Essere sacerdote tra i pellegrini non è “fare un turno”, è stare sulla soglia.
Sulla soglia del Santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa, dove finisce la strada del mondo e comincia la strada di casa, un sacerdote come Don Raffaele Aprile è il primo volto di Chiesa che molti vedono quando arrivano stanchi, con la valigia della vita sulle spalle. Per questo l’accoglienza non è una parte del ministero, è il ministero stesso che si fa carne.
«Accogliere un pellegrino – racconta – è come accogliere Cristo che bussa di nuovo alla porta, come a Emmaus. Non sai chi è finché non spezzi con lui il pane della Parola, non sai cosa porta finché non ascolti la sua storia e ogni storia è una lacrima che Maria raccoglie. Il sacerdote sta lì in mezzo, con una mano regge il Reliquiario, con l’altra regge il cuore di chi piange».
E l’amore per la Madonna?
Non è devozione in più, è la chiave di tutto.
«Un sacerdote che ama Maria – aggiunge – impara da Lei l’arte di sparire per far spazio a Gesù. Come a Cana vede il bisogno prima di tutti, crede che si possa fare ancora qualcosa e dice solo “Fate quello che vi dirà”. L’accoglienza diventa così discreta, materna, senza protagonismi. Tu apri il cancello, Maria apre il cuore».
Alla fine della giornata i piedi fanno male, la voce è stanca, l’anima è in pace, perché – conclude Don Raffaele – «hai capito che non hai “servito al Santuario”, il Santuario ha servito te e ti ha ricordato che essere prete significa soprattutto stare in mezzo al popolo come Maria stava in mezzo ai discepoli nel cenacolo aspettando, pregando, amando.
Quando cala la sera e si spegne la lacrima di luce sulla cupola, capisci che tu sei solo un custode, la Madre fa il resto».
