Lettera all’allenatore del bimbo «scarso»

Con la sua autocritica ci ha dato una lezione «sul campo»: appendiamola negli spogliatoi dopo la festa del patrono degli sportivi
12 Febbraio 2014

Caro Andrea,
è una reazione promettente l’onda concentrica di commenti provocata nel web dalla tua lettera alla mamma di un bimbo “scarso”, nella quale tanti genitori di ragazzi in difficoltà nello sport si sono riconosciuti e grazie alla quale tanti bravi allenatori si sono sentiti meno soli.
A parte l’appello sacrosanto affinché quel ragazzo continui a fare sport con il suo stile spontaneo di gioiosa correttezza, colpisce nella tua lettera la sincera attenzione che da educatore avevi riservato anche a “quel” tuo pulcino che ora vuole smettere, come probabilmente a tutti gli altri della Real Virtus.
Un’attenzione che rifiuta recisamente l’etichetta di “scarso” (quanti scarsi, fra virgolette, sono poi diventati bravi, magari in altri ruoli o altri sport…) e soprattutto esalta il dovere di ogni “mister” di riservare uno sguardo personale per ogni ragazzo. Non è scontato, considerata la tendenza di vantare numeri di iscritti e risultati conseguiti purtroppo anche in società sportive d’ispirazione cristiana…
Quando vengono meno le condizioni ideali per “seguire” da vicino ogni bimbo (disponibilità di educatori, di spazi, di dirigenti…) è bene che un sodalizio sportivo riorienti i propri obiettivi educativi.
“In ogni giovane, anche nel più svantaggiato, c’è un punto accessibile al bene”, usava dire san Giovanni Bosco nella sua pedagogia, efficacemente narrata dal post di Marco Pappalardo nella festa del patrono degli sportivi. A molti di loro farebbe bene dedicare un allenamento – magari quando fuori piove – per leggere e discutere insieme la tua lettera che ribadisce implicitamente l’unico obiettivo ricreoformativo dello sport di base, la sua dimensione educativa. Anche il risultato va “piegato” ad esso e considerato come verifica o stimolo.
Anche nella nostra parrocchia trentina del centro città, dove i ragazzi sono definiti “topi d’appartamento”, opera una società sportiva che come tante altre “squadre da oratorio” cerca – non sempre riuscendovi – di non far fuori nessuno, di appassionare anche gli “scarsi”. Il fondatore (che era un don, calciatore mancato) l’ha denominata nel lontano 1953 “Invicta”, non perché non perde mai (anzi!), ma perché è invincibile l’impegno di offrire a tutti l’opportunità di fare sport senza l’obbligo di fare il risultato o trovare il campioncino.
Anche tu non hai perso, quindi non parlare di fallimento, caro Andrea, nonostante la delusione per l’annunciato ritiro del bimbo “scarso”. Hai saputo infatti fare autocritica, hai cercato il dialogo con i genitori, ci hai ricordato che noi allenatori possiamo sbagliare e che ogni impresa educativa porta con sé qualche passo falso.
Se la tua lettera controcorrente ha preso tanti “mi piace” forse è perché ci invita a non mollare, a insistere, a non escludere mai: per questo – dopo aver ricevuto il plauso dei vertici della FIGC – meriterebbe di essere diffusa anche nelle palestre, nelle sedi del Csi, nei campetti delle nostre periferie. Appendiamola negli spogliatoi e negli oratori, dovunque lo sport ha la vocazione di accogliere, mai di emarginare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)