Nel momento storico che stiamo vivendo è tornato prepotente e manifesto l’uso strumentale della Scrittura, a fini di consenso politico, di legittimazione di dinamiche di sopraffazione e, anche, di violenza. Ora, sappiamo che questo fenomeno è vecchio come il mondo, e il cristianesimo stesso lo ha conosciuto non poche volte nel corso della sua storia: già Machiavelli, nel Principe, teorizzava l’uso spregiudicato della religione, per cui, essendo il simulare da preferire all’essere, era rilevante apparire religiosi per ingannare e compattare il popolo, a fini di successo politico.
Il postmoderno, che pareva aver rifiutato il dato religioso, si trova da qualche decennio (almeno dalla fine degli anni Novanta), al contrario, a fare i conti con un suo ritorno, il quale è, però, quasi sempre strumentalizzato a scopi propagandistici, soprattutto dalla destra politica, in particolare nelle sue versioni più estreme.
Ad esempio gli Stati Uniti, che dalla loro fondazione hanno una forte tradizione messianico-millenaristica di matrice riformata, sembrano vedere il successo (almeno mediatico) di un uso disinvolto della religione: dal Presidente che si fa ‘benedire’ da un gruppo di (tele)predicatori per vincere una guerra, al vicepresidente cattolico che interpreta a modo suo il concetto di ‘prossimo’ (smentito via social dall’allora cardinal Prevost), al ministro della guerra che cita un Salmo per sostenere un’azione militare unilaterale e arbitraria, alla lettura dell’assassinio di Charlie Kirk come martirio, e così via: è chiaro che la religione torna ad essere instrumentum regni a favore di masse impaurite, emotivamente sollecitate, a cui si offrono soluzione a buon mercato e in cattiva fede: Dio è con noi, slogan tristemente famoso nel Novecento, e quindi a noi tutto è lecito.
(Non è un fenomeno solo cristiano, ovviamente, perché gli estremismi attecchiscono ovunque: prova ne è l’attuale governo israeliano, che fonda molte sue politiche di potenza su alcune pagine della Bibbia ebraica; e per decenni abbiano parlato dell’estremismo islamico, che esiste certamente, non dando importanza a quell’estremismo religioso che covava in seno all’Occidente).
Ora, ciò che emerge, mi pare, è non solo un discorso sociologico e politico, ma anche teologico: la citazione, la strumentalizzazione, l’uso spregiudicato della Bibbia (anche in ridicole salse nostrane) manifestano la mancanza pressoché totale del Vangelo, il quale, al massimo, viene citato in un versetto estrapolato del contesto, ma, il più delle volte, è invece ignorato, messo da parte, volutamente nascosto. Ma un cristianesimo senza Vangelo, che cristianesimo è? Un cattolicesimo senza Vangelo, che cattolicesimo è?
Il Vangelo è il grande assente: perché non è addomesticabile, perché è chiaro, perché condanna senza troppi giri di parole un utilizzo della fede parzialissimo, monco, funzionale a politiche che dicono violenza, supremazia, guerra, egoismo, divisione, razzismo, dominio. Ad esempio rileggiamo i fatti che ogni giorno accadono con il discorso della montagna (le pagine più dimenticate!): criteri, esempi, modelli, stili: è tutto lì! Gesù di Nazareth è quello del discorso della montagna, delle parabole della misericordia, dei gesti di pace, accoglienza, umiltà, riconciliazione. Rileggiamo il Magnificat; rileggiamo il discorso di Giovanni nel contesto dell’Ultima cena; rileggiamo Matteo 25… rileggiamo qualsiasi episodio, capitolo, pagina… Invece abbiamo ridotto il Vangelo a quattro slogan, a quattro ‘valori’ parzialissimi, a quattro parole d’ordine usabili a piacimento.
Ma il Vangelo è lì, sempre fresco, sempre forte, sempre chiaro. E ci racconta di un Padre che è misericordia, di un Figlio che è dono di sé, di uno Spirito che è vita, comunione, fratellanza.
Invece assistiamo alla violenza continua non solo contro fratelli e sorelle, ma contro la medesima Parola di Dio. E pochi sono i pastori, pochi sono i laici che occupano posizioni di rilievo che hanno il coraggio di dire con parresia che questo silenzio evangelico, che si unisce al piegare la religione a fini di politiche di dominio, è ingannevole e malvagio, è bugiardo e falso. Non è cristiano, non è cattolico.
Non c’è, forse, oggi, comandamento più calpestato, dopo il «Non uccidere», che il «Non nominare il nome di Dio invano».
Poche migliaia di parole compongono i Vangeli: usiamole per giudicare questo tempo.
“Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedergli la Pace”. implicito, una disposizione a trattare, essere disposti anche a sacrificare in cambio della Pace.Quando le guerre hanno inizio e non se ne veda la fine è evidente perché altro che la Pace sia motivo del contendere e ha maggior valore tanto a che questo fine vale il sacrificare vite umane. Ma Quale madre non piange tutta la vita per un proprio figlio “caduto” per l’ingiustizia di una guerra! L’esempio del passato, e l’oltre misura di violenze cruente, inumane che stanno accadendo nelle guerre in corso ! fanno pensare alla saggezza contenuta in quella Sua Parola, “Se uno ti chiede il mantello, daglielo”; ascoltarla onde evitare un male maggiore, e’ quanto avviene nell’oggi una perdurante ingiustizia, odii generano distruzione e morte un abdicare a ciò che è vivere in umanità e civiltà tra i popoli.
Quanta verità c’è nel Vangelo! “chi di voi volendo costruire una torre, non siede prima a calcolarne la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Oppure quale re partendo per una guerra contro un altro re non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?Se no mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedergli la Pace.Cosi, chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.”(Lc14). Non sembra chiaro che sE oggi le guerre si sono moltiplicate e perché a questa Parola non si è data fiducia? Che per i propri fini, e per il diritto al proprio supposto avere, diventa inaccettabile ogni richiesta di rinuncia, e come per il popolo nel deserto anche nel nostro mondo oggi si attendono segni a rinfrancare fiducia, i Popoli si sentono umanamente smarriti, gli accadimenti mancanti di vita cui guardare al futuro.
La responsabilità di questo uso strumentale della religione per giustificare politiche di dominio è imputabile anche all’abitudine di considerare la Scrittura in modo indiscriminato “parola di DIO”, quando è soprattutto parola umana, espressa in linguaggi culturali specifici e relativi, dove è rintracciabile qualche ispirazione divina, come in un campo erboso si possono trovare in misura più o meno vasta .splendidi fiori. Occorre discernimento esegetico attento e specialistico e non una lettura ingenua e superficiale. Così In molti testi scritturistici emerge un’immagine tribale e identitaria di Dio, che protegge la propria etnia e discrimina le altre. Immagine di Dio che contrasta chiaramente con quella annunciata e testimoniata da da Gesù.