«Ti condurrò da mia madre»

Il nuovo libro di Luigi Testa rivela che il desiderio non deve essere amputato per diventare cristiano. Deve essere assunto, ma senza perdere il suo timbro concreto, la sua storia, la sua carne.
13 Aprile 2026

“Ti condurrò da mia madre” di Luigi Testa – uscito in questi giorni con l’editore Sanpino – è un libro piccolo di formato, ma di rara densità spirituale. Piccolo, come certi oggetti devoti che si tengono in tasca; grande, come le parole che riaprirono, dentro chi legge, stanze da tempo chiuse.

La prima qualità di Testa è la sua lingua. Non una lingua ornamentale, ma una lingua incandescente. Le meditazioni scorrono come prose brevi, cesellate, tenute insieme da una conoscenza intima della Scrittura e soprattutto del Cantico dei Cantici, che infatti attraversa l’intero volume come una vena profonda: profumi, ferite, attesa, corpo, voce, sponsalità. Non siamo nel territorio del devozionismo ripetitivo; siamo in quello di una preghiera che osa essere tenera, sensibile, persino ardente. Non a caso la prefazione del Vescovo Arturo Aiello parla di «ceselli di fede e di amore» e di «squarci sul suo cuore di credente amante».

Ed è proprio qui che il libro rivela la sua originalità più preziosa. Il rapporto con Cristo è narrato con un’intimità maschile intensissima, fatta di prossimità, di fascino, di desiderio di contatto, di affidamento reciproco; tutto assunto e trasfigurato nella lingua biblica dell’amore sponsale. Luigi Testa – che ci aveva già regalato due anni fa Via crucis di un ragazzo gay – non ci mette tra le mani un artificio letterario, ma una forma spirituale precisa, coraggiosa e, per molti lettori, finalmente nominabile.

In questo senso, Ti condurrò da mia madre mostra, con naturalezza disarmante, che anche una sensibilità omosessuale può abitare il cuore della tradizione cattolica non da ospite tollerata, ma da voce pienamente credente. Testa non chiede permesso per esistere: prega. E pregando mostra che il desiderio, quando è attraversato dal Vangelo, non deve essere amputato per diventare cristiano; deve essere assunto, ma senza perdere il suo timbro concreto, la sua storia, la sua carne.

L’autore non commenta da lontano: si avvicina, si inserisce, si espone. Guarda, tocca, parla, piange, ricorda. La sua immaginazione contemplativa ha qualcosa di ignaziano e qualcosa di infantile nel senso più evangelico del termine: è libera, fiduciosa, disarmata. Così Betlemme diventa il luogo dove “Tu ed io” tornano a essere piccoli insieme; il Getsemani assume i toni strazianti di un amore che vorrebbe trattenere; la Passione si accende di una compassione amorosa che osa perfino il linguaggio dei baci, delle ferite coperte, del corpo amato nel dolore. Sono pagine che non hanno paura dell’affetto.

C’è poi Maria, naturalmente. L’autore la raggiunge con un tono filiale, ma mai infantilistico; la sua è una mariologia vissuta, incarnata, capace di tenere insieme nostalgia, consolazione e ferita. Le pagine di Testa – arricchite dalle delicate illustrazioni di Lorenzo Russo – non nascono da un laboratorio asettico, ma da una vicenda affettiva concreta, da una memoria di corpi, assenze, attese, fedeltà.

È questo, in definitiva, il dono di Ti condurrò da mia madre: restituire al Rosario la sua qualità di “appuntamento d’amore”. Testa consegna ai lettori un libro delicato e audace, devoto e letterariamente raffinato, profondamente ecclesiale e insieme sorprendentemente libero. Un libro che può fare bene a molti; e, forse, in modo specialissimo a quei credenti che per troppo tempo hanno pensato di dover scegliere tra la verità del proprio desiderio e la verità della propria preghiera.

Luigi Testa mostra che questa scelta non è obbligata. E lo fa nel modo più convincente: non argomentando, ma scrivendo pagine belle. Pagine che profumano di Vangelo, di Cantico, di lacrime, di carezze trattenute e di speranza ostinata. Pagine che, davvero, conducono da una Madre. E da lì, con dolcezza implacabile, riportano al cuore di Cristo.

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