Solennità della SS. Trinità
L’inizio di un’avventura
Il confronto con la parola di Dio è sempre stimolante e per certi versi spiazzante: non sai mai cosa può “suggerirti” (o ispirarti?). A maggior ragione questo confronto diventa una vera e propria sfida se si colora pure della responsabilità di voler essere condiviso, sperando che gli eventuali suggerimenti di cui sopra possano essere fruttuosi o per lo meno piacevoli anche per altri. Mi piace però pensare che questa opportunità che mi è regalata, di “immergermi” nella Parola di Dio e di poter condividere alcune sue risonanze, possa fare bene innanzitutto a me stesso, quotidianamente immerso in tante (spesso troppe) parole su Dio. Con piacere, quindi, raccolgo il testimone degli altri amici di VinoNuovo che prima di me hanno commentato il vangelo della domenica e con “timore e tremore” ma anche grande gioia inizio questa nuova avventura.
La SS. Trinità: un invito alla lode
Se il confronto e il commento della parola di Dio portano già con sé il carico di aspettative di cui abbiamo parlato, iniziare proprio la domenica della SS. Trinità non facilita certo le cose. Sembrerebbe infatti di poter dire che il “senso” della Parola è per certi versi già deciso a priori, nel momento in cui sappiamo che stiamo leggendo i testi scelti dalla chiesa per questa specifica solennità in questo anno A. La tentazione (forse il rischio?) è pensare che dovrebbe essere sufficiente dire qualcosa sulla Trinità per commentare in maniera sensata il vangelo e le altre letture, altrimenti perché prendersi il disturbo di aver scelto proprio questi?
Eppure intuiamo fin da subito che questo procedimento è davvero una tentazione, che in realtà si ripresenta continuamente: mettere la parola umana “sopra” la parola di Dio, il dogma sopra la Scrittura, dimenticando per l’appunto che l’incontro con la Parola durante la liturgia non è l’occasione per una lezione di teologia ma è innanzitutto un tempo di ascolto e di condivisione nello Spirito. Proviamo allora a evitare questo rischio, a non cadere in questa tentazione e a leggere la Parola per come essa ci si offre, nella sua semplicità e immediatezza.
Così facendo mi sembra di poter dire che tutti i testi di questa domenica ci trasmettono una comune sensazione: essi sono una proclamazione di lode. È questa l’impressione che raccogliamo se ci immaginiamo sul monte con Mosè, al cospetto di Dio che solennemente proclama il proprio nome. Un nome di fronte al quale Mosè, e noi con lui, non possiamo che prostrarci, per sollevare pieni di speranza una preghiera, che è la nostra ancora oggi: fa’ di noi la tua eredità. Il salmo, poi, ci invita a pregare con le parole di lode dei tre giovani nella fornace che ritroviamo nel libro di Daniele. Paolo, a sua volta, esorta i cristiani di Corinto (e noi con loro) alla gioia, alla pace, all’imitazione di Dio e invoca su di loro (e su di noi) la grazia di Dio.
Arriviamo così alle parole che nel vangelo Gesù rivolge a Nicodemo. In queste ritroviamo forse la proclamazione per eccellenza, la rivelazione perfetta del disegno d’amore di cui noi tutti siamo destinatari: Dio ha mandato nel mondo il Figlio affinché il mondo sia salvato. Questa non è una promessa, è una proclamazione, che nasce dall’esserci storico, qui e ora, di Gesù, rivelazione del cuore stesso di Dio che è in sé amore (Padre, Figlio e Spirito).
Insomma, una Parola che è un vero invito alla lode. Perché forse è proprio questo il senso di ogni celebrazione eucaristica: non tanto spiegare, insegnare o analizzare, ma fermarsi, ascoltare stupiti, lodare con ammirazione e vivere di tutto questo tutti gli altri giorni che ci sono donati.
La Parola è come LA sorgente di acqua VIVA, che parla ad ognuno di noi singolarmente
Invita Alberto alla relazione con Lui..
A te riempie la relazione di lode
A me parla con:
“..
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
SE la nostra Chiesa facesse tesoro di qs msg!!!!
Non avrebbe perso tanta credibilità.
Vorrei solo aggiungere che il mondo non è salvato né con lavacri alla Gange o comunitari. ma personalmente
IO, tu, lui con percorsi e relazione individuale e personale.
Grazie Pietro, leggendo le stesse parole io vedo non tanto l’azione di mandare e salvare ma la motivazione del tutto che è di ristabilire una relazione che si era perduta. Non si tratta di vedere soggetti che fanno cose verso qualcuno che ne è l’oggetto ma come i due soggetti e oggetti allo stesso tempo siano tra loro in una relazione che vuole mantenersi in eterno e anche Gesù vorrà che neanche la morte ponga fine alla relazione con lui.
Giocando a fare da testimone nel passaggio dal precedente blogger, le letture di oggi sarebbero state perfette per parlare di relazione pur rimanendo fedeli ad esse. Il tema della relazione non è banale ed è più efficace a spiegare la Trinità rispetto alla più formale necessità di conciliare una pluralità con la singolarità perfetta nel numero. Non è più solo il soggetto ad essere sacro ma è la relazione che comprende oggetto e soggetto a diventare sacra. In tal modo non è più la consacrazione del potere dell’uomo la conseguenza e lo scopo del sacro ma una fede che si basa su una “semplice” e più immediata relazione umana.