Connessioni ecclesiali digitali

Nel tempo post Covidico potrebbe essere utile una revisione profonda di alcune strutture verticali che orientano i modelli di comunicazione ecclesiali.
11 Giugno 2020

«Dovremmo progettare un sistema per connettere digitalmente le varie zone pastorali, soprattutto le più lontane, e attivare un sistema di videoconferenza per le riunioni con i vari referenti territoriali». Questa la richiesta espressa una decina d’anni fa da un vicario episcopale di una delle più grosse diocesi della Penisola. In filigrana ci stava un’intuizione significativa: la comunicazione più rilevante, per la Chiesa postconciliare e sinodale, non avrebbe dovuto essere tanto l’informazione che transitava dal vertice alla base quanto piuttosto la creazione di un tessuto connettivo di scambio biunivoco tra centro e periferia. Una visione che oggi aiuterebbe a snellire numero e durata di riunioni e simposi poco produttivi e a mettere in gioco decisioni vere e trasformative più che argomenti fumosi, mirati solo a creare una parvenza di partecipazione ma senza nessun risvolto concreto.

La richiesta illuminata non ebbe mai seguito. Correva l’anno 2009 e gli ostacoli da superare non erano pochi: il primo di carattere tecnico e strutturale emergeva anche dal semplice fatto nei locali di quella curia non esisteva nessun tipo di rete si trasferivano i files da un ufficio all’altro masterizzando dvd riscrivibili per evitare di «scambiarsi virus» (sic). Il secondo scoglio appariva più di carattere culturale: è sempre faticoso mutare abitudini e accogliere nuove pratiche, richiede una soglia di competenza e fatica che spesso si accetta di varcare solo se si intravvede un ritorno personale immediato. «Non fidarti di chi dichiara di non aver dimestichezza con la tecnologia –mi ha confidato un saggio amico informatico- perché il termostato digitale e il telecomando per la tv hanno imparato ben presto ad utilizzarli». Generalizzazione, certo, ma efficace per comprendere che quando se ne ha un vantaggio si superano anche le ipotetiche idiosincrasie.

Una ricerca commissionata nel 2015 all’Osservatorio socio-religioso Triveneto dall’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Padova, denominata “Sonar” e mirata a esplorare i non detti che minano la comunicazione, ha rilevato come la trasmissione di informazioni inviata dal centro alla periferia spesso rimbalzi sull’impermeabilità dei destinatari a causa della mancata reciprocità.  La comunicazione intraecclesiale sembra più interessata a far conoscere regole, decisioni e notizie che non a favorire l’ascolto. Sembra lecito interrogarsi, con onestà intellettuale, se a quasi dodici lustri dall’inizio del Vaticano II la comunicazione della Chiesa riveli una struttura prettamente piramidale che utilizza anche i social network come amplificatori a basso costo o si presenti, piuttosto, come un reticolo sensibile all’ascolto tramite le tecnologie di comunità. Mettere al centro quest’ultima prospettiva avrebbe il pregio di ridurre di molto l’entropia.

Una cartina al tornasole? Nel 2017 alcune grosse organizzazioni religiose italiane ebbero l’occasione di sperimentare “Collaboratorium”, un tool di intelligenza collaborativa utilizzata con successo nell’ambito della RIIAL, la Rete Informatica della Chiesa in America Latina, per prendere decisioni corali, collaborare a distanza, disegnare un percorso sinodale e tracciare processi decisionali. Con buona probabilità il software ha riscontrato un’accoglienza flebile non tanto per la soglia tecnologica da superare, quanto piuttosto perché non ha risposto ad un’esigenza reale: le decisioni, in buona parte delle organizzazioni cattoliche, spesso le determina una sola persona o un’oligarchia per tutti. Come pure non ha avuto riscontro significativo, sino ad oggi, la sperimentazione avviata da una rilevante regione ecclesiastica italiana per favorire la comunicazione digitale biunivoca tra diocesi e parrocchie, con la possibilità di scambiare automaticamente le informazioni dei vari notiziari parrocchiali con quelle dei settimanali e siti diocesani.

Probabilmente più che un’agenda digitale nel post Covidico, come qualcuno ha ipotizzato, a livello ecclesiale potrebbe essere utile una revisione profonda di alcune strutture verticali che orientano i modelli di comunicazione, sia all’interno che all’esterno. Nutro sempre dubbi di fronte alle affermazioni apodittiche: “nulla sarà più come prima”. Credo molto di più ai principi della fisica: per elasticità  si intende «la proprietà che, in maggiore o minor misura, posseggono i corpi naturali, di deformarsi sotto l’azione delle forze esterne a esse applicate, e di riprendere poi la forma e le dimensioni primitive non appena siano sottratti all’azione di quelle forze».

Una replica a “Connessioni ecclesiali digitali”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Mamma google mi ha tratteggiato don Marco… da “accipicchia!!!” Che mi ha fatto poi esitare a scrivere qs nota, per paura di skoraggiarlo,.. ma mi sembra troppo a occhi e mente aperta x nn. aver già capito cosa?? Che nel leggerlo mi è sovvenuto un certo Gutenberg e la stampa, occasione maravigliosa nn solo x leggere TUTTI la Parola, ma anche x comunicare orizzontalmente come auspica don Marco… Quale fu l’esito??
    PS cmq pregherò xchè Dio non ti faccia mai mancare la forza e la saggezza che dimostri…

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