Nell’arco di un fine settimana il piano di pace per il conflitto tra Russia e Ucraina, pur senza essere mai divenuto ufficiale, ha ricevuto più di una sforbiciatura. I nodi restano però gli stessi, così come è sottilissimo il crinale dal quale la voce cattolica prova a dire la sua. In tal senso, l’articolo su Avvenire di Tommaso Greco, professore ordinario di Filosofia del diritto dell’Università di Pisa, sembrava promettere bene. Da un lato il Piano Trump, ma anche ogni soluzione (di «corposo riarmo») finora ipotizzata per risolvere la crisi ucraina, viene giudicato (negativamente) come fondato sull’antica convinzione che alla «forza» si può rispondere soltanto con la «forza» (per cui «i forti comandano e i deboli ubbidiscono»); dall’altro lato, il «rifiutare la logica delle armi» e dei «muscoli» non viene ridotto ad una resa pavida, ingenua o utopistica all’aggressore – come sostengono anche molti cattolici, immaginando di trovarsi in una situazione simile a quella della seconda guerra mondiale, mentre è molto più verosimile che ci troviamo dentro un revival delle contraddizioni precedenti alla prima. Giunti, però, al punto in cui indicare una prassi alternativa per «dare forza a chi ha ragione», il nostro professore individua di veramente tale solo la diplomazia (un po’ come ha fatto Riccardo Redaelli argomentando a favore di «una pace da adulti oltre il riarmo», senza però grandi altre pretese – salvo il riferimento all’ONU e al Multilateralismo).
Il resto dell’«importante chiarimento», per la sua velleità, sembra infatti andare sotto mentite spoglie nella direzione (sicuramente non voluta dal professore) del proseguimento della guerra o, comunque, del primato della forza – sempre che le domande seguenti non siano immediatamente derubricate a «tesi manipolate dalla propaganda di Putin sulle “ragioni profonde” del conflitto» (M.Delli Santi). In effetti, «le potenze emergenti» insieme alle quali si sarebbe dovuta (o si dovrebbe) esercitare «una pressione vera (…) per il rispetto del diritto internazionale» già da tempo ritengono non problematico cercare e trovare accordi con la Russia (e la Cina). Sono tutte “bollabili” come autocrazie, in una sorta di grande asse del Male? Il fatto che dopo quasi quattro anni non si sia ancora creato «un fronte interno di opposizione nei confronti di chi aveva deciso l’aggressione» dipende solo dalla non sufficiente «insistenza su sanzioni mirate e sempre più pesanti»? Riguardo l’auspicato ruolo delle Nazioni Unite, da quanto tempo esse non contribuiscono con efficacia ad un vero piano di pace? E a quali «forze di interposizione» si riferisce il nostro professore se non ai “caschi blu” (dato che l’invio di soldati NATO, anche se autorizzati dall’ONU, avrebbe significato la terza guerra mondiale)? Cosa significa, poi, «tolleranza zero nei confronti degli autori di crimini di guerra»? Salvo all’inizio (e forse di nuovo ora), per il resto del conflitto anche la stampa più ferocemente antirussa ha avuto difficoltà notevoli nell’esibire attacchi militari con un numero “scandaloso” di morti (a differenza di quanto è avvenuto e sta avvenendo a Gaza). Infine, la via della «valorizzazione massima del principio di autodeterminazione dei popoli, (…) pretendendo il rispetto dei diritti delle minoranze» non era stata già percorsa nel 2014-2015 con gli accordi di Minsk sulle «regioni contese»? Gli esiti, in realtà, li conosciamo. Essi, d’altronde, non potevano che portarsi dietro da entrambe le parti le ambiguità di quanto avvenuto nel biennio 2013-2104 (di recente ricordate anche da Angela Merkel), a loro volta, determinate da questioni di confine mai risolte del tutto (come in Crimea, almeno dal 1992-1994, se non dal 1954) o risolte solo parzialmente (come nel Donbass).
Anche il riferimento ad un eventuale «ruolo attivo» dell’Europa, ritenuta capace di compiere la «‘mossa del cavallo’» necessaria per «uscire dalle contrapposizioni», sembrava altrettanto promettente. Il professor Greco, infatti, parla di «rinuncia alla logica assoluta e assolutista della sovranità armata» e ipotizza, quindi, un’Europa «‘potenza civile’ anziché militare, con un consolidamento dei meccanismi democratici interni». Ma poi, subito, il nostro professore fa riferimento a passaggi decisivi del dibattitto attuale che, ugualmente, andrebbero sotto mentite spoglie nella direzione (non voluta) del proseguimento della guerra o del primato della forza. Quale altro fine, infatti, servirebbe oggi l’auspicato «superamento del principio dell’unanimità»? E il «rifiuto di legittimare le autocrazie, non accettando mai di barattare i valori con gli interessi del momento», non sottintende il rifiuto assoluto anche solo d’immaginare che la ricostruzione di rapporti commerciali ufficiali con la Russia potrebbe essere una componente della (eventuale) pace futura? Infine, se anche l’Europa riuscisse a «mettersi alla testa di una visione alternativa del sistema internazionale» fondata sul si vis pacem, para pacem, quali nazioni la seguirebbero se essa stessa considera molte di quelle che dovrebbe attrarre a sé come delle autocrazie illegittime con cui non si può avviare neanche un minimo dialogo?
In conclusione, per uscire da un «discorso pubblico internazionale (…) addensato intorno al ruolo della forza e delle armi» non mi sembra sia sufficiente disconoscere tale ruolo in linea di principio, per poi non accorgersi che quasi tutte le prassi politiche alternative proposte sono di fatto foriere di tensioni cariche di esiti guerreschi. Forse, come nel caso di Gaza, non bisogna farsi nessuna illusione sull’ennesimo piano Trump – da valutare, perciò, come un piano né di pace né realista ma solo io speriamo che me la cavo. Per poi auspicare l’esatto contrario di quanto propone con una bella metafora il professor Greco. Se quest’ultimo afferma che per «il nostro amore per la perfezione» dovremmo lavorare per «una perfezione nelle opere più basse, piuttosto che [per] qualcosa di meno perfetto nelle opere più alte», a me sembra che, proprio perché amiamo l’imperfezione, dovremmo auspicare e lavorare per qualcosa di meno perfetto nelle opere più basse, piuttosto che per una perfezione nelle opere più alte…
Limitandosi all’oggi, perché del diman non v’è certezza, quando era tempo non si è intuito che quella operazione bellica potesse durare così a lungo e oggi gli animi così inaspriti e più difficile il proporre una Pace quale la di vorrebbe tanto da ipotizzare che non fidando di accordi duraturi si ipotizza la necessità di non trovarsi a mani nude! Se così fosse, del domani davvero non c’è certezza che duri; anche lo spiegamento di sofisticate armi, il comune cittadino vede solo maggiore il pericolo che sovrasta la vita di popolazioni, non solo perché ancora maggiore e non conoscere chi osasse ricorrere a quel micidiale che una bomba atomica. Tutto quindi torna a ritrovare quella saggezza che sarebbe preservare a quel bene comune che è il pianeta Terra, con esso perirebbe tutto il genere umano, e veramente appellarsi a sentimenti di più fratellanza per un più cammino sicuro alla Pace
C’è un altro passaggio nel testo del professor Greco con la soluzione che avrebbe dovuto essere adottata subito dall’Europa (e che è pure molto cristiana): “L’invio di forze di interposizione capaci di porre un argine fisico all’avanzata delle truppe dello Stato invasore. Poiché è sempre e comunque la comunità internazionale ad autorizzare la risposta bellica all’aggressione, era il caso che essa esercitasse la propria responsabilità in modo da evitare le morti, la distruzione e la devastazione, e in maniera tale da confermare l’irrinunciabilità dei princìpi giuridici, facendo sì che essi non finissero stritolati nel tritacarne della forza”.
Invece noi – quando era tempo di farlo – non abbiamo “esercitato la nostra responsabilità” per mancanza di coraggio, lasciando soli gli ucraini. E adesso, sì, per fermare l’ingiustizia siamo obbligati a usare maggior forza (oppure a cedere a quell’ingiustizia. Che genererà poi inevitabilmente altri conflitti futuri)
Roberto caro, forse non sei arrivato al punto dell’articolo dove si parla di quel passaggio e dove faccio notare che un intervento del genere sarebbe stato impossibile perché avrebbe significato ufficialmente un intervento della Nato e quindi terza guerra mondiale. Una delle contraddizioni dell’articolo che faccio notare.
2) L’Eropa che siede sugli scranni di Bruxelles smetta di prenderci in giro con la sua morale che sbandiera presentandosi come paladina della democrazia: 19 pacchetti di sanzioni contro Putin e con Netanyahu fa affari comprando le sue armi che testa sulle popolazioni civili palestinesi.
Alcune considerazioni.
1) vado Minsk da quattro anni e market e centri commerciali sono pieni di brand italiani, le marche più famose di abbigliamento, ristorazione, ecc.
Quella delle sanzioni è una balla che l’Europa cita imposto ma tutte le nostre aziende continuano a fare affari con Mosca e Minsk. Chi paga le sanzioni siamo noi quando facciamo la spesa e paghiamo gas e benzina