Pregare per i presbiteri in crisi, ma chiedersi anche perché soffrono

Non è che certi abusi del ministero non sono accidenti legati alla soggettività dei singoli preti, ma conseguenze della struttura moderna del presbitero?
27 Aprile 2026
  • fotografia di Nazim Coskun su Unsplash

C’è una frase preziosa che ogni credente dovrebbe far sua, attribuita a Sant’Ignazio di Loyola: “Nella vita bisogna pregare come se tutto dipendesse da Dio e bisogna agire come se tutto dipendesse da noi”. L’insegnamento è chiaro: chi non prega, ritiene di far tutto da solo, mentre invece innumerevoli sono le situazioni nella vita e le variabili negli avvenimenti che sfuggono totalmente al nostro controllo. Chi, viceversa, prega ma non agisce, si deresponsabilizza in maniera pericolosa, attribuendo ora a Dio ora al “Principe di questo mondo” le cause della riuscita o della non riuscita delle situazioni per le quali prega. Insomma, preghiera ed azione devono essere vissute entrambe, manifestando al contempo la consapevolezza dell’importanza sia della fede che si “abbandona” (cfr Sal 131), sia della maturità di chi si riconosce responsabile in prima persona di ogni sua azione (cfr. Gn 1, 28; 2,15). Don Tonino Bello aveva coniato il bel neologismo, affermando che ognuno di noi deve essere un “contemplattivo”.

Ringraziamo dunque Papa Leone XIV per aver chiesto a tutti i credenti della Chiesa di unirsi in preghiera in questo mese di aprile 2026 secondo questa intenzione diffusa sulla
Rete Mondiale di Preghiera del Papa “Preghiamo per i sacerdoti in crisi“:

Signore Gesù,
Buon Pastore e compagno di cammino,
oggi mettiamo nelle tue mani tutti i sacerdoti,
specialmente coloro che attraversano momenti di crisi,
quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore
e la stanchezza sembra più forte della speranza.
Tu che conosci le loro lotte e le loro ferite,
rinnova in loro la certezza del tuo amore incondizionato.
Fa’ che sentano di non essere funzionari né eroi solitari,
ma figli amati, discepoli umili e cari,
e pastori sostenuti dalla preghiera del loro popolo.
Padre buono,
insegnaci, come comunità, a prenderci cura dei nostri presbiteri:
ad ascoltarli senza giudicare,
a ringraziare senza esigere perfezione,
a condividere con loro la missione battesimale
di annunciare il Regno con gesti e parole,
e ad accompagnarli con vicinanza e preghiera sincera.
Fa’ che sappiamo sostenere coloro che tante volte sostengono noi.
Spirito Santo,
ravviva nei nostri sacerdoti la gioia del Vangelo.
Concedi loro amicizie sane, reti di sostegno fraterno,
senso dell’umorismo quando le cose non vanno come speravano,
e la grazia di riscoprire sempre la bellezza della loro vocazione.
Che non perdano mai la fiducia in Te,
né la gioia di servire la tua Chiesa con cuore umile e generoso.
Amen

Molto significativa anche la meditazione proposta da Mons. Erio Castelluccci al clero delle diocesi di Modena-Nonantola e di Carpi prima della Messa Crismale, dedicata proprio quest’anno alla crisi dei presbiteri. Il Vescovo inizia individuando tre grandi cause che provocano disagio nei presbiteri: la sproporzione tra le energie spese e i risultati ottenuti nel ministero, il sovraccarico delle strutture, il fenomeno degli abusi presbiterali che è una grave ferita nel corpo ecclesiale. Poi contestualizza queste situazioni in quelle di una società nella quale siamo inseriti che vive tutta una serie di crisi profonde; le crisi presbiterali dovrebbero essere ri-dimensionate, proprio perché comprese in un contesto in cui la Chiesa vive delle sue crisi e al tempo stesso la società stessa è permeata da varie crisi. Infine, indica quattro passi necessari per affrontare le crisi presbiterali: vivere amicizie significative, chiedere aiuto nelle difficoltà, individuare le vere cause della crisi, frequentare gli ultimi.

Come credenti vogliamo raccogliere l’invito e unirci alla preghiera di Papa Leone XIV, così come ringraziare Mons. Castellucci per i suoi spunti. Al tempo stesso proponiamo anche noi una serie di riflessioni. Sulla scorta del rinnovato dibattito che ha nuovamente posto la domanda sulla possibilità di ripensare la legge che rende obbligatorio il celibato per i presbiteri nella Chiesa Cattolica di tradizione latina.

Potrebbe non essere un caso se i presbiteri latini si sentono “funzionari od eroi solitari”? Non dovrebbero sentirsi tali. Eppure è questo che viene chiesto loro. Amministrare i beni ecclesiastici, le parrocchie, gli oratori, le case, le varie strutture. A un parroco viene chiesto annualmente di rendere conto dei bilanci, e di firmare come rappresentante legale i vari contratti nella gestione di oratori e altre strutture. Come invece gestisca “le anime” dei fedeli (“cura animarum“) è un aspetto legalmente non rilevante e formalmente facoltativo. La teologia dell’Alter Christus ha condannato i presbiteri latini a una inevitabile solitudine, quella propria “dell’uomo solo al comando” che li rende agli occhi dei fedeli degli “eroi solitari”.

Se i presbiteri dunque vivono momenti di crisi, solitudine che pesa, dubbi che oscurano il cuore e la stanchezza che spegne ogni anelito, può darsi che le ragioni non siano solo da individuare negli sforzi che non corrispondono ai risultati, quanto in una legge che chiede loro di rinunciare ad una famiglia umana per vivere come “uomini soli al comando”, senza la fatica di un confronto fondante né con una moglie e dei figli, né con una comunità fraterna di credenti che viene invece gestita come quella di “sottoposti”: i laici sono “il gregge”. Il presbitero è “il pastore”.

Di conseguenza, le dinamiche del “clericalismo”, del “super-ego”, del “narcisismo”, della conduzione solitaria, dell’autoreferenzialità, potrebbero non dover essere liquidate come semplici “deviazioni” dell’autentico spirito del ministero, esattamente perché sono dinamiche e sviluppi determinati proprio dalle premesse  sulle quali il presbiterato è proposto e fondato.

In effetti, in merito agli abusi, Lungi dai casi di rilevanza penale – quali quelli della pedofilia o quelli legati ad appropriazioni indebite di fondi e di beni ecclesiastici – la “tentazione” di maltrattare i laici e di compiere vari abusi di potere che si manifestano in un ventaglio di varie scelte, azioni, comportamenti, atteggiamenti, è purtroppo non solo non rara, quanto anche poco sanzionata e contenuta, proprio a motivo del “potere” che è affidato all'”uomo solo al comando”. “Qui il parroco sono io e si fa come dico io”. Non è abuso di un presbitero tridentino. È condizione di un ministro che ha l’incipit di un “Alter Christus”. Dunque, un suo diritto.

Ma, come già detto, solo la verità ci farà liberi. Posto che sono tanti i presbiteri sani che si sforzano, con fatica, di vivere il proprio ministero: bisognerebbe chiedersi quanto delle loro crisi sia circostanza fisiologica di un ciclo vitale; e quanto invece sia conseguenza inevitabile della stessa impostazione con la quale il ministero viene delineato. Detto diversamente: se son sposato, dovrò rendere conto e condividere gioie e dolori con i coniugi e i figli, affrontando situazioni o periodi di eventuali crisi coniugali o genitoriali; se sono obbligato al celibato perpetuo per mantenere il ministero e al tempo stesso obbligato ad amministrare beni ecclesiastici piuttosto che “beni evangelici” non potrò evitare la solitudine dell'”uomo solo al comando” e dovrò subire la sofferenza di chi viene privato per legge della possibilità della realizzazione affettiva di una unione matrimoniale, pena la sospensione del ministero.

A quanti poi individuino in queste circostanze le cause reali delle loro sofferenze, sta la responsabilità nelle scelte da operare: lasciare il ministero per poter rispondere ad una vocazione affettiva matrimoniale, o rimanere nel ministero, affrontando sofferenze destinate a riproporsi, non potendone eliminare la causa.

33 risposte a “Pregare per i presbiteri in crisi, ma chiedersi anche perché soffrono”

  1. Pietro Buttiglione ha detto:

    Segnalo su Settimana News Vinicio Albanesi sulla scarsità dei preti.
    E le criticità delle nuove vocazioni in Africa. ( Nei commenti)

  2. Francesco Sottile ha detto:

    L’analisi di Alessandro Manfridi tocca un nervo scoperto, ma giunge a una conclusione che appare come una resa: l’aut-aut tra ministero e affettività. Come Movimento Sacerdoti Sposati, nel 35° giorno di digiuno di Don Giuseppe Serrone, sosteniamo che la ‘causa reale delle sofferenze’ non risieda nella vocazione matrimoniale in sé, ma nell’imposizione istituzionale che obbliga a una scelta lacerante.

    La vera responsabilità della Chiesa oggi non è invitare i preti in crisi a ‘lasciare’, ma operare per la riammissione al ministero dei sacerdoti sposati. Solo superando questo dualismo rigido e riconoscendo che il sacerdozio e la famiglia possono coesistere in un’unica, armonica testimonianza, si eliminerà alla radice la sofferenza di tanti pastori. La Chiesa di Papa Leone XIV è chiamata a essere una casa che integra, non un tribunale che impone esclusioni.

  3. Maria Venturi ha detto:

    Io vorrei che i preti cattolici avessero la possibilità’ ,non l’ obbligo ,di sposarsi . Come nella Chiesa Ortodossa ,sapendo pero’ che se fai la scelta di avere moglie e figli non puoi diventare vescovo o papa ( perche’ ci sarebbero problemi di nepotismo) ma solo rimanere parroco. All’ inizio molti sceglierebbero di sposarsi , io credo che dopo una ventina d’ anni e di esperienza, l’ entusiasmo per avere una moglie ,( dunque dei suoceri ,dei parenti della moglie), dei figli , ( dunque dei fidanzati dei figli o partner , non dico sposi perche’ non si usa piu’ ) , e tutti i problemi che questo comporta ,la maggioranza di propria volontà’ sceglierebbe di NON sposarsi !

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Non mi meraviglia che ci siano laici invidiosi della scelta di non sposarsi propria di ministri e consacrati, che ha evitato loro la fatica di dovere confrontarsi con un coniuge e crescere dei figli.
      Come detto, non esiste una scelta “migliore” tra quella del rimanere celibi e quella di sposarsi.
      Esiste, piuttosto, una scelta che risponde alla verità di quel che ciascuno di noi vive, che sia un laico celibe o sposato o che sia un ministro celibe ed uno che decida di sposarsi.

  4. Pietro Buttiglione ha detto:

    Se c’è una cosa della quale sono fermamente convinto è che il Cristianesimo ey la religione dell’ET…ET..
    del TUTTI TUTTI, SE siete digitali, dell’AND & e non c’ero dell’ OR.
    CURARE CHIESA E FAMIGLIA
    quindi è Cristiano.
    E ci si sposa xchè si ha BISOGNO dell’altro.
    Serve altro?

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Come ho più volte ribadito, un ministro che si sposa non è nè migliore nè peggiore di uno che rimane celibe.
      Il punto è che ognuno riconosca la verità della sua situazione e abbia la responsabilità di fare le sue scelte.
      Le sofferenze di cui parlo in questo articolo non sono necessariamente dovute al celibato, quanto ad una condizione nella quale i ministri sono inquadrati. Quella che li porta ad inaridirsi come amministratori di beni ecclesiastici. La legge che poi chiede di lasciare il ministero chi ritenga di aprirsi ad un matrimonio può negare la libertà e non favorire scelte che certamente facili non sono.

  5. Patrizia Selvaggi ha detto:

    Penso che il presbitero dovrebbe lasciare le incombenze materiali alla cura dei laici ed occuparsi esclusivamente delle anime e dei Sacramenti.

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Sarebbe un’ottima cosa e forse gli eviterebbe di caricarsi della gestione faticosa dovuta all’amministrazione patrimoniale e legale dei beni ecclesiastici, proprio a discapito delle energie necessarie alla “cura animarum”.
      Al momento, almeno qui in Italia, non è così.

  6. Giuseppe Pace ha detto:

    Frequentando la parrocchia da bambino (prima c’erano i francescani, da pochi anni i preti) Ora a 60 anni posso dire che avverto sostanziali cambiamenti. Le fraternità francescane condividevano le nostre e le loro quotidianità nella gioia e nel dolore. Adesso invece i turbamenti dei sacerdoti rimangono intrappolati nelle loro anime. Per quanto noi laici vogliamo sforzarci non saremo mai capaci di aiutarli spiritualmente. Il paradosso è che anche a noi manca il necessario conforto dello spirito.

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Giuseppe siamo tutti in cammino e san Paolo invita : “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10,12).
      Se Papa Leone XIV e mons. Castelluci indicano nelle sane amicizie una via di salvezza per i presbiteri e per quelli in crisi ancora di più, penso che i laici possano fare molto per loro

  7. Severo Piovanelli ha detto:

    Sono prete da 55 anni. Vogliamo promuiverevtutti quanti una sana libertá tale da permettere a ciascuno di fare le sue scelte ? Le scelte per tutta la vita lsappiamo essere ottime solo alla fine. La scelta di cambiare anche lungo il percorso é legittimave umana.

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Grazie dell’inciso don Severo.
      Penso che la questione fondamentale sia che ognuno risponda di sè stesso e sia resonsabile delle sue scelte.
      Per questo, come ci ricorda Gv 8, solo il riconoscere la verità di noi stessi ci porta a libertà.
      Se rimango celibe per scelta, ben venga.
      Se “sopporto il celibato” per legge, qualcosa non va.
      La Chiesa stessa riconosce a chi chiede dispensa la possibilità di potersi sposare.

  8. Liliana Piras ha detto:

    La crisi è diventato l’alibi che copre il disagio di affrontare da soli la vita. Senza una relazione seria con Dio; e sottolineo proprio la parola relazione, noi, tutti, siamo soli,mancanti, deboli. Gesù affermava che non era mai solo perché il Padre era sempre con lui. Il punto è questo, con chi stiamo,cosa desideriamo. I nostri legami se sono cristiani sono legami con, insieme, sono comunione. Le crisi vanno affrontate,analizzate non per buttare all’aria tutto,ma per ripartire con coraggio. Il Signore è con noi se scegliamo di fargli abitare il nostro tempo e le nostre difficoltà. Bisogna avere il coraggio di ribadire ogni giorno il nostro si sia in ambito laico sia in ambito religioso, è faticoso ne sono convinta, senza Cristo,impossibile!

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      La crisi non ha solo una valenza distruttiva ma porta in sè un invito ad un cambiamento.
      In particolare chi tra i ministri dovesse considerare l’opzione di accogliere una relazione affettiva stabile che porta ad un matrimonio (senza che ne sia andato alla ricerca) farebbe un’operazione di verità e di ordine sulla sua vita. Il punto non è che lascia il ministero chi è in crisi. Lascia il ministero chi sceglie di aprirsi ad un matrimonio. Ci sono altri che non fanno questo passo e che rimangono nel ministero ma permangono nella crisi, perche non hanno accolto la verità della loro situazione, a scapito della loro libertà. E son rimasti incatenati in una sofferenza non risolvibile.

  9. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Come supporre che una persona da prete e parroco possa svolgere pienamente il suo compito di padre spirituale se oberato da tante altre incombenze , che tolgono tempo proprio al suo ricrearsi in forza spirituale per essere servitore della Parola presso i fratelli!,! Cosi è per un genitore impegnato verso i diversi componenti la famiglia, l’impegno e educativo e a guadagnare il pane quotidiano necessario alla famiglia. Mi pare che Cristo abbia contemplato proprio questo quando ha detto che a seguire Lui sia necessario dare la propria vita, modello la Famiglia di Nazareth, Giuseppe e Maria verso il Figlio Gesù, così pure viene chiesto a Pietro tutto l’impegno verso la Comunità, un impegno oneroso quello di rialzare lo spirito in chi è debole, l’animo di tanta società come quella di oggi, bisognosa di e in chi credere e da condurre verso quella metà che è da credere certa è consolante dono di Dio

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Sappiamo che Pietro era sposato e verosimilmente lo erano anche gli altri apostoli, dato che l’opzione di rimanere “celibi” non apparteneva socialmente all’adulto ebreo (quella degli Esseni è una esperienza particolare e ristretta).
      E anche i primi presbiteri e vescovi lo erano, dai tempi apostolici.
      La legge che prevede il celibato obbligatorio per il clero latino arriverà dopo il primo millennio di Cristianesimo.
      E, come tutti sapete, non è un dogma di fede ma solo una legge ecclesiastica e potrebbe essere rivista senza chiamare in causa alcuna fede.

  10. Sergio Di Benedetto ha detto:

    Grazie Alessandro; dovremmo forse anche dirci, con onestà, che ci sono anche presbiteri di rito latino che, in modo nascosto, non sono di fatto celibi, dentro relazione etero o omosessuali. Tra una maggioranza celibe, c’è una minoranza non celibe.

  11. Arianna Romani ha detto:

    Il ragionamento è fallace, perché vedrebbe una famiglia come uno strumento al servizio del prete e non un dono di sé all’altro. Io posso servire un prete in amicizia, come figlia spirituale, come perpetua, posso accoglierlo nella mia famiglia e in questo offrire ciò di cui ha bisogno. Un matrimonio è diverso: una famiglia è luogo di servizio non luogo al tuo servizio; non ci si sposa perché si ha bisogno.

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      L’idea che il matrimonio sia un “remedium concupiscientiae” è un idea antica, ma io non affermo nulla di simile.
      Non ho mai affermato che un prete deve sposarsi per “mettere al suo servizio moglie e figli” ma solo per una condivisione di amore.
      Vorrei capire, visto che la Chiesa Cattolica ammette preti sposati cattolici di rito orientale, perchè dovrebbe essere impossibile permettere anche ai preti di rito latino di farlo. Oggi, come sappiamo, per sposarsi devono rinunciare al ministero.

  12. annalisa sanguineti ha detto:

    chi intraprende la strada del sacerdozio, sa già che sceglie anche il celibato…
    Come si fa ad aver famiglia e parrocchia, saresti un prete a metà e un marito a metà.
    Una donna che sceglie la strada religiosa, non può anche mettere su famiglia.
    Sono ovvietà, ma nella vita bisogna scegliere…

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      La vita è fatta di scelte e le scelte vanno fatte ogni giorno. Forse è una scelta più sana lasciare e sposarsi se si riconosce una storia affettiva importante piuttosto che rinunciare a farlo e rimanere nel ministero, magari sfogandosi con il trattare male i laici con vari abusi di potere.
      San Paolo è abbastanza chiaro su questo, cfr. 1Cor 7, 7-8.

  13. giovanni sannino ha detto:

    Il celibato del prete è un bene per la comunità e per sé stessi. Leggetevi il piccolo opuscolo: dal profondo del nostro cuore del papa emerito Benedetto XVI e del cardinale Sarah. Fa un bene dell’anima e soprattutto, per chi ama la Chiesa, pone il celibato del prete come uno dei baluardi per la salvaguardia della fede dei credenti. Personalmente infine credo che ipotizzare il celibato dei preti come una delle cause della crisi presbiterale se non l’unica è già una mancanza di fede. Coloro che la cavalcano dovrebbero essi stessi per primi domandarsi sull’autenticita della loro fede.

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Come ho già scritto, in questo articolo non affermo minimamente che il celibato sia l’unica causa delle crisi dei preti. Affermare invece che il celibato sia un bene per la comunità e per sè stessi non è una verità assoluta. In primo luogo perchè la Chiesa Cattolica prevede preti sposati al suo interno nella tradizione orientale; in secondo luogo perchè bisognerebbe come analizzo chiedersi come mai più di un prete celibe si sente giustificato ad abusare del suo potere a danno dei fedeli e della Chiesa

  14. Isa Angelini ha detto:

    Si sa, quello che non si ha, si desidera.
    Si desidera perché non si conosce.
    Non si conosce e lo si idealizza.
    Un tempo ero favorevole al matrimonio dei preti.
    Oggi assolutamente no. Un presbitero in crisi, più un presbitero in crisi con la famiglia … No grazie.
    Quante Ve ne risparmiate, fin qui?
    Non ci sono più donne votate al Matrimonio, figuriamoci ad un presbitero. Giusto il tempo del viaggio di nozze. È già successo tante volte. Le energie? È disumano portare avanti Ordine e Matrimonio.
    A DIO, A DIO TUTTO È POSSIBILE!

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Gentile Isa, il punto non è che un prete sposato sia migliore di uno celibe, nè che non possa entrare in crisi più o meno di lui. Il punto sta nel fare verità in ogni singola storia. Ci sono preti che non lasciano proprio perchè non è semplice fare questo passo ma vivono male perchè non sono nella verità. C’è anche chi lascia e poi si divorzia. Ma le scelte vanno sempre compiute in piena libertà e rispettate senza essere pesate come migliori o peggiori di altre.

  15. Stefano Guglielmi ha detto:

    Come Chiesa, come popolo di Dio, dobbiamo camminare secondo lo Spirito e lasciarci smuovere da forme statiche di ministerialità (solo per maschi, celibi), ma aperti e docili a rimetterci in discussione, ricomprendendo il valore della scelta celibataria affiancata al ministero sponsale, con una riforma strutturale delle comunità ecclesiali, grazie al contributo di tutti/e, laici e ministri ordinati intelligenti e appassionati del Vangelo.
    Lì sento che il dono che mi è stato affidato dalla Chiesa trova senso e gusto, oltre le solitudini e le incomprensioni. GRAZIE

    • Alessandro Manfridi ha detto:

      Grazie don Stefano per la sua testimonianza.
      Nell’epilogo dell’articolo sono chiaro, credo, affermando che a quanti individuano le loro sofferenze in queste cause (il celibato obbligatorio) di impone la verità di una scelta. Non dico che il celibato è la causa di tutte le crisi presbiterali. Bisognerebbe invece domandarsi quali siano le ragioni dei non rari abusi di potere che relegano i laici a “sottoposti”.

  16. Stefano Guglielmi ha detto:

    Inoltre, sai meglio di me che, quel “alter Christus” NON è solo dei preti, ma tutti i battezzati/e sono chiamati/e a far emergere nella loro vita, nelle loro azioni quotidiane il volto di Cristo. Come prete non mi sento un “altro Cristo”, un suo “rappresentante in terra”, ma nell’incontrare e lasciarsi incontrare rimandare ad un “Altro che è Cristo”. Scusami non volevo fare un pippone teologico ma rilanciare che soluzioni facili e rapide non ce ne sono.

  17. Stefano Guglielmi ha detto:

    Come cattolico in questo tempo di complessità non metterei in contrapposizione o alternativa “prete celibe” o “prete sposato”. Non sarei per “o … o …”, ma per “e … e …”. Certo cambiando stile e modalità di vivere la pastorale per chi da prete avrebbe anche una famiglia accanto a sè da custodire e accompagnare. Questo varrebbe anche per chi vive e abbraccia consapevolmente il celibato come forma dell’amore, non dovrebbe (come ora accade) essere oberato di questioni solo amministrative e burocratiche, ma liberato da queste incombenze (affidate a figure professionalmente più preparate ed in equipe) per stare accanto a coloro che la vita “ha reso eunuchi” (non si sentono amati e capaci di amare) come diceva ed era stato etichettato Gesù stesso!

  18. Stefano Guglielmi ha detto:

    Salve Alessandro e grazie per questa sincera e chiara riflessione a partire dalla “crisi” che tutti viviamo in questo cambiamento d’epoca. Come prete diocesano sento in me il rischio di essere visto e vivere come “l’uomo solo al comando”, di uno sforzo “eroico” del celibato per dedicarmi tutto al servizio non sempre e solo evangelico di “gestore pastorale”. Per fortuna mia e desiderio autentico, vivo con altri preti e ci confrontiamo e cerchiamo di coltivare spazi e tempi di fraternità, ma anche posso entrare in alcune famiglie amiche, dove si parla di tutto, senza ruoli e finalità, solo perché ci vogliamo bene. Sono poi reduce di un finesettimana per/con coppie di sposi dove si è dialogato a fondo sul tema del dialogo tra loro e con noi preti per aiutarci e sostenerci a vicenda.

  19. Carlo Macciò ha detto:

    Preghiamo per essere DEGNI del dono di tante sante e sincere risposte alla chiamata di Dio al Suo servizio e per renderci disponibili, quando succedesse che voglia onorare NOI o un nostro figlio o nipote con questo invito, a rispondere prontamente “Eccomi MANDA ME!” Ho una domanda: e se Dio decidesse di chiamare un disabile fisico a questo servizio? Buona giornata a tutti voi e grazie per il vostro servizio. Con tanta amicizia Carlo da Borghetto Santo Spirito 😀❤️

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