La visita di Leone XIV in Spagna è stata presentata come un evento storico. E, in parte, lo è. Il papa arriva preceduto da una solida immagine internazionale, costruita sulle sue critiche a Donald Trump, sulla sua denuncia delle guerre e sulla sua preoccupazione per gli effetti disumanizzanti dell’intelligenza artificiale e del potere tecnocratico. Di fronte al silenzio o alla complicità di molti leader politici, Leone XIV ha saputo porre alcune questioni etiche al centro del dibattito pubblico.
Sarebbe ingiusto negare questi meriti. Sarebbe altrettanto ingiusto ignorare il valore simbolico dei suoi incontri con migranti, con persone private della libertà o con gruppi emarginati. Sono gesti che mantengono viva l’intuizione fondamentale del cristianesimo: la dignità di coloro che sono esclusi dai circoli del potere.
Una volta riconosciuti questi aspetti positivi, è inevitabile chiedersi se stiamo davvero assistendo a un approfondimento del cammino aperto da Francesco o, piuttosto, a una versione moderata, istituzionalizzata e annacquata di quell’impulso timidamente riformista.
Francesco si è concentrato sulle periferie. Ha parlato di una Chiesa povera per i poveri, ha denunciato il sistema economico globale che uccide, ha messo in discussione l’idolatria del mercato e ha costruito ponti con i movimenti popolari di tutto il mondo. Il suo linguaggio, con molti limiti, era in sintonia con comunità di base, con organizzazioni sociali e con settori che richiedevano profonde trasformazioni. Leone XIV sembra operare su un piano diverso. Il suo approccio non si concentra tanto sulla mobilitazione delle persone per costruire un mondo nuovo, più umano ed evangelico, quanto piuttosto sull’umanizzazione delle istituzioni e del sistema stesso, senza metterlo in discussione, tentando invece di recuperare un ordine anteriore al trumpismo ed all’ondata internazionale di estrema destra.
La differenza non è di poco conto. In periodi di relativa stabilità, migliorare le istituzioni potrebbe sembrare una risposta ragionevole. Ma viviamo in un’epoca segnata dall’espansione dei conflitti armati, dall’aumento delle spese militari, dall’estrema concentrazione della ricchezza, dall’erosione della democrazia e dal crescente potere delle grandi aziende tecnologiche, capaci di influenzare l’informazione, l’economia e la vita quotidiana di milioni di persone. Ci troviamo di fronte a una combinazione di militarizzazione, di oligarchizzazione e di controllo tecnologico che alcuni autori descrivono come un regime di guerra di tipo tecno-feudale.
Alla luce di questo scenario, quello che appare come un discorso che auspica il recupero di istituzioni più umane, anteriori al trumpismo, sembra insufficiente. Il problema attuale non è quello di una crisi del sistema precedente, già profondamente ingiusto, bensì quello delle strutture che, prima e ancor più ora, producono sistematicamente disuguaglianza, esclusione e violenza. Pertanto, la critica morale, pur essendo necessaria, non basta. L’entità delle sfide impone di mettere in discussione specifici rapporti di potere e di aprire orizzonti di trasformazione che vadano oltre la gestione umanizzata dell’esistente.
Ed è proprio qui che Leone XIV sembra mostrare i suoi limiti. Il suo discorso interpella le coscienze, ma raramente indica iniziative chiare di una trasformazione strutturale. Denuncia gli effetti più drammatici dell’attuale radicalizzazione del sistema capitalistico, ma evita di scontrarsi con il sistema stesso. Di fatto, numerosi centri gestiti dalla Chiesa sono orientati a educare le élite sociali che promuovono l’attuale sistema ingiusto. Il papa invita al dialogo, ma proprio a partire dagli stessi mezzi di comunicazione della Chiesa si diffonde un messaggio polarizzante, sempre a favore della destra politica. La compassione rimane nel discorso del papa, sebbene perda la sua reale capacità trasformativa, per limitarsi ad una mera proposta etica e assistenzialistica.
L’ambiguità della strategia di Leone XIV è emersa chiaramente durante la presentazione dell’enciclica «Magnifica Humanitas». Sebbene l’enciclica metta in guardia contro la concentrazione del potere tecnologico e i rischi di una intelligenza artificiale asservita alla logica del profitto e della guerra, il Vaticano ha invitato come relatore Christopher Olah, co-fondatore di «Anthropic». «Anthropic» è una delle aziende che ripulisce la propria immagine con un presunto atteggiamento etico, consentendo l’utilizzo dell’IA al servizio della guerra, in particolare per controllare e attaccare i paesi contrari agli interessi imperialisti degli Stati Uniti. La scena simboleggia la tensione che sembra attraversare la proposta di Leone XIV: appellarsi alla moralità senza promuovere reali cambiamenti nelle alleanze della Chiesa istituzionale con il potere.
La Spagna
La scelta della Spagna come prima meta nell’Unione Europea è particolarmente significativa. Non sembra essere una decisione casuale. Negli ultimi anni il governo spagnolo è diventato un punto di riferimento internazionale per una strategia politica volta a preservare le istituzioni liberali e socialdemocratiche di fronte alle tensioni causate dalla crisi economica, dalla polarizzazione e dalla crescente logica bellica che pervade il mondo occidentale. Il suo governo crede ancora che accordi, riforme graduali e appelli al consenso internazionale preesistente all’attuale regime di guerra possano contenere i processi di disgregazione e di disumanizzazione del sistema.
La scelta di Leone XIV di questo scenario sembra indicare anche la direzione del suo pontificato. Non quella di uno scontro con l’ordine costituito, cercando di trasformarlo, bensì quella di una difesa etica e umanistica delle istituzioni esistenti, con l’obiettivo di recuperare una situazione precedente più umanizzata. Non è la voce di una Chiesa mobilitata a fianco di coloro che chiedono cambiamenti strutturali, ma la voce di una Chiesa che cerca di preservare spazi di convivenza all’interno di un sistema sempre più teso.
Vale la pena chiedersi se questa strategia sia adeguata nell’attuale situazione mondiale. Quando la logica della guerra si normalizza, quando l’economia è subordinata a interessi militari e finanziari sempre più concentrati e quando le tecnologie digitali diventano strumenti di controllo sociale, il ripristino di un precedente ordine istituzionale liberale e socialdemocratico potrebbe rivelarsi, in ultima analisi, una risposta impotente. Umanizzare le istituzioni esistenti è auspicabile, ma non sufficiente. Il problema risiede nel sistema stesso, che ora rivela senza remore il suo vero volto disumano.
Addomesticamento
In questo senso, l’eredità di Francesco sembra aver subito una sorta di addomesticamento sotto Leone XIV. Dopo decenni di restaurazionismo ecclesiale, Francesco ha aperto crepe inaspettate, seppur molto limitate. Ha parlato delle strutture del peccato, ha denunciato la cultura dello scarto, si è concentrato sulle periferie e ha restituito alla Chiesa parte della sua capacità di disturbare i potenti. Non ha trasformato l’istituzione in maniera decisiva, sebbene abbia recuperato una certa sensibilità che era stata a lungo marginalizzata all’interno della Chiesa.
Leone XIV conserva parte di questo linguaggio, ma lo orienta verso una prospettiva più prudente, istituzionale e meno conflittuale. Quello che in Francesco appariva come una critica potenzialmente trasformativa, ora diventa un appello alla responsabilità morale delle élite e al rafforzamento di alcune istituzioni, già ingiuste precedentemente, che mostrano chiari segni di esaurimento. Il risultato è una Chiesa che denuncia gli eccessi del sistema ma sembra impegnata a sostenerne i fondamenti, senza metterli in discussione, di fronte all’attuale ondata di estrema destra.
Questa moderazione nella sua visione politica si traduce in un vero e proprio immobilismo nell’ambito ecclesiale. Da anni ampi settori della Chiesa hanno chiesto a gran voce cambiamenti profondi: uguaglianza delle donne, democratizzazione delle strutture di governo, trasparenza radicale in materia di abusi sessuali, revisione del clericalismo e apertura a nuove forme di partecipazione. La visita in Spagna ha mostrato ancora una volta una Chiesa in cui nessuna di queste questioni viene affrontata. È difficile presentare la Chiesa come punto di riferimento etico quando mantiene strutture interne che riproducono disuguaglianze e favorisce abusi a causa della mancanza di reali garanzie dei diritti umani al suo interno.
In questo contesto la controversia relativa ai programmi di sponsorizzazione che offrivano incontri con il papa a grandi benefattori che donavano tra i 500.000 e il milione di euro per coprire i costi della visita, ha aggiunto un ulteriore elemento di dibattito difficile da ignorare. Sebbene gli organizzatori insistano sul fatto che non si trattava di stabilire un prezzo per l’accesso al papa, bensì di riconoscere i contributi destinati a coprire le spese della visita, l’immagine proiettata è problematica. L’iniziativa proietta l’immagine di una Chiesa in cui l’accesso alla più alta autorità spirituale sembra legarsi alla disponibilità economica, una percezione difficilmente conciliabile con l’ideale evangelico di uguaglianza e vicinanza ai più umili.
I problemi di fondo della Chiesa spagnola
La Chiesa spagnola continua a trascinarsi problemi di fondo. I risarcimenti insufficienti per le vittime di abusi, la resistenza nel rivedere privilegi storici o il ruolo svolto da determinati organi di informazione legati all’ambito ecclesiale, spesso trasformatisi in piattaforme per la promozione di posizioni conservatrici e di polarizzazione politica, proiettano un’immagine molto lontana dalla comunità fraterna proclamata dal Vangelo.
Alcune recenti decisioni vaticane rafforzano l’impressione che la priorità non sia più la profonda riforma, bensì la ricostruzione del prestigio istituzionale. Persino certe nomine nel campo della comunicazione, come la scelta di una sostenitrice di Trump a capo della comunicazione della Santa Sede, sembrano orientate a migliorare la capacità di influenza della Chiesa nei centri di potere e negli spazi mediatici, piuttosto che a rafforzare il dialogo con i settori popolari e le comunità di base.
Pertanto, la visita di Leone XIV lascia una sensazione ambivalente. Ci sono parole preziose, gesti significativi e una sensibilità sociale che merita di essere riconosciuta. C’è anche l’impressione che il suo pontificato si fermi a metà del cammino. Denuncia gli eccessi del sistema senza metterne in discussione i fondamenti o promuoverne la trasformazione. Parla di giustizia senza assumere pienamente le trasformazioni che tale giustizia richiederebbe all’interno della Chiesa stessa e nell’organizzazione delle nostre società.
Forse è per questo che l’entusiasmo generato è più limitato di quanto i mezzi di propaganda, da entrambe le parti, vorrebbero farci credere. Il successo delle grandi celebrazioni, le manifestazioni di massa e gli incontri istituzionali sembrano rispondere più ai bisogni di una classe media spaventata in cerca di riferimenti morali in tempi di incertezza, che all’emergere di un’autentica Chiesa del popolo capace di accompagnare processi di trasformazione sociale.
La questione di fondo rimane aperta. La Chiesa vuole camminare al fianco di coloro che chiedono profondi cambiamenti di fronte alla crisi ecologica, alla militarizzazione e alla concentrazione del potere economico e tecnologico? Oppure aspira principalmente a riconquistare rilevanza istituzionale in un mondo in trasformazione?
In tempi di guerra, di disuguaglianza e di concentrazione del potere tecnologico non è più sufficiente cercare di umanizzare le istituzioni e affidarsi all’assistenzialismo sociale, ripristinando o sostenendo così il consenso liberale e socialdemocratico in crisi, già profondamente ingiusto. È necessario camminare con il popolo e dare vita a un mondo nuovo, più democratico, giusto, soro-fraternale, ecologico e anticoloniale…ed a una Chiesa costruita dal basso, a partire dalla sua stessa base, senza privilegi né discriminazioni, una Chiesa veramente democratica che rinunci a essere uno Stato e una monarchia assoluta, per essere vero segno e strumento del Regno.
Articolo pubblicato l’8.6.2026 nel Blog dell’autore nel sito «Religión Digital» (www.religiondigital.org). Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli
Quindi sembra importante che un cambiamento debba avvenire per una presa di coscienza di ogni uomo,popolo, nazione, a riconoscere che umanamente è possibile la Pace ma attraverso solidarietà verso i deboli, come quando si vede chi fa fatica a camminare e gli si offre aiuto, Fratellanza in quanto esseri umani sia esercitando potere che portando con fatica e respirando polvere come ancora si vedono operai al lavoro senza adeguata protezione, è una misera paga. Un mondo dove tutto si compera, mezzo di sopravvivenza, ma per chi lo possiede, cosi necessario ad acquistare armi per guerre che risultano senza fine, solo sospese. Per questo sembra che la via scelta dal Santo Padre sia missionaria di un cambiamento che è più profondo perché si rivolge ai più piccoli perché i grandi intendano.. certo necessità Fede a tenere accesa tale Speranza di Pace come quella data è citata da Gesù Cristo! magari anche richiedere il“sacrificare” a fin di bene!
Del resto se si guarda a come Gesù Cristo è intervenuto a cambiare il mondo, e così gli Apostoli, non lo ha fatto proprio rivolgendosi all’uomo, alla sua intelligenza e coscienza non ritenendolo essere inferiore, ma in grado di capire la sua Parola e – lasciando o rispettando, alla sua libertà di scegliere…” guardando la moneta ha dato risposta ai Farisei che lo avevano interrogato, dare a Cesare ciò che era di Cesare e a Dio ciò che era di Dio”. Dunque dipende da una sensibilità di coscienza oltre che dalla ragione, non un imporre perché escluderebbe una risposta fatta per amore. Perché Così Lui stesso si è sottoposto alla croce quando avrebbe potuto senz’altro avvalersi della sua Onnipotenza divina. La Redenzione evidentemente degli uomini, non può che avvenire se non di fronte a una presa di coscienza che oggi si chiama “guerra” le morti ingiuste che provoca difficile ammettere che possa essere via alla Pace se non si curano le ferite che le procurano
Papa Leone XIV, incede nella guida della Chiesa conscio che non da un personale carisma, come si riconosce e si citano iniziative compiute dal Predecessore, la Chiesa venga interpellata e ascoltata dai Grandi che decidono la Governance dei popoli sul pianeta. Egli confida ancora sulla forza di quella Parola a essere incarnata come risolutiva a superare i grandi problemi posti dall’uomo stesso in ricerca del proprio bene. Quella stessa Parola invita a libertà di ogni singola persona ad operare secondo quel disegno che contempla un discernere ciò che conviene alla vita stessa di tutti. E’ responsabilità a scelte che interrogano qualsiasi livello di intelligenza perché in tutti esiste anche una coscienza che fa luce circa bene e male. Il Santo Padre confida nel potere di quella Parola, a essere ascoltata da ogni orecchio a una presa di coscienza circa i mali che oggi rischiano travolgere il mondo ormai da molte intelligenze riconosciuto sull’orlo estremo di un abisso.
Dai segni del tempo che stiamo vivendo, si dimostra evidente come la società umana viva di una emancipazione da una secolare Tradizione cristiana. Le ragioni dettate dal desiderio dell’uomo di godere di quanto va scoprendo e che le opere prodotte consentono di concepire nuovo bene esistenziale, aspirazione a darsi nuove leggi cui conformare la propria vita. Per la stessa ragione che il Padre ha ritenuto mandare il proprio Figlio a incarnarsi uomo, modello di fratellanza, bene comune per il mondo , così di fronte a un decadimento circa l’amore che solo genera umanità costruttiva, la Chiesa proietta luce sui segni che evidenti sono forieri di una disintegrazione manifesta e nella natura e in tutto quanto di decadimento che le guerre vanno producendo. Una cecità’ umana cui contrapporre desiderio e spirito di salvezza.
Finora Prevost ha detto cose scontate e deboli e non ha fatto cose di grande impatto, è vero, ma qualcuna l’ha pure azzeccata (parere mio). Certo, Francesco era più impulsivo e dunque appariva più “rivoluzionario” (ma quanti errori, pure!), mentre Leone è moderato e “tradizionale”. Bisognerebbe prendere atto che ogni papa ha il suo carattere e i suoi difetti, che si riflettono sul modo in cui governa la Chiesa (con buona pace dello Spirito santo). È anche per questo che risulta importante, fondamentale introdurre maggior collegialità nelle decisioni ecclesiali, finendola con l’idea “monarchica” del potere nella Chiesa; la sinodalità va proprio nel senso di correggere i deficit strutturali, gli errori, le mancanze di chi comanda: che sia il papa o il parroco…
Viviamo in un’epoca molto complessa ma per grazia, come cristiani abbiamo la Parola che non ha mai fine e che le difficoltà epocali che come Chiesa viviamo, ci costringono mai come ora, a farne il punto di riferimento decisivo. Articolo condivisibile anche se non fa cenno alla vocazione specifica della Chiesa che è sì rivolta agli ultimi ma non come sindacalisti o moralisti ma come “inviati” ad annunciare che è Gesù Cristo la vera liberazione