In morte di un giovane: prima lo stadio, poi la chiesa

Se oggi, il senso di appartenenza spirituale delle giovani generazioni di periferia è prima calcistico e solo poi, forse, religioso, allora la sfida per le diocesi e i loro vescovi è quella farsi carico di questo sentimento popolare come di un "prepotente" segno dei tempi.
22 Aprile 2026

Sabato 11 aprile, un quartiere della periferia nordest di Roma è animato da un mare di gente che attende davanti la chiesa: gli esercenti hanno chiuso le saracinesche e sono lì con gli insegnanti della scuola, le associazioni di quartiere, gli abitanti e tantissimi giovani. Tutti attendono, tristi e pazienti, il feretro di Mattia, un ragazzo di 16 anni investito da un’auto la notte di Pasqua. All’arrivo del carro funebre, ragazzi con fumogeni gialli e rossi accolgono la salma, come un gruppo di tifosi accoglierebbe un calciatore all’aeroporto.

Nei giorni precedenti, intorno al luogo dell’incidente sono comparsi fiori, palloncini e soprattutto sciarpe della Roma, di cui Mattia era tifoso. Le pagine locali dei quotidiani l’hanno descritto come «il giovane calciatore», una «promessa del calcio» che «sognava i grandi stadi mentre segnava sui campi di provincia». Padre e figlio erano «uniti da quel filo giallorosso (i colori della Roma, Ndr) che nemmeno questo tragico destino potrà mai spezzare».

È proprio questo filo calcistico che sembrava tenere insieme tutti i pezzi della narrazione che è stata fatta di Mattia. I primi a diramare la comunicazione del lutto sono stati i canali social della società dove il ragazzo giocava, e le parole di cordoglio del presidente della società sono state riportate dai giornali prima di quelle della scuola e del presidente del Municipio. Il giovedì precedente al funerale, durante una partita della Roma, la tifoseria ha esposto uno striscione commemorativo nella Curva Sud dello stadio Olimpico, proiettando sul maxi schermo la foto del ragazzo. Al funerale la parrocchia e il settore nord della diocesi erano lì a far sentire la loro presenza, ma ben pochi amici di Mattia avranno fatto caso al fatto che a celebrare il funerale fosse il vescovo di settore in persona, mons. Stefano Sparapani, perché il senso di appartenenza per le giovani generazioni di periferia, prima che religioso, è calcistico.

Non è solo una questione identitaria («Di che squadra sei?»), ma si tratta di una vera e propria appartenenza spirituale, soprattutto per i maschi. A Roma e nelle grandi città lo vediamo chiaramente: tutta la drammatica via crucis ai bordi delle strade, nei luoghi dove le vite sono state spezzate da incidenti automobilistici, è segnata da sciarpine e gagliardetti, come un tempo gli ex voto costellavano i muri intorno alle edicole dei santi. La sfida per le diocesi è farsi carico di questo sentimento popolare, che appare prepotentemente un segno dei tempi.

Nell’omelia mons. Sparapani ha provato ad intercettare la sensibilità dei tantissimi ragazzi presenti. Del resto non gli manca l’esperienza di periferia, più o meno la stessa da cui proveniva Mattia. Ha guardato i ragazzi, ha letto sulle loro magliette la scritta “Mattia vive” e l’ha decodificata: quello che i ragazzi hanno scritto sull’onda dell’entusiasmo e che continuano a scrivere su tutti i muri è un atto di fede in un amore più tenace della morte, che dà forza e coraggio a chi resta e che nessuno potrà togliere loro. «Chi ci separerà?» chiedeva Paolo in una delle letture: «né morte, né vita». Per un adolescente, che non riesce a vivere con accettazione l’esperienza della morte, l’accesso a questo modo di sentire la fede è più diretto, seppure con delle modalità che non sempre l’istituzione riesce a comprendere e valorizzare, in un’ottica di costruzione di fede adulta.

Allo stesso modo, gli adolescenti hanno accesso al piano profetico, seppure in maniera istintiva e inconsapevole. È stata la fidanzata di Mattia a farcelo capire, regalandoci un suo piccolo ricordo sorprendente: la sera dell’incidente lui le aveva chiesto «se io non ci fossi più tu avresti paura?». Lei, che avrebbe risposto di sì, sul momento non ha detto nulla, lasciando aperta una domanda che in effetti è più importante della risposta.

Una risposta a “In morte di un giovane: prima lo stadio, poi la chiesa”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    E’ questo un altro fatto conosciuto di recente, in campo sportivo: il tennista che vincitore del torneo scoppia a piangere, piange la scomparsa dell’amico, altra giovane promessa, prematuramente morto, e così scrive:”giocherò per te, e ti porterò con me ovunque andrò…ti voglio tanto bene piccolo Mattia”. Ecco un esempio di quanto amore può albergare nel cuore di un giovane anche nel mondo di oggi, e provoca una riflessione: non dalla sola Vittoria l’animo umano pacifica la sete che prova di gioire, e a quale sorgente andare per pienamente dissetarsi?. Gesù ha colto questa necessità umana nella Samaritana che va al pozzo, e si è proposto essere Lui acqua viva, più efficace perché rialza a speranza anche se perdi, anche se cadi, se sei solo e bisognoso di coraggio a intraprendere anche vie sempre nuove. E’ un peccato che Egli non figuri educatore laicamente maestra di vita la sua Parola visto i fatti tristi che ogni giorno hanno protagonisti i giovani,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)