«Professore, mai una gioia…». Questo è il linguaggio con cui gli studenti e le studentesse di oggi ti comunicano la concatenazione di una serie di eventi negativi. Ed anche io che sono di natura ottimista, anzi speranzosa, ogni tanto devo rubare loro questa simpatica espressione.
Già l’altro ieri avevo esternato (qui) i miei «martellanti dubbi» (Marracash) su alcune importanti carenze del Documento di sintesi del cammino sinodale italiano che restano evidenti ancora oggi, nonostante abbia risolto in senso positivo parte dei dubbi grazie alla discussione che ne è seguita.
Ieri, però, come delegati abbiamo ricevuto anche la conferma di tutte le parti introduttive e delle proposizioni del Documento che sabato dovremo votare e, di conseguenza, anche la conferma della presenza di una proposta dedicata agli educatori che ha provocato la mia esclamazione sconsolata: «da insegnante, mai una gioia» [1].
In realtà, ciò non è del tutto vero. Anche in seguito alle osservazioni (qui) fatte, un riferimento decisamente ambiguo all’insegnamento della religione come «servizio» da «valorizzare pastoralmente» (contenuto nei Lineamenti – 25.6) è stato modificato, così da chiarire e far salvo il suo «aspetto professionale e culturale», da valorizzare agli occhi degli studenti, anche come possibile esito “vocazionale” (Documento di sintesi, n.53,lett.b).
Certo, quando ho poi letto di «nuove alleanze e progetti» (n.25) o di «alleanza educativa» (n.39; 53), i timori sono cominciati ad aumentare: perché – mi sono chiesto – ribadire nelle proposte qualcosa che è già in atto e che si sviluppa in progetti condivisi, anche di aiuto e sostegno al disagio? Se ne vuole offrire un significato nuovo? Con il rischio di invadere o occupare spazi secondo modalità (di cripto-evangelizzazione) non consentite? Alla fine, però, mi sono detto: – se si tiene presente questo rischio e si lavora per evitarlo, male non fa -.
Male invece mi ha fatto – e molto – la proposta al paragrafo 39, lett.d) che ora suona così: “che le Chiese locali organizzino regolarmente occasioni di confronto e di ascolto tra giovani e insegnanti (in particolare di religione cattolica), degli educatori, animatori e allenatori sportivi e dei referenti di tutti i luoghi abitati dai giovani, per meglio comprenderne bisogni e linguaggi;” (grassetto mio).
I nostri lettori, soprattutto se hanno letto velocemente, si saranno domandati quale problema vi sia. In fondo, si chiede alle Chiese locali di promuovere momenti di confronto e ascolto tra giovani e insegnanti e altri educatori/referenti del mondo giovanile. Con il fine, nobile, di comprendere meglio bisogni e linguaggi di tale mondo.
In realtà, forse, i più attenti avranno almeno notato l’evidente sgrammaticatura costituita da quel “degli” posto dopo la parentesi e prima di “educatori”. Essa rende il senso della frase successiva poco comprensibile: è come se si chiedesse alle chiese locali di promuovere, da un lato, momenti di ascolto e confronto non con gli insegnanti ma tra giovani e insegnanti (rispetto ai quali essa – Chiesa locale – potrebbe restare “comodamente” esterna), e, dall’altro lato (ma in modo grammaticalmente non chiaro), momenti di confronto e di ascolto degli educatori/referenti del mondo giovanile da parte di ogni Chiesa locale (qui “scomodata” perché bisognosa di qualcuno che, conoscendoli da vicino, le parli dei giovani d’oggi estranei alla vita ecclesiale). A questo punto, il lettore particolarmente attento ai due diversi sensi della frase potrebbe sospettare un inserimento mal gestito.
Ed in effetti è proprio quello che è avvenuto. Sino alle assemblee regionali di settembre, durante le quali i delegati all’assemblea nazionale hanno proposto i loro emendamenti alla bozza del Documento di sintesi [2], la proposta al paragrafo 39, lett.d) suonava in quest’altro modo: “che le Chiese locali organizzino regolarmente occasioni di confronto e di ascolto degli insegnanti (in particolare di religione cattolica), degli educatori, animatori e allenatori sportivi e dei referenti di tutti i luoghi abitati dai giovani, per meglio comprenderne bisogni e linguaggi;” (grassetto mio).
Il senso della proposta, emersa con chiarezza dalla fase di ascolto del cammino sinodale [3] – e perciò rispettosa di esso – era e sarebbe stato cristallino: c’è bisogno di una Chiesa più capace di ascoltare e di confrontarsi con i mediatori educativi-culturali dei giovani (insegnanti, educatori, animatori, allenatori ed alti referenti), perché rivelatisi fondamentali nel riportare – insegnare? – alle Chiese il vissuto e il sentire di quei giovani (e relative famiglie) che non passano più per la comunità ecclesiale.
Ora, con la modifica effettuata, il bisogno (e il problema) che sembra emergere dal cammino sinodale è invece quello di far ascoltare e confrontare tra di loro i giovani e gli insegnanti. A prescindere dal fatto che questo ascolto dei giovani è chiaramente già richiesto nel paragrafo 38, l’ascolto e il confronto giovani-insegnanti è invece proprio ciò che è avvenuto durante il cammino sinodale e che ha permesso ad esso di far emergere la voce di adulti, giovani e famiglie esterni ed estranei alla vita ecclesiale.
Perciò ritengo quantomeno strano dedicare una proposta alla richiesta di realizzare qualcosa che è già avvenuto – e molto bene, secondo le sintesi diocesane e le segnalazioni dei mass media! – cancellando al contempo la richiesta di promuovere quell’ascolto e confronto tra Chiesa locale e insegnanti che normalmente non viene praticato, soprattutto se la prima (a partire dal vescovo) deve porsi in posizione di discens e i secondi in quella di docens.
È chiaro, quindi, che la piccola porta disegnata (e in realtà aperta) viene ora chiusa: soprattutto gli insegnanti, da soggetto riconosciuto di un “servizio”, ritornano ad essere l’oggetto di un “servizio”. È chiaro, soprattutto, che nel passaggio dalla precedente forma del paragrafo 39, lett.d) a quella attuale (che dovremo votare) viene tradita, nei limiti del tema in questione, quella «fedeltà» e «coerenza» con il cammino sinodale che dovevamo rispettare nei lavori regionali.
A tal proposito, qualcuno potrebbe domandarsi come mai tale emendamento è stato approvato. In realtà, l’inserimento degli emendamenti non era di competenza delle assemblee regionali ma della Presidenza del Comitato nazionale (nella sua totalità? o in una sua parte?), alla quale gli emendamenti dovevano essere semplicemente inviati. Certo, sempre lo stesso qualcuno potrebbe domandarsi perché lo si sia fatto arrivare. Ma qui si dovrebbe sapere come, anche nella vita non ecclesiale, funzionino (male) questi momenti: il poco tempo, una riunione non in presenza, il solito malcompreso “amore per l’unità”, l’affidamento alla maggiore sapienza dei “superiori” ed ecco che l’emendamento proposto, invece di essere bloccato a livello regionale per palese mancanza di «fedeltà» e «coerenza» con il cammino sinodale, arriva in sede nazionale. D’altronde, non si poteva legittimamente sperare che a tale livello vi fossero tutte le competenze per non perdersi pezzi sulla via dell’armonizzazione e per accorgersi di tali ridondanze ed errori?
Spero sia ora più chiaro il perché dell’esclamazione iniziale «mai una gioia», manifestato però sempre per amore della Chiesa tutta e del cammino sinodale svolto – al di là, anzi “al di qua”, di ogni possibile futura modifica o integrazione del Documento da parte della CEI. La delusione è forte anche perché non vedo il motivo per cui non si sarebbe potuta apportare in extremis una correzione, come è avvenuto altre volte – e in altre forme di vita associata – giustificandola con la presenza di un evidente refuso o errore materiale [4].
Saremo invece costretti a votare, per chi se ne accorgerà, una proposta sgrammaticata, infedele e incoerente rispetto a quanto emerso dal contributo che i mediatori educativi-culturali dei giovani hanno portato in questi anni al cammino sinodale italiano [5]. Ma in questo caso, a malincuore, mi sarà chiaro come votare!
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[1] In effetti, chi mi segue sa che non è la prima volta che tra CEI e Scuola o Insegnanti (di religione, in particolare) si creano delle incomprensioni.
[2] Il testo è rinvenibile nella bozza fatta conoscere (qui) dal sito Silerenonpossum.
[3] Quasi identica dicitura, rispetto a questa della Bozza, era infatti rinvenibile nella pubblica proposta n.6 della Seconda Assemblea sinodale (“le Diocesi organizzino regolarmente occasioni di ascolto degli insegnanti (in particolare di religione cattolica), degli educatori, animatori e allenatori sportivi, per meglio comprendere i nuovi bisogni, anche spirituali, e i linguaggi contemporanei dei giovani”). E già nei Lineamenti (25.6) si parlava di «confronto frequente e stabile» – si noti! – tra insegnanti di religione e Chiesa locale.
[4] Si poteva tornare alla formula iniziale oppure immaginare un saggio compromesso: “che le Chiese locali organizzino regolarmente occasioni di confronto e di ascolto dei giovani, degli insegnanti (in particolare di religione cattolica), degli educatori, animatori e allenatori sportivi e dei referenti di tutti i luoghi abitati dai giovani, per meglio comprenderne bisogni e linguaggi;“. Invece, a scanso di equivoci, sarebbe stata ancora peggiore una modifica che avesse tolto tutti le preposizioni (“degli” e “dei”) davanti alle categorie dei mediatori educativi-culturali: in tal modo il senso generale del cammino sinodale (seppur reso con una sgrammaticatura) si sarebbero perso anche per le categorie di mediatori diverse dagli insegnanti.
[5] Non mi stupisce, quindi, anche se mi addolora egualmente, la non recezione di un’integrazione proposta, sempre relativa al mondo della scuola e dell’università: nei paragrafi § 31 (lettere b, c, d), 68 (lettera a) e 39 (lettera a), accanto alla dicitura “giovanile e familiare”, sarebbe stato quasi doveroso aggiungere la dicitura “scolastica e universitaria”. Questo perché nei temi in essi contenuti (affettivo-sessuale, giovanile, territoriale) la scuola e l’università sono ambiti in cui passano la maggioranza dei giovani (e relative famiglie) che le parrocchie e gli stessi movimenti/associazioni non intercettano più. Di conseguenza, sarebbe stato oltremodo sensato invitare le Chiese locali ad ascoltare anche questi ambiti nel momento in cui esse devono operare su quei temi un discernimento che sia il più ampio possibile.