L’ultima catechesi di Don Luciano

In memoria di una delle figure più importanti della catechesi romana e italiana, simbolo della convinzione profonda che in ogni azione del cristiano può risuonare (κατηχεῖν) il Vangelo
25 Agosto 2025

Chi ha avuto la possibilità di incontrare Luciano sa quanto sia difficile raccontarlo in poche righe. Personalmente non sono stato tra i suoi conoscenti più stretti, né tra i suoi collaboratori, perciò non sono il più adatto a restituirne un’immagine completa. L’ho incontrato come parroco negli anni della mia formazione di adulto e di cristiano, e questo ha segnato indelebilmente il mio modo di essere educatore e cattolico. Perciò voglio darne un ricordo personale, perché secondo me “era un uomo come nessun altro”, dal cui incontro non si poteva che uscire in qualche modo convertiti.

Dopo una breve e feroce malattia, il 9 agosto il Signore ha richiamato a sé Luciano Meddi; don Luciano, sacerdote diocesano del clero romano; rev. prof. Meddi della Pontificia Università Urbaniana. Gli amici più stretti lo chiamavano anche Lucio, diminutivo appropriato per una persona che sapeva illuminare chi gli stava vicino. È stata una persona integra, riservata nei rapporti umani, ma salda nella testimonianza del Vangelo e nella proclamazione del Regno di Dio. Luminare della catechetica, era stato inserito tra “le grandi figure della catechesi” (qui), il più prestigioso riconoscimento del settore. Instancabile formatore e animatore di comunità (qui).

Non era semplice stargli vicino, ma altrettanto difficile era stargli lontano. Con quel suo tono di voce acuto e gentile, un po’ graffiante, sapeva pronunciare frasi disarmanti, che ti facevano “ballare sulla sedia” e che, allo stesso tempo, ti accoglievano con il loro senso di verità profonde. “La verità vi farà liberi”, annunciava Gesù, e Luciano incarnava questo insegnamento. Il suo sguardo ti penetrava e guardava oltre, le sue dita disegnavano nell’aria quando parlava e i suoi occhi guizzavano di qua e di là. Quando il suo viso si arricciava in un sorriso dolce, quasi sardonico, mostrava di ascoltare più attentamente: non era insolito che al termine di un confronto pungesse con qualche domanda rivelatrice, che costringeva l’interlocutore a considerare sfumature nuove e inaspettate di un ragionamento. Il suo linguaggio si adattava all’utenza, ma che davanti a sé avesse bambini o adulti, atei o teologi, la profondità dei concetti che esprimeva prorompeva sempre con la stessa forza.

Per lui tutto era occasione di catechesi: «è la catechesi la base delle relazioni personali che costruiscono la vita parrocchiale e danno umanità anche ai momenti liturgici e sacramentali» [1], perché ogni azione del cristiano può risuonare (κατηχεῖν) del Vangelo. Perciò non riesco a non immaginare che anche le parole che gli hanno sentito proferire in punto di morte fossero in qualche modo una catechesi: la sua ultima.

Mamma. Luciano era molto legato alla sua famiglia e nella sofferenza estrema si ritorna un po’ bambini: è un attimo di tenerezza che svela il nostro volto più fragile e umano; come nell’intensa e commovente interpretazione di Anthony Hopkins nel film “The Father” (2020). Ma Luciano era anche un figlio genuino della Chiesa, che l’ha accolto fin da quando aveva dodici anni. “Madre e maestra di tutte le genti”, con lui non è stata sempre generosa, del resto è un’istituzione umana e perciò imperfetta, proprio come la famiglia. Spetta a noi esserne costruttori perché possa riflettere quell’immagine materna di Dio annunciata da Giovanni Paolo I.

Morte. Luciano era consapevole della propria situazione. Come nel Cantico delle creature, la sua catechesi affronta “sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare”; però il cristiano la attraversa con la fede nella trasformazione delle cose del Mondo, in cui la morte non è che un passaggio, doloroso, ma necessario a portare frutto.

Amore. “Dov’è carità e amore, lì c’è Dio” si canta il Giovedì Santo, nella celebrazione dedicata all’istituzione del sacerdozio. Io non credo che Luciano stesse semplicemente invocando il Signore, credo che in qualche modo ci stesse entrando in una connessione profonda, la stessa che ricercava durante la consacrazione, quando il suo parlare rallentava e il suo volto si concentrava nella preghiera. Se nelle relazioni interpersonali Luciano era timido e schivo, nel dialogo con le scritture era più a suo agio, riuscendo a rendere ogni lettura ad alta voce una piccola lectio divina, densa di significato ad ogni parola.

La dipartita di Luciano da questo mondo ci addolora, perché ha concluso l’esperienza terrena di un amico, un maestro, un pastore, ma soprattutto ci ha privato di un occhio lucido sulla realtà. La testimonianza che ci ha lasciato tuttavia continuerà ad esortare noi cristiani ad agire nel Mondo, come sale e lievito, ed a convertirlo ogni giorno, per dare vita al progetto di salvezza che Dio ha per gli uomini.

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[1] L. Meddi. Il cammino della fede. Riorganizzare la catechesi parrocchiale. Elledici 2016

2 risposte a “L’ultima catechesi di Don Luciano”

  1. Marina Munghi ha detto:

    La capacità liberante del suo discernimento mi ha aiutata a far sì che “la fede liberasse dalla religione”. Celebrare con lui voleva dire vivere la liturgia sempre con uno sguardo nuovo, accostarsi realmente al Culmine e alla Fonte. Della Messa non tralasciava nulla di canonico, ma tutto trasformava: bastava una parola approfondita e illuminata, il cambio di un termine obsoleto e oscuro con un sinonimo… Termini come “sacrificio”, “vita eterna”, “grazia”, prendevano nuova e feconda vita: erano nutrimento, vita dell’Eterno, soffio ed energia dello Spirito… Grazie Luciano e grazie Daniele del tuo articolo. Fortunati noi che gli siamo stati vicini. In una delle ultime omelie domenicali ci ha lasciato la lettura della parola pace: “vi lascio la pace”, ovvero gli strumenti dell’agire di Dio in noi e per noi: l’ascolto della Parola, la preghiera profonda, l’invocazione allo Spirito. Luciano, amico, fratello, padre, ora nella vera pace.

  2. Savino Calabrese ha detto:

    Mio maestro nell’arte del ‘pensare la catechesi’ e viverla. Con lui all’origine dell’Aica, con nello studio fino al dottorato nel 2018. Amico, fratello e maestro, discreto, acuto, generoso, rispettoso della libertà, libero di pensiero e amante del Vangelo e della vita cristiana. Ho sofferto nel vedere quanta poca attenzione è stata data alla sua morte improvvisa, a parte alcuni laconici comunicati, pur se sentiti e sinceri. Grazie a voi per questa eco che avete voluto dare.

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