Tempi confusi. Ma la fede spinge a continuare a camminare

"Sguardi. Per contemplare lungo la via", è l'ultimo libro di Pina De Simone. Che invita a non avere paura del cambiamento, ma a "leggerlo" per indirizzarlo al bene
24 Marzo 2026

Sì, ce lo diciamo sempre: viviamo nell’epoca della sovrainformazione che ci impedisce di essere informati; dell’individualismo esasperato, che distrugge le relazioni; della politica svuotata dal populismo; degli oligarchi e dei plutocrati che fanno quello che vogliono, compreso dichiarare guerre illegittime (come tutte le guerre del resto)… Insomma, non sappiamo più chi siamo e dove vogliamo andare. Non siamo più capaci di rispondere alla domanda: come possiamo guardare al futuro? E più specificamente: come possiamo guardare al futuro da credenti?

Prima risposta indispensabile: alt, fermi tutti. Ci serva una pausa. Ricominciamo a pensare. A guardarci intorno. Perché se tutto questo è vero, è vero anche che forse dentro una realtà complessa, frammentata, paurosa come la nostra possiamo – e dobbiamo – trovare segni di speranza cui aggrapparci per cambiare strada.

È un problema di sguardi.

Non a caso si intitola “Sguardi. Per contemplare lungo la via” (Ed. Ave 2026), L’ultimo libro di Pina De Simone, docente presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, membro della Presidenza del Cammino Sinodale, consultrice del Dicastero per il Dialogo Interreligioso e a lungo direttrice della rivista “Dialoghi”. È una raccolta di articoli che ci invitano a fermarci,  per leggere dentro i nervi scoperti del nostro tempo, alla ricerca di segni che ci aiutino a rispondere alla domanda sul futuro.

Una lettura densa, da cui personalmente ho ricavato una mia rosa dei venti: tre parole – tra le tante possibili – che indicano percorsi.

VIAGGIARE

Il primo punto cardinale viaggiare (a piedi, magari, perché il camminare è il miglior modo di farlo), «perché non c’è felicità per l’uomo che non viaggia», scrive De Simone. Ogni viaggio ci costruisce, è una ricerca nel mondo, ma prima ancora dentro di noi». E d’altra parte, il viaggio non è forse la metafora più usata per descrivere la vita?

È vero, infatti, che abbiamo bisogno di un luogo in cui fermarci, costruire relazioni, sentirci a casa. ֿ«Ma se la forma del vivere si solidifica fino a pietrificarsi, se i legami si sclerotizzano e perdono duttilità, se la casa viene recintata, se la terra viene difesa ad ogni costo, se le tradizioni si ingessano, non c’è più alcun profumo, gusto, respiro. Solo se la casa, la terra, i luoghi che abitiamo, i legami che intrecciamo, si aprono su uno spazio più ampio possono essere per noi veramente uno spazio di vita».

È vero che ogni viaggio comporta dei pericoli, ma senza di esso non ci sarebbe vita, né esperienza, né conoscenza: solo la difesa esasperata delle proprie sicurezze. Che diventano così una prigione.

SCONFINARE

Ed eccoci al secondo punto cardinale: sconfinare. In realtà, la reazione più comune nei confronti del cambiamento, che ci coinvolge vorticosamente, è proprio quella di chiudersi nei propri confini: ciò che pensiamo, ciò che crediamo, ciò che vorremmo… Tutte cose che ci proteggono da ciò che non conosciamo. Invece, secondo De Simone, «bisogna imparare a stare dentro il cambiamento, ad assumerlo, per non lasciare che ci travolga strappandoci a noi stessi… Occorre capire, discutere e, soprattutto, riflettere, aprendo il cuore e la mente a ciò che accade».

Occorre quindi avere il coraggio di varcare il confine, guardarsi attorno, ascoltare. Perché siamo chiamati a prenderci cura di noi stessi, ma anche degli altri. E per poterlo fare dobbiamo “capire” il cambiamento: dove ci porta, e quali potenzialità ci offre. L’uomo è fatto per le relazioni, non può vivere soffocato dai muri.

Del resto, da credenti, non dovremmo averne paura, perché «la fede è cambiamento. È rivolgimento, trasformazione, conversione», sottolinea De Simone. Sconfinamento, insomma.

È vero che in molte situazioni le religioni contribuiscono a tracciare i confini: definiscono identità e modi di muoversi nella realtà. E sono strumentalizzate dalla politica come bastioni di difesa di identità minacciate, per cui sconfinano sì, ma per fare la guerra. È vero anche, però, che le religioni possono essere «promotrici di una cultura dell’incontro, protagoniste di trame di dialogo e di pace, come l’instancabile testimonianza di papa Francesco ci invita a riconoscere».

Infine, c’è un’altra dimensione che ci aiuta a sconfinare: è quella dell’utopia, non però intesa banalmente come sogno irrealizzabile, ma, al contrario, come sogno con i piedi piantati per terra: «è il sogno che si fa sguardo aperto e lungimirante, capacità di scommettere e di rischiare, capacità di relazione, di incontro, di progettualità condivisa, di impegno e di speranza».

ESSERE FRATELLI

Il terzo punto cardinale di questa rosa dei venti è la fratellanza. Quel riconoscersi fratelli che apre alla misericordia. Già, quella misericordia, che «non è il pio sentimento di poche anime elette», ma è piuttosto «un principio di trasformazione della realtà e di umanizzazione del mondo». Uno sguardo che vede, riconosce, libera.

A esempio, vede i problemi che affrontano le persone con background migratorio nel nostro Paese e non pretende di imporre loro di rinunciare alla propria identità per diventare italiane. Si apre allo scambio, alla contaminazione reciproca – come del resto è sempre successo nella nostra storia, che ha visto popoli e culture sovrapporsi, fondersi, mescolarsi, arricchendo costantemente l’identità condivisa. Altro che guerre prepotenti e crudeli per conquistare un po’ di petrolio e un po’ di potere in più. Fratellanza vuol dire decidere insieme che mondo vogliamo costruire.

Non possiamo poi dimenticare come papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato abbia parlato di “ecologia umana”, per indicare che la salvaguardia dell’ambiente e la salvaguardia dell’umano vanno di pari passo. La fraternità porta con sé la cura dell’ambiente, un’economia che sia solidale, giustizia sociale. La fraternità davvero cambia il mondo.

GUARDARE

Il quarto punto cardinale è quello degli sguardi, e più che un punto cardinale è il cielo, l’atmosfera dentro la quale gli altri tre respirano. Non a caso, “Sguardi” è il titolo del libro e indica quel porre attenzione che ci permette di «scorgere e intuire più di quello che appare». È lo sguardo che ci permette di riconoscere nell’altro la fragilità, ma anche la potenzialità, e la dignità. Quello che fa sì che il mondo non sia semplicemente un ingombro sulla nostra strada, ma una realtà che ci coinvolge, nella quale siamo immersi. Roba nostra, insomma.

È una questione di sguardo il nostro rapporto con il mondo (e quindi con gli altri), ma lo è anche quello di chi esercita responsabilità di governo: dallo sguardo dipende la capacità di «avvertire oppure di ignorare, o peggio ancora di mistificare e utilizzare le sofferenze, il dramma delle disuguaglianze, la disperazione e il degrado delle tante periferie del sistema, ma anche le risorse, le potenzialità, il desiderio di riscatto, i sogni e gli slanci di creatività, le possibilità di bene e di incontro, il tessuto di relazioni buone che la polis, ognuna delle nostre città custodisce».

Alla fine, il messaggio che Pina De Simone lascia ai credenti, attraverso questi suoi meditativi capitoli, è chiaro: «La fede è ciò che impedisce di fermarsi; che spinge a camminare e a cercare, a trasformare le difficoltà in risorse, a liberare le potenzialità di bene anche in mezzo alla negatività; che ci rende capaci di costruire il futuro pazientemente e insieme… Senza smettere di sognare». Altro che «oppio dei popoli».

Giuseppina De Simone, Sguardi

La copertina del libro di Giuseppina De Simone, “Sguardi. Per contemplare lungo la via” (ed. AVE, 2026)

 

La foto di apertura è di Vidar-Nordli-Mathisen (Unsplash)

 

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