L’eredità di Silvestro Montanaro

Ricordo di un giornalista sempre in prima linea sulle situazioni di miseria, di dolore e di morte causate da un sistema globale che uccide.
4 Marzo 2021

È sempre fonte di soddisfazione, per un insegnante, cogliere negli occhi dei ragazzi la partecipazione e l’interesse su temi trattati; in alcuni casi ci si può persino commuovere quando ciò che viene tramesso tocca le corde del cuore oltre quelle della mente. Non parliamo della capacità personale del docente nel trasmettere un messaggio o della logica del mero riscontro della ricezione dello stesso: questi appartengono alla Mission e all’esperienza di ogni educatore e di ogni pedagogo. Parliamo di quelle emozioni che nascono da un confronto che segue una proposta educativa colta nella sua verità e che coinvolge la vita, ponendo gli interlocutori innanzi ad alcune domande e chiamando ciascuno a dare la propria risposta.

Devo ringraziare l’amico Vittorio che mi aveva suggerito di organizzare a scuola un incontro con i miei studenti invitando il giornalista Silvestro Montanaro. Poi è sopravvenuto il lockdown che ha caratterizzato l’ultima parte dello scorso anno scolastico e ciò ha reso impossibile l’iniziativa.

Silvestro ci ha lasciati il 10 luglio scorso. Stressato ma mai arresosi alle le battaglie di denuncia che portava avanti instancabilmente, il suo viso sofferente nell’ultimo periodo rispecchiava il dolore per quello che i suoi occhi avevano visto: le situazioni di miseria, di dolore e di morte causate da un sistema globale che si nutre della vita di miliardi di esseri umani, per garantire il potere e il dominio di pochi individui su intere popolazioni.

La scomparsa di Silvestro ci lascia non solo il vasto patrimonio del suo giornalismo d’inchiesta svolti in circa venticinque anni di servizio Rai – servizi di enorme spessore quali quelli proposti nei programmi C’era una volta e Dagli Appennini alle Ande – ma soprattutto l’eredità di un professionista, di un uomo, di un testimone la cui persona e le cui denunce devono essere riconosciute e fatte conoscere. Portare il suo messaggio alle giovani generazioni che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo, in particolare attraverso il mondo della scuola, è senz’altro una strada da percorrere.

La professione del giornalista, come sappiamo,  è un servizio rivolto al pubblico, il quale premia sempre ciò che riconosce come vero e autentico; la passione di Silvestro, la dedizione e l’impegno nello svolgimento in questa professione nella quale credeva, si confronta con una semplice “ricetta”: quello che conta non è fare spettacolo ma raccontare delle storie, con il fine di far incontrare gli spettatori con le vite di coloro che vengono raccontati e si raccontano, con le loro sofferenze, con le loro speranze e con la loro dignità.

Delle grandi inchieste, i servizi che ci lasciano contenuti vivi, attuali e, purtroppo troppo spesso mai risolti, sono quelli internazionali. Tra i tanti vorrei citare “Il sogno di Antonio”, sul tema del debito internazionale che fu particolarmente posto sotto i riflettori a cavallo dell’anno Duemila, format utilizzato Da Oxfam nelle sue campagne informative e i successivi reportage dei quali riporto le parole del giornalista:

«Successivamente realizzai due documentari. “Col cuore coperto di neve” e “…e poi ho incontrato Madid”. Andarono in onda in seconda serata e accadde qualcosa di straordinario. Poche settimane dopo, su richiesta dei telespettatori, vennero replicati in prima serata. Si, su richiesta del pubblico che per una settimana intera paralizzò i centralini della Rai da Palermo a Milano. Ad un conto corrente dei Missionari Comboniani, in coda a “…e poi incontrato Madid”, arrivarono più di dieci miliardi di lire. Vennero salvate, dalla morte per fame, decine di migliaia di persone in Sud Sudan. E realizzate tante strutture di pubblica utilità»[qui].

Sono decine i lavori che Silvestro ci ha lasciato, ricordo anche il riferimento a una grande figura, quella di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, assassinato il 15 ottobre 1987.

Leggendo gli scritti di Silvestro mi sono soffermato su uno di questi, annotando senza difficoltà il parallelo possibile con le parole dell’apostolo Paolo di Tarso. Chi è in prima linea, per il servizio di missione nella diffusione delle ragioni della giustizia, che sono le stesse di quelle del Vangelo, non si ferma davanti ad alcuna prova e le assume tutte, certo che l’altezza della posta e il fine della missione, valgano le sofferenze più disparate.

Queste le sue parole:

 «Ho lavorato il sabato e la domenica, tanti Natali…Ho avuto tre volte la malaria. La prima ci stavo lasciando la pelle. Ne porterò i segni tutta la vita. Ho fatto collezione di malattie tropicali. Ho rischiato più volte la vita in quelle che si chiamano assurdamente guerre dimenticate e che invece sono semplicemente e volutamente ignorate. I lividi e le botte prese neanche le conto. Tutta roba che fa parte del mio lavoro e per la quale non ho mai chiesto all’azienda nulla in cambio. Credo sia una malattia. La voglia di raccontare, la ricerca della verità, sono la più formidabile ricompensa a qualsiasi infortunio»[qui].

 

Queste le parole di Paolo Tarso nella lettera seconda Lettera ai Corinzi:

Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto delle guardie nella città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato giù in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani (2Cor 11, 24-32).

Caro Silvestro, questo mio saluto è per dirti: «grazie!». Per il professionista, per l’uomo, per il testimone, per l’amico che non ho conosciuto ma che, in questo percorso di approfondimento, sento vicino alla mia persona e alla mia visione del mondo.

Infine permettimi di trasmettere quegli occhi gonfi di lacrime, quella commozione, quel desiderio di dirsi solidali vissuto dai mei studenti quest’anno alla visione del tuo racconto “La carne fresca” con le testimonianze dirette delle bambine brasiliane vittime del turismo sessuale da parte anche di nostri concittadini e “normali” padri di famiglia. Un mondo migliore è ancora possibile; esso passa dall’autenticità dei nostri giovani e dall’onestà intellettuale di chi vuole mostrare loro le sfide e la chiamata a costruire ed ad esserci.

 

3 risposte a “L’eredità di Silvestro Montanaro”

  1. Banse Azize ha detto:

    Silvestro Montanaro era più di un papà, mi ricordo quando aveva accettato il mio invito per la commemorazioni di ISIDORE THOMAS SANKARA a Vicenza.
    Fra poco credo di inviare un Asilo nido a suo onore.
    Il mondo aveva perso ultimo guerriero infaticabile.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Proposta educativa, il confronto con quanto potrebbe raccontare anche in una classe un giornalista che ha visto cosa succede nel mondo che con noi gira su se stesso giorno e notte. Raccontare come un Domenico Quirico cosa si prova e restare prigionieri di un altro essere umano che parla pensa in altra lingua,e vuole anche lui ma con azioni terroristiche rivendicare “giustizia. Linda Dorigo la cui ricerca si focalizza sulla fede,religione e minoranze e sulla terra come luogo nativo e di appartenenza delle proprie radici. Dal 2014 ha vissuto a Beirut lavorando al progetto Rifugio collab.ce con testate int.lide dicato alle comunità cristiane del Medio Oriente.E Camille Lepage, n.Angers 28/1/1988,uccisa. 26 anni in una imboscata nella Repubblica Centroafricana, determinata ad andare in quei paesi di cui non si parla abbastanza, fraternizzare con le persone,mostrare al mondo le loro condizioni di vita.Missionari! Impegnati a informare il mondo su ciò che accade oltre il ns.quotidiano

  3. Loredana Berilli ha detto:

    Un testimone :possa la sua eredità non disperdersi nell’indifferenza e apatia di cuore

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