Via lucis

In preghiera contemplando la resurrezione
2 Maggio 2025

L’incontro più segreto: la madre, Maria

Di Giovanni Soppelsa

Non vi sarà più notte;
e non avranno bisogno di luce di lampada né di luce del sole,
perché il Signore Dio li illuminerà,
e regneranno nei secoli dei secoli.
(Ap 22,5)

La madre del Signore rimane dove siamo ospitati, il nostro rifugio. È nella saletta delle donne. Ha solo una finestra, che guarda dove sorge il sole. Alla mattina le ho portato quel poco di cibo che consuma. Non è il viso di una donna che ha perso un figlio da poco. Lei mi fa un cenno, ringrazia, quasi fosse in imbarazzo d’essere servita. Da me, che sono la serva delle serve. Questa sera le porterò un poco di pane, e un bicchiere di vino, ho timore di disturbarla, ed ho timore a lasciarla sola, mentre tutti sono o fuggiti, o nascosti.

——

Quando mi sono accostata alla saletta delle donne, c’era una penombra. Ho atteso un istante, per osservare il volto della madre del Signore. Poi la luce bianca della sera è diventata dorata, come se ci fossero entrate delle lanterne, nella stanza, e profumo. Ma sapevo non poteva esserci nessuno, e allora ho fatto un passo indietro. Sentivo come un fremito attraversarmi la carne, i capelli. Mi sono sporta, e il volto della madre del Signore sembra attingere ed emanare luce, e una sottile lacrima le scivola lenta lungo la linea del viso.
Poi delle parole sospirate, un fruscio di vesti, il suono di un sorriso, un gemito sorriso. Sento un riflesso, dentro di me.

Orazione

O Signore,
permettici di attingere alla luminosità del tuo volto risorto,
e di gioire della tua presenza,
tramite l’intercessione e lo sguardo di tua madre.

I soldati che vegliavano la tomba

Di Ives Coassolo

Pilato disse loro: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete». 
Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.

(Mt 27, 65-66)

Ancora non riesco a capacitarmi. Dormire e non renderci conto di nulla… Così ci hanno detto di dire. Il capo degli Ebrei sostiene che ci hanno stregati o drogati. Ma non è possibile. Qui nella provincia di Siria non arriva neppure un goccio di buona cervogia. Chi lo sente in governatore ora? Eppure Caifa ci ha rassicurati: ci pensa lui a tenere buono Pilato. A noi tocca dire che i suoi discepoli sono venuti a rubare il corpo del loro Maestro. Ci ha pagati per dare questa versione quando siamo andati a riferirgli cosa abbiamo visto. Che bisogno c’era. E chi ci avrebbe creduto comunque? Pilato no di certo. Come potevamo spiegare? Non dormivamo affatto. Siamo soldati di Roma. Si, con noi c’erano anche un paio di guardie del Sinedrio che erano più sconvolte di noi. Settimo non riusciva a calmarli. «Era vero! Era vero!». urlavano. Ha persino dovuto ricorrere a un manrovescio altrimenti sarebbe arrivata gente a forza di sentire le loro urla. Come non comprenderli? Quella luce accecante in mezzo alla notte. I dadi di Marzio e Lucio sono saltati in aria quando Flavio, alzandosi di scatto, ha fatto volare il mantello su cui stavano giocando alla luce della torcia. E poi quel colpo secco. Il sigillo rotto e la pietra che rotolava piano. La luce ha inondato tutto intorno. Era così forte. Ci ha resi ciechi. Una brezza leggera ha attraversato la piana davanti a noi. I capelli di tutti sembravano volteggiare intorno alla testa. Un sussurro e poi di nuovo il buio della notte e il silenzio. Appena ho recuperato senno e vista ho sentito le urla degli ebrei. Avevano paura. Ho ripreso la torcia e Settimo si è chinato nell’antro buio della tomba. Dall’interno proveniva un profumo di rose molto intenso invece della puzza di marciume (rose in Palestina!). Poi abbiamo visto: il lenzuolo sulla pietra era lì, come svuotato da dentro. Nessuna traccia del corpo di quel giudeo. D’istinto la mia mano è volata sulla daga. Ma con chi prendersela? Il silenzio era palpabile e calmo. La notte pareva carica di attesa. Che il centurione Cornelio avesse ragione? Da lontano Marzio sotto la croce lo aveva sentito sussurrare: «Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio». Ora lo credo anche io. Ma ci è imposto il silenzio, e in fondo chi ci crederebbe? Quanto è diverso il silenzio omertoso cui siamo obbligati e il silenzio calmo e intenso di quella notte. Sono convinto che la notizia di ciò che abbiamo visto non tarderà a diffondersi. Stanotte è successo qualcosa di grande.

Orazione

Signore, nelle nostre notti buie
illumina le nostre menti e il nostro cuore.
Donaci il coraggio di affrontare la verità
così come si presenta, anche scomoda,
e facci capaci di essere testimoni coraggiosi
della verità nelle nostre realtà quotidiane.

 

Gli angeli mandati a parlare con le donne

Di Davide Gorga

Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato.

(Slm 8, 5,6)

Abbiamo abbandonato la gloria eterna del Signore, l’eterno presente della beatitudine, richiamati dal suo Amore, che è risuonato in noi come ordine e necessità, e siamo giunti qui, nel Mondo del Mutamento. È stata un’esperienza sconvolgente vedere il sole sorgere e innalzarsi lentamente nel cielo, sentire il vento spirare, vedere ogni cosa fluire come le onde del fiume.

Poi il più nobile fra noi si è assiso sulla pietra del sepolcro ove il Figlio giaceva, e l’ha fatta rotolare via. I soldati di guardia sono stati storditi come da un fragore di tuono, e tutto si è concluso. Per il momento.

Noi, gli Angeli, siamo i Messaggeri. Oggi portiamo e siamo testimoni della più grande prova dell’amore di Dio verso le sue creature, il genere umano. Difformi dalla gravità del mondo, ne abbiamo talvolta assunto gli aspetti secondo le nostre caratteristiche: come folgore l’aspetto, come neve il vestimento. E così, noi, appariamo agli esseri umani.

Due donne si avvicinano in fretta, il capo chino, le mani che gesticolano, mentre portano unguenti, e preghiere nel loro cuore: per noi sono entrambi evidenti come realtà sensibili. E il colore del loro animo, misto di disperazione e di dolore, è quasi intollerabile. Una la conosciamo, Maria di Magdala, colma d’amore verso il suo Maestro, non sa che cosa fare. La vedo avanzare tra fiamme nere che lacerano il cuore. E infine mi vede.

Sul sommo più alto della pietra tombale, io, il Messaggero, mi volgo verso di lei, che rimane impietrita, senza più sapere che cosa fare o dire. È giunto il momento. «State cercando Gesù; ebbene, Egli non è qui. È risorto, come aveva predetto. Non ricordate forse le sue parole? Andate, e dite ai suoi discepoli di dirigersi verso la Galilea. Là anche voi, come noi, lo vedrete!»

La donna mi guarda senza proferire parole, contempla la pietra immensa rotolata via dall’imbocco del sepolcro, vede la tomba vuota, e il suo spirito poco per volta prende a cantare, mentre la sua compagna ondeggia, ancora persa in un mare di nebbia, eppure, infine, la segue.
Chino il capo reverente.

Dinanzi alle donne si avvicina l’Uomo, il Figlio. Il loro spirito ora è un’alta fiamma di Speranza, dei colori di gioia e di fiducia, mentre gli si prostrano innanzi. Egli le invita ad annunciare ai discepoli di giungere al più presto in Galilea, ed ecco, un grande banchetto di gioia e di amore si presenta a me, e in questo momento – io so – ho compiuto la mia missione.

Come una folgore che si levi dal terreno, io e il mio compagno ci eleviamo rapidi: la gloria si sta riversando sulla Terra copiosa e immensa, e sappiamo, senza parole, che quanto più sarà raccolta, tanta più se ne riverserà, abbondante e senza limiti, riconosciuta e riconoscente, fiamma d’amore infinita e gloria celeste.

Poi, lentamente, il mutamento pare rallentare, come ravvolgendosi su sé stesso, i Cieli più alti si aprono, senza muoversi, come uno iato da sempre pronunciato eppure in quel momento verificatosi, e siamo di nuovo al cospetto della Gloria più alta, nel cielo più immenso; là dove tutto, semplicemente, È.

Orazione

Come stupite e sopraffatte da una gioia
che non potevano né comprendere né immaginare,
le donne incontrarono gli Angeli al Sepolcro,
messaggeri della più grande felicità
che il mondo abbia mai conosciuto.
Fa’ che siamo capaci di comprendere il linguaggio degli Angeli nella nostra vita
e di ricevere la Tua gioia, il Tuo amore, la Tua Gloria.

 

Maria di Magdala

Di Chiara Bertoglio

Alla sera sopraggiunge il pianto
e al mattino, ecco la gioia.
(Sal 30,6)

Potrà sorprendervi, ma non avevo mai pianto né di vergogna né di dolore quando facevo quel lavoro. Dovevamo porre una barriera così invalicabile fra il nostro corpo e il nostro cuore, fra il nostro cuore e la nostra mente, che le lacrime – il linguaggio con cui il corpo dà voce all’anima – non trovavano modo di sgorgare. La Maria di Magdala che ogni sera si preparava accuratamente per piacere a sguardi che erano già una violenza in sé era solo un corpo; il mio cuore cercava di non vederla, e ancor più di non riconoscermi in lei. Ma era una menzogna. Io ero lei, io sono lei. Il mio corpo non è altro da me, anche se io sono più del mio corpo. Ma, cosa volete, bisogna sopravvivere; e nessuna donna riuscirebbe a reggere il trauma di vendere un corpo fatto per essere donato se non si scindesse da se stessa.

Quando avevo incontrato il Maestro, avevo ritrovato le lacrime. Non sono mai stata così felice come quando ho pianto così tanto. Con ogni lacrima mi sembrava che la pioggia rinverdisse le spaccature della mia infinita aridità; con ogni lacrima cadevano le incrostazioni di fango che mi irrigidivano e mi sporcavano; con ogni lacrima mi sentivo pulita, e ogni lacrima era uno specchio in cui mi vedevo sempre più bella, perché amata. Non più un farsi bella per vivere un’orribile caricatura dell’amore; ma uno scoprirsi e diventare bella perché amata. Non più un corpo diventato esso stesso postribolo; ma la possibilità di diventare candido tempio di Dio. Non più uomini che mi compravano; solo un Uomo che mi accoglieva. E che – io ancora non lo sapevo – si sarebbe donato, fino all’ultima goccia, per me.

Quando Lui morì, volli rimanere lì; quei piedi che avevo lavato con le mie lacrime e asciugato con i miei capelli erano ora trafitti e inchiodati alla croce. Quelle mani che, come nessun altro mai, mi avevano sfiorata con infinito rispetto e tenerezza, erano bloccate da enormi chiodi. Il suo sguardo, quello sguardo che da solo era guarigione, a un certo punto si era bloccato, fisso e appannato nella rigidità della morte. Non l’avrei mai più rivisto.
Sarei tornata Non-Amata.

“No, Maria, l’amore non muore”, mi sussurrò sua Madre. La guardai. Era ancora luminosa, sebbene distrutta da un dolore che nessuno può immaginare. (Sapevo che, per quanto il mio dolore fosse lacerante, il suo era infinitamente maggiore del mio).
Potevo crederle? Non lo sapevo più.
Ma il mattino del giorno dopo il sabato – un sabato infinito, un sabato cui credevo di non poter sopravvivere – volli andare a vedere almeno il Suo corpo. Il Suo sguardo non l’avrei ritrovato, ma Lui avrebbe avuto il mio. E ritrovai il pianto; ancora una volta, le mie lacrime sembravano fecondare il terreno che mi pareva trasformarsi da deserto sabbioso in giardino.

Ma Lui non c’era. Il Suo Corpo… sparito. Fu un morire ancora una volta – io che morivo ogni volta che un uomo mi comprava, io che ero morta vedendo Lui morire, ora morivo perché Lui non c’era.

E udii una voce farsi strada fra la nebbia dei miei pensieri; vidi una sagoma profilarsi nel rumore di occhi offuscati dalle lacrime. “Maria!”. Fu la primavera dopo l’inverno. Fu la verginità dopo il peccato. Fu la vita. La sua, la mia. La nostra. Per sempre.

Orazione

Signore Gesù,
Tu sei la misericordia e la compassione del Padre;
tu sei venuto perché i peccatori abbiano la vita.
Vieni ancora a guarire ogni nostra malattia,
ogni nostra infermità, ogni nostro peccato;
vieni a fare di ognuna delle nostre anime la tua sposa amata.
Fa’ che ti accogliamo come la speranza di ogni nostro giorno,
e ti cerchiamo con un amore sempre più forte,
sempre più appassionato, sempre più travolgente,
fino al giorno in cui l’abbraccio non avrà mai fine.

Tommaso

Di Patrizio Righero

«Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro».
(Gv 20, 26)

Presto anche tu, Signore, potrai mettere la tua mano nelle mie ferite. Non per saggiarne la profondità, ma per guarirle. E portarmi con Te. Finalmente. Manca poco al mattino. Verranno i soldati, mi spingeranno su un calvario dal quale si vede il mare. Poi mi basterà chiudere gli occhi e sarò finalmente con te. Assaporo queste ore come un dono prezioso. Il tempo è arrivato. La via l’ho trovata e l’ho percorsa fino a qui. Sei stato tu a guidarmi. A incalzarmi, quando avrei voluto tornare sui miei passi. E sembra ieri che stavo in quella stanza, un ventre chiuso, un cuore pulsante di paura e attesa. Le pareti sembravano trattenere il respiro di tutti noi, impregnate dell’odore acre delle nostre paure. E io mi sentivo così lontano. Da Te e da tutti.
Poi sei entrato. L’argilla delle pareti per te si è fatta porta. L’aria si è colmata del profumo del pane, ancora caldo di forno.

Eri tu eppure eri qualcosa di diverso. Il viso sorridente, gli occhi profondi, il volto ovale, la barba bruna erano le stesse del nostro rabbi, ma c’era qualcosa di più. Quando hai pronunciato – anche la voce era la tua, ma al tempo stesso era una voce nuova! – quelle due parole di pace il mio spirito si è fatto acqua. Mi sono rivisto, come se non fossi io, omiciattolo in preda ai suoi deliri, pronunciare quella vile bestemmia: «se io non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo costato, io non crederò».

Sei stato più rapido delle mie lacrime, ti sei voltato verso di me e già sentivo che il tuo era uno sguardo di perdono.
Non mi hai chiesto spiegazioni. Non hai riso di me.

Hai solo teso le mani. Le tue mani.
E io le ho viste.
Le ferite non erano più orribili strappi nella carne, ma sorgenti di luce. Non sanguinavano, ma sembravano vibrare, vive, come fiori sbocciati dal dolore.

«Metti qua il dito e guarda le mie mani; stendi anche la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Le hai sussurrate davvero quelle parole? O soltanto io le ho sentite risuonare nell’anima?

Poi hai scostato la tunica. Piano. Il tuo petto si alzava e si abbassava.
E ogni tuo respiro mi sembrava un canto.

Non ho avuto bisogno di toccare.
Il mio cuore ti aveva riconosciuto.

Ho sentito le ginocchia piegarsi da sole e salirmi in gola una preghiera che mai avrei potuto rivolgere a un uomo: «Mio Signore e mio Dio».

E tu hai risposto a quel mio embrione di fede con la più radiosa delle benedizioni: «beati quelli che pur non avendo visto crederanno». Da allora, Signore, cammino con quelle parole cucite dentro.

Mi hanno accompagnato attraverso l’arsura dei deserti e nel folto delle foreste di mangrovie, mi hanno rincuorato quando mi sorprendeva il terrore per un selvaggio barrito che pugnalava la notte, o per il sibilo mortale di un serpente dallo sguardo incantatore.
E ora non temo questo mattino che ha invaso la mia stanza. Sono pronto a morire con te. E a incontrarti risorto. Mio Signore e mio Dio.

Orazione

Alziamoci: andiamo incontro
al nostro Signore risorto
e cogliamo i frutti profumati
della sua straripante Grazia.
Alziamoci: è questo il tempo
di portare un lieto messaggio
fino ai confini del mondo.
E beati saranno coloro
che, pur non avendo visto,
crederanno alla Tua e alla nostra parola.
Alziamoci: la morte è appassita,
l’ha vinta il Cristo,
nostro Signore e nostro Dio.
Alziamoci e intoniamo
il canto della vita.

(ph: W. Blake, Christ Appearing to His Disciples After the Resurrectionc. 1795, National Gallery of Arts, Washington )

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