartenenza
ma con un unico spirito, insieme hanno realizzato questo bene che e da Libertà. Perché dunque non un solo vessillo commemorare in quel ritrovato spirito di amicizia questo bene che ancora nell’oggi necessita il difficile impegno che al bene comune e alla pace tra i popoli?
Io io io noi noi noi… la lettura moralistica del vangelo è anche segnale di come il suo oggetto non sia la vita di Gesù e l’incarnazione ma la nostra vita e il suo soggetto non sia Gesù ma io e noi. E credo che, come intende Pietro, la relazione in questo caso non sia con qualcuno che non sia l’io o il noi, in pratica l’autoreferenzialità ben descritta anche ai tempi e nei luoghi del vangelo.
Questa non posso lasciargliela passare, al malefico correttore!
DIO.. non IO.
Relazione. Permettimi una digressione.
Gamberini stracita il Rovelli che sostituisce relazione a oggetto/sostanza/ecc. Anche io convengo, ma si tratta di un altro significato di relazione, è gnoseologia..
Cioè x conoscere l’altro ho bisogno di relazionarmi con lui.
Ma non è vero che così non si deve più parlare di cosa/sostanza/identità dell’altro ! Se A è diverso da B posso conoscerlo con la relazione ma è la REALTÀ che lo accerta.
Per chiarezza la RELAZIONE di cui parli tu attiene a COME io mi rapporto con l’altro, se riesco ad amarlo anche senza conoscerlo. Profuma di IO.
Caro Pietro, correggendo io in Dio, allora si, direi proprio di sì!