Domenica 11a del tempo ordinario
Una festa ordinaria?
Con questa domenica riprendiamo il cosiddetto tempo ordinario. Ci lasciamo alle spalle l’ebbrezza della solennità, che ormai ci accompagnava dalla domenica di Pasqua, e torniamo a celebrare “semplicemente” la domenica. La dizione è volutamente provocatoria. Non è male ricordare, infatti, che la definizione di “tempo ordinario” non significa un tempo “normale, scontato o banale”. Dal latino ordinalis, durante questo tempo le domeniche semplicemente si contano, seguendo appunto i numeri ordinali in maniera progressiva. Potremmo dunque parlare di un tempo ordinato, più che ordinario, così da non dimenticare che, di per sé, la domenica è sempre un giorno stra-ordinario, in quanto di festa, in quanto giorno del Signore. Un’osservazione banale, forse, ma che certo non fa male essere ribadita, a scanso di cadere nell’equivoco che certe domeniche, certe pause, certe celebrazioni valgano meno di altre.
L’origine della missione
Leggendo l’inizio del vangelo di questa domenica, subito mi è tornato alla mente un articolo che avevo scritto per VinoNuovo ormai cinque anni fa e che, a ben vedere, potrebbe essere valido ancora oggi, sulla “compassione” che Gesù prova vedendo le folle di fronte a lui, come pecore senza pastore. È interessante, però, come in quel racconto (nella versione di Marco) al riferimento alla compassione seguisse la moltiplicazione dei pani e dei pesci. In questo caso, invece, alla compassione non sembra seguire alcuna reazione da parte di Gesù, se non la chiamata dei Dodici. È proprio questo, allora, l’aspetto interessante. Con il vangelo di oggi inizia quello che viene definito il “discorso missionario” di Gesù – che continueremo anche nelle prossime due domeniche – e inizia proprio con questo riferimento alla compassione. Come mai? Forse, mi viene da pensare, perché è proprio questo il senso ultimo della missione stessa. I Dodici sono chiamati e inviati nel segno della compassione di Gesù, affinché portino l’annuncio del Regno in parole e opere (come direbbe Dei Verbum). Le azioni miracolose che gli apostoli possono fare e che vengono elencate non sono casuali ma sono chiari segni della presenza di Dio, di colui che vince la malattia, la morte (fisica e sociale, come la lebbra) e il male stesso in quanto tale (simboleggiato dai demoni). I Dodici nel loro cammino portano la presenza stessa del Dio di Gesù, colui che fin dall’Antico Testamento, come ci insegnano gli esegeti, prova compassione per i propri figli e le proprie figlie.
Una “chiesa” per nome
Questa missione, questo invio, però, non va pensata come un compito che un “superiore” impartisce ai suoi “dipendenti”. La missione in questo senso non è una spedizione ma una vera e propria chiamata all’incontro. Perché quella compassione da cui tutto ha inizio, è la compassione stessa degli apostoli, che stanno con Gesù e sono chiamati da lui. Come facciamo a dire questo? Perché quelli che sono inviati alle folle a loro volta non sono una folla. Hanno dei nomi, delle famiglie d’origine e delle caratteristiche ben precise. Sono delle singolarità chiamate per nome. Non serve dire che dietro quel “chiamati a sé” si nasconde in greco il termine da cui deriva la parola “chiesa”. La comunità dei cristiani, di coloro che sono “chiamati a sé” da Gesù, è fatta di singoli, di volti, di persone uniche e irripetibili. Chi è senza volto, potremmo dire, è il destinatario dell’annuncio, perché il dono è gratuito, ma non colui che è inviato. La relazione con Gesù, ancora oggi, ci dà un nome ed è proprio quella relazione che ci chiama a portare nella nostra vita, sul nostro volto, il volto stesso, compassionevole, di Gesù e del suo Dio.
Prima ancora delle sue opere e prima dei suoi insegnamenti e prima dell’incontro con le folle, viene la relazione con i dodici senza la quale penso che la sua avventura sulla terra avrebbe avuto epilogo diverso, semplicemente non sarebbe stata concepibile allo stesso modo. La stessa capacità di relazione e di empatia si ritrova in san Francesco e anche per lui è probabilmente stata determinante per trasformare un’anonima singolarità in una meravigliosa pluralità.
La compassione di Gesù diventa opera che può scaturire da ogni cuore di uomo fattosi sensibile nei confronti di fratelli deboli, bisognosi di essere visti da una società che vive solo interessata a ciò che il proprio IO vuole. Questa cecità può essere sconfitta soltanto da un gesto compassionevole come quello che il Divino amore ha realizzato mandando in Terra quella Luce Gesu Cristo che ha rotto le tenebre create dalla indifferenza, mancanza di amore tra fratelli dei figli dell’uomo e che l’oggi abbisogna