Pane di vita, di ricordo e di unità

Celebrare l'eucaristia significa riconoscersi nutriti dello stesso pane, ricordare il bene ricevuto e vivere, ogni giorno, di quella vita che ci è promessa.
6 Giugno 2026

Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo

 

È affascinante come il nostro modo di leggere la Parola si incarni nei diversi contesti liturgici. Onestamente, leggendo il brano del Deuteronomio che oggi ci viene proposto come prima lettura, quanti si soffermerebbero proprio sulla “manna” se non perché lo leggiamo nella solennità del Corpus Domini? In combinazione, tra l’altro, con il discorso del pane di vita di Gesù tratto dal Vangelo di Giovanni. Eppure è evidente che entrambi i testi (così come la seconda lettura tratta dalla Prima lettera ai Corinzi) sono stati scritti ben prima dell’istituzione di questa solennità nel XIII secolo da papa Urbano IV. Dunque, ancora una volta, dovrebbe essere interessante capire cosa questi testi, intrecciati fra loro, possono dirci, ci ispirano, e in che modo hanno a che fare con la solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo. Difficilmente, infatti, il testo del Deuteronomio può aver voluto rifarsi all’istituzione del sacramento o, peggio ancora, a eventuali miracoli eucaristici.

 

Un pane per ricordare, un pane per vivere

Sembra di poter riconoscere due prospettive temporali ben distinte. Da una parte abbiamo il discorso di Mosè al popolo che guarda al passato. Il cammino nel deserto è finito, l’ingresso nella Terra promessa è ormai prossimo, ma bisogna “ricordare” il passato, “non dimenticare” ciò che il Signore ha fatto. Per fare questo si richiama per ben due volte l’esempio della manna, quella strana brina mandata da Dio per nutrire il popolo. La manna è quindi eletta come “cartolina” di un viaggio compiuto “sotto la protezione” di Dio.

Dall’altra parte abbiamo il discorso di Gesù, a metà fra lo splatter e la promessa. E d’altro canto quale immagine migliore del “mangiare qualcuno” per dire la volontà di amarlo in maniera piena, totale e assoluta? Quanti genitori dicono ai propri figli: “Sei così bello che ti mangerei!”. Ecco, l’idea è la stessa. Qui però serve “precisare” meglio questo mangiare, perché non è solo una metafora ma una promessa. Lo sguardo non è più al passato, per ricordare qualcosa, ma è al futuro, anticipando il dono della vita eterna. La carne e il sangue sono simboli per eccellenza (almeno nel mondo ebraico) della vita che scorre nell’essere umano. Per questo per ottenere quella vita che Gesù vuole donarci è necessario nutrirsi della sua vita, carne e sangue. E l’obiettivo infatti è proprio questo: vivere. Il Padre ha la vita, Gesù vive nel Padre e noi viviamo in loro.

 

Il pane dell’unità

È interessante a questo punto notare come, nonostante le differenze, entrambi i discorsi, e anche il breve brano paolino, si concentrino sul fatto che uno è colui che nutre mentre molti sono quelli nutriti, e come i molti, proprio perché nutriti da uno, vivono una qualche forma di unità. Mosè parla al popolo come se fosse uno: «Ricòrdati… Non dimenticare»; Paolo afferma: «Tutti partecipiamo all’unico pane»; e infine chi mangia la carne e beve il sangue, dice Gesù, «rimane in me e io in lui».

Oggi, in questo tempo, in questo mondo, mi sembra possa essere questo il senso autentico da riscoprire in questa solennità: celebrare l’eucaristia significa fare esperienza di quell’unità, di quella riconoscenza, di quel ricordo di bene, di quella promessa di vita che provengono dall’Unico che ci ha nutrito e continua a nutrirci, e significa essere chiamati a vivere tutto questo ogni giorno. Sarebbe questo, forse, il vero miracolo eucaristico per cui varrebbe la pena celebrare la solennità di oggi.

Una risposta a “Pane di vita, di ricordo e di unità”

  1. Alberto Ghiro ha detto:

    Gli ossimori e le apparenti contraddizioni ricordano come la fede cristiana sia nata come cambiamento di una cultura religiosa non in contrapposizione ma come continuazione sotto una nuova luce. In questo caso l’ossimoro è il cibo (pane) vivo dove per noi è normale che il cibo per essere tale debba essere morto, sia esso di originale animale che vegetale. L”ossimoro evidenzia quindi che il cibo è tale perché viene dato come atto di amore per la vita e che continua la relazione con esso perché vivente.

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