Il “di più” che ho trovato a Lourdes

Ho compreso, in modo misterioso ma quasi fisico il miracolo della fede, che trasforma il dolore neutralizzandone la tossicità e aiutando ad abitarlo con dignità e coraggio.
8 Luglio 2019

A maggio sono stata a Lourdes per la prima volta.

Sono capitata alla Grotta durante una messa celebrata da una comunità irlandese, che riempiva l’aria con canti tradizionali tanto belli da provocare il pianto.

Ho camminato di notte tra i viali, cullata dalle voci sommesse di  piccoli gruppi di uomini e donne che pregavano interrompendo un silenzio surreale, che abitava l’Esplanade e ne mostrava il carattere extra-ordinario.

Ho camminato di giorno, sotto la pioggia, accanto a malati infreddoliti e sorridenti, accompagnati dai volontari Unitalsi protesi ad alleviarne il disagio, in tutti i modi possibili. Ho toccato con mano la sollecitudine per i bisogni altrui, espressa sempre, da Sorelle e Barellieri, anche verso chi non apparteneva al proprio gruppo, fosse una signora che si riposava stanca su un muretto – “Ha bisogno di qualcosa signora? Tutto bene?” – o un anziano che sembrava essersi perso e parlava una lingua sconosciuta e musicale.

Ho compreso, in modo misterioso ma quasi fisico, il miracolo di Lourdes, il miracolo della fede, che trasforma il dolore neutralizzandone la tossicità e aiutando ad abitarlo con dignità e coraggio. Ho visto una piccola Donna sorreggere tutto ciò con la sua fede e la sua accoglienza, e riempire la notte di luce.

A maggio sono stata a Lourdes per la prima volta. Non so cosa mi aspettassi, ma ho trovato di più.

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