Il volto di Dio ” Sotto casa “

“Se per cercare chi è Dio finiamo per amare i poveri e chi ne ha più bisogno, vuol dire che Dio c'entra con l’amore per gli ultimi, quelli a cui nessuno pensa e che Lui si mostra a noi un po’ “a rovescio”, nel bisogno di essere amato e non nella potenza che ci sovrasta”.
11 Marzo 2013

Max Gazzè non è tra i miei favoriti. Ma a Sanremo mi ha incuriosito. E come spesso succede, su queste cose, i miei studenti mi precedono. Stavo proponendo loro di lavorare su alcune canzoni, come da qualche anno a questa parte, che abbiano testi interessanti dal punto di vista religioso, soprattutto su temi cristiani. E Giada: “Prof. l’ha sentita quella di Max Gazzè a Sanremo?”. “Sì, carina, credo sia interessante. Se volete sceglierla per il lavoro a gruppi va bene”. 

Di solito le scelte sono più “classiche”: Vasco, i Rem, Liga, gli U2, i Negrita. Qualcuno va un po’ più in là: Talk DC, Avenged Sevenfold, Black Sabbath. A volte qualcuno, più raffinato, arriva anche a De Andrè o Capossela. Ma da qualche anno va molto, tra i miei studenti, la cover di un classico di Joan Osborne, “One of us”, portata sulle scene in Italiano da Finardi, col titolo “Uno di noi”.

Così l’accoppiata Gazzè – Finardi, quest’anno ci ha permesso di aprire un tema fondamentale che, di suo, poco passa nelle loro riflessioni: quale immagine di Dio abbiamo e quanta distanza questa immagina induce tra noi e Lui. E ancora un volta mi stupisco per i lampi di teologia istintiva che hanno, a volte, i miei ragazzi. 

Mentre lavorano a gruppi Giulia mi chiama: “Prof, non capisco cosa chiede la quarta traccia della griglia che ci ha dato”. “La quarta… quale immagine di Dio salta fuori dal testo… ad esempio se è un Dio carabiniere, occupato a far rispettare le regole, o un dittatore che non lascia spazio all’uomo e alla sua libertà di scelta, o materno e comprensivo che perdona tutti, o lontano e distratto che dopo averlo creato abbandona il mondo, o che promette e non mantiene, o che fa di tutto per il bene dell’uomo e per la sua felicità, o che ci da la conoscenza della verità e poi ci lascia liberi di realizzarla se vogliamo…” “Ah, ho capito… bhè la canzone di Finardi è chiara… Un Dio quasi come un amico, ma che forse ci può dare le risposte a tante domande che la vita ci costringe a porci… e magari ci possiamo anche prendere cura di Lui e non cercarlo solo per i nostri interessi. Eh, sarebbe carino se fosse così!”. 

“Ma quella di Max Gazzè – interviene Lubor – non la capisco su sta cosa dell’immagine di Dio…” “Bhè potrebbe indicare – ci prova Giulia – un Dio che si nasconde per farsi trovare nei poveri, e in quelli che non hanno più amore da vivere”. “Ah, mica male Giulia – faccio io – ma ti piacerebbe un Dio così?”. “Non lo so…” E dopo una pausa: “Certo sarebbe molto più stuzzicante andarlo a cercare più che trovarlo già bell’e pronto da chi pensa di sapere com’è!” “Però forse è anche un Dio – replica Giulia – che si fa cercare perché così mentre lo cerchiamo finiamo per dare il nostro amore a chi ne ha più bisogno…” “Eh, carina l’idea, – ribatto – e magari potremmo scoprire che il modo con cui lo cerchiamo è già una mezza risposta di ciò che Lui è”. “In che senso prof.? – chiede Giada”. “Se per cercare chi è Dio finiamo per amare i poveri e chi ne ha più bisogno, vuol dire che Dio c’entra con l’amore per gli ultimi, quelli a cui nessuno pensa e che Lui si mostra a noi un po’ “a rovescio”, nel bisogno di essere amato e non nella potenza che ci sovrasta”.

Come non vedere tra queste parole istintive l’esigenza di un Dio più biblico e meno filosofico, che invece spesso manca alla riflessione teologica. Un Dio che si fa carne come noi, e che, annullando la distanza fisica tra noi e Lui, a partire proprio da qui ci mostra la differenza tra noi e Lui. “Come farei a lasciarti, o Efraim? Come farei a darti in mano altrui, o Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Io non sfogherò la mia ira ardente, non distruggerò Efraim di nuovo, perché sono Dio, e non un uomo, sono il Santo in mezzo a te, e non verrò nel mio furore.” (Os, 11, 8-9). 

Il santo, non il sacro, in mezzo a voi! E l’insistenza, oggi diffusa in una parte di teologi, sul concetto di Totalmente Altro, non rende davvero giustizia di questa linea biblica. Il Totalmente Altro è un concetto tipicamente moderno, che affonda le sue radici nella classicità pre-cristiana, che certo è entrato anche dentro la nostra tradizione, ma non ne ha mai costituito lo specifico. Perciò non credo che possa essere preso come chiave dell’immagine del Dio di Gesù Cristo. 

La differenza tra noi e Lui, per buona parte della Bibbia, non sta nella distanza abissale percepita nella esperienza del “sacro”. Sta invece nella sconfinata capacità di amare che Dio ci porta, nel suo intimo. E che si rivela possibile anche per noi, perché vissuta da Lui nel suo essere uomo e donata a noi col suo “regalo“ eucaristico. E oggi questo ha almeno una conseguenza rilevante. Una accentuazione eccessiva sul sacro rischia di mettere capo ad una religiosità che tende a “tirar via” dal mondo la parte spirituale della nostra vita, assecondando in questo modo la frantumazione che il post-moderno ci spinge a vivere. L’accento sulla santità di Dio invece spinge a “metter dentro” nella nostra vita un principio divino di amore, che in modo gratuito può trasformarla dall’interno.

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