Un papà argentino sul Papa argentino

In piazza San Pietro pochi minuti dopo il "Nuntio Vobis" non si avverte l'orgoglio argentino ma la gioia per un dono a tutta la Chiesa
14 Marzo 2013

“Papa es gaucho!” Quel cartello ieri pomeriggio spuntato fra gli ombrelli di piazza San Pietro l’avevo notato distrattamente sotto la pioggia fastidiosa che inzuppava il bloc degli appunti. Non ci avevo fatto troppo caso, non l’avevo segnalato (ahimè) al fotografo del mio giornale perché era poi simile a tanti altri messaggi improvvisati sugli striscioni e “cercati” dalle telecamere nella lunga attesa. Come la “chiamata” dei filippini per il loro Tagle, il Papa “brasileiro” a cui inneggiavano le bandiere carioca, il cartoncino di due giovani schitarrati italiani che avvisava “We hope Ravasi” e il lenzuolo bianco pennarellato a mano con la scritta cinguettante dei follower di @pontifex.
Insomma, tutte gioiose rivendicazioni nazionali, comprensibili peraltro, di un Papa “che è un pochino anche mio”, anche quando sappiamo bene che “Pietro è di tutti”, come han ripetuto a microfono spento tre giovani religiose dallo stesso abito: una colombiana, una spagnola e una venezuelana.
E c’era naturalmente, anche se ammainata, qualche bandiera dell’Argentina. A due metri da me, dietro la prima transenna, un vessillo biancoceleste – i colori dei due “Dieguiti”, gli eroi nazionali Milito e Maradona – ha cominciato a sventolare e non si è più fermato nell’elettrizzante attesa tra l’ovazione per il fumo bianco e il frettoloso “Nuntio vobis” del cardinale Tauran.
Era la bandiera di una famiglia “tifosa” del Vangelo, venuta da Santa Fè, nord dell’Argentina, con la segreta speranza di veder apparire lassù la sagoma del proprio cardinale. Li ho visti piangere impazziti di gioia, quella mamma, quel papà e anche la figlia adolescente, quando hanno riconosciuto dai nomi propri in latino il “loro” Papa, anticipando di qualche secondo l’esplosione del mondo racchiusa nella piazza.
“Es un grande!!!!”, ha cominciato a gridare forte quel papà argentino dall’emozione moltiplicata e incontenibile. Ma quando i primi microfoni gli si sono avvicinati mi ha sorpreso la maturità cristiana delle sue improvvisate prime parole a caldo. In barba agli stereotipi dei latinoamericani “calienti” e facinorosi, non ha speso infatti nemmeno una parola per l’orgoglio nazionalista, non si è lasciato sfuggire un “finalmente uno dei nostri!” (come qualche ora dopo lasceranno intendere Belen e Messi, gli idoli argentini più famosi al mondo) . Non si è avventurato nemmeno in commenti di geopolitica spicciola, sottolineando che si trattava del primo Papa extraeuropeo e tanto più latinoamericano e nemmeno ha avuto da ridire che Bergoglio si fosse presentato alla folla cosmopolita soprattutto come vescovo di Roma.
Ha detto soltanto, quasi dovesse presentare, a noi lì vicini ma anche al mondo, il successore di Pietro: “È un grande sacerdote e sarà un grande Papa per il popolo cristiano. Una persona di grande carisma, molto vicina ai poveri”. E poi, senza aspettare altre domande: “Con la scelta del nome Francesco ha voluto marcare il cammino della Chiesa, che è il cammino di Francesco d’Assisi”.
Ma voi argentini – la mia domanda di rito – nutrivate una speranza realistica? “Come no, ma ora la nostra speranza è certa”, la risposta e poi subito il pensiero trascura il proprio Paese e torna alla Chiesa: “Favorirà una grande integrazione dentro la Chiesa del futuro, senza alcuna discriminazione, vedrete!”

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