Il web è educabile?

Non è tutto da gettare via e c’è molto di buono nel web e nei nuovi media, ma va cercato, trovato, studiato e persino prodotto...
12 Settembre 2020

È appena uscito in tutte le librerie il libro Educarsi ed Educare al web. 30+1 riflessioni, consigli e idee per tutti, scritto da Marco Pappalardo (una delle firme di Vinonuovo.it) e Alfredo Petralia (docente e animatore digitale), per le Edizioni San Paolo.

Un volumetto originale nel contenuto e nella forma: i capitoli sono costituiti da trenta (più una) domande “dilemmatiche” (Solo per adulti o anche per i più piccoli? Cultura o imbarbarimento? Social o a-sociale? Studio o distrazione? Libero o nella rete? Responsabile o “non sono stato io”? Condivisione o egoismo? Credibilità o apparenza? … e molte altre) che affrontano tematiche tra mondo reale e mondo virtuale. Vengono raccontate nel punto in cui si incontrano e permeano la vita, presentate a partire da fatti, notizie, esperienze, esempi veramente accaduti; poi vi si trova accostata una riflessione educativa che può essere letta e compresa tranquillamente dai 12 anni fino ai 100 (e che non presenta internet, il web, i social come il male assoluto, bensì come qualcosa da conoscere, studiare, approfondire per sfruttarne i vantaggi e i lati positivi, e allo stesso tempo per non lasciarsi rubare la libertà, la coscienza critica, le relazioni, il tempo, i talenti e i valori). Infine, a chiudere il capitolo, in punti, vengono proposte alcune idee e consigli sperimentati (non ricette ma proposte, piccoli segni da arricchire con la creatività e l’impegno di ciascuno).

Il testo è introdotto dalla Prefazione di uno dei massimi esperti del settore, Bruno Mastroianni, che scrive: «Un libro insomma che, in ogni sua componente, attiva processi di riflessione e invita costantemente chi legge a fare la sua parte, a essere protagonista e non un mero spettatore del percorso. Lo fa con la capacità di andare all’essenziale, riuscendo a mettere a fuoco i nodi fondamentali per lasciare che sia il lettore a capire come scioglierli nella sua situazione. Su questo ultimo aspetto direi che il testo raggiunge il suo pregio fondamentale. Ci sono libri di educazione digitale sbilanciati sulla difesa, che insegnano a proteggersi dai pericoli del web. Ci sono altri testi che, dalla difesa, fanno qualche passo verso la consapevolezza: cercano di far capire le logiche delle dinamiche online per rendere più attrezzati gli utenti. Questo libro oltre alla difesa e alla consapevolezza – che pure coltiva e incoraggia – si spinge verso il passo fondamentale, quello della costruzione».

Si conclude con un’utile Appendice sulla didattica a distanza con consigli pratici per gli studenti delle diverse età, per i genitori e per gli insegnanti di ogni ordine e grado.

Pappalardo e Petralia intendono presentarlo e portarlo all’interno di scuole, parrocchie, oratori, altre realtà educative e di aggregazione giovanile, come utile strumento di lavoro e di riflessione sull’uso responsabile di internet. Per questo è stato pensato pure un progetto di incontri on line con gli autori, che accompagni la lettura. Il testo è semplice, pratico e ricco di proposte concrete, dunque un ottimo strumento per i genitori, gli insegnanti, gli educatori, gli animatori, i giovani, gli studenti delle scuole secondarie di I e II grado.

 

Di seguito un capitolo del libro:

Cultura o imbarbarimento?

Come ogni spazio pubblico, il Web è uno spazio conflittuale. Chi vince, tutte le teste si porta via. Gli imbecilli prendevano la parola anche prima, nei bar, nei capannelli di piazza, nelle code alla Asl. Il Web ha soltanto esteso i decibel delle loro stentoree affermazioni. Semplicemente, al bar o in piazza (anche questo disse Umberto Eco disse) spesso l’imbecille “veniva messo a tacere dagli astanti, ma tas ti stùpid…”. Bene, dove sono oggi gli astanti intelligenti, nel bar planetario del Web? Perché tacciono? La scuola dovrebbe insegnare a filtrare le informazioni bislacche di Internet. I giornali dovrebbero verificarle e smascherarle quotidianamente. La Rete stessa dovrebbe fabbricarsi gli anticorpi, e di fatto lo fa, perché per ogni bufala ormai c’è uno smascheratore di bufale. Ma non solo. L’imbecillità social ha un sistema di difesa intrinseco. “Oltre un certo limite si crea una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quello che dice Twitter. All’inizio grande entusiasmo, poi cominceranno a dire: dove l’hai letto? L’ha detto Twitter? Quindi, tutte balle”. Non accadrà da sé, ovviamente. Ci vuole la tenacia degli astanti intelligenti. La resistenza della ragione. Disse anche questo Eco quel giorno: “La difesa istintiva del pubblico: può avvenire su Internet? Dipende solo dalla capacità critica di chi ci naviga”. Lo scemo del villaggio non trionfa mai per forza propria, ma solo per debolezza del sensato del villaggio. (Michele Smargiassi da www.larepubblica.it)

Non è tutto da gettare via e c’è molto di buono nel web e nei nuovi media, ma va cercato, trovato, studiato e persino prodotto. Anche questo è frutto di un cammino educativo necessario. Basta pensare a cosa cerchiamo normalmente su internet, quali contenuti condividiamo, che tipo di commenti o immagini postiamo personalmente, di quali gruppi facciamo parte; ognuno sa! Quando anche non siamo noi a cercare, cosa troviamo? Quali pagine ci vengono offerte pur non richieste? E non è solo la pubblicità, ma pure un universo di post privi di logica, pensiero critico, decenza. Non si tratta di essere troppo seri, bensì di non diventare banali, così come di evitare la violenza e la volgarità sia con le parole che con le immagini. Si dice che la cultura è ciò che fai di ciò che sai (o di ciò che sei!), ma pure l’espressione di un gruppo, una comunità, la società stessa. L’imbarbarimento da un lato è il non potersi più esprimere liberamente, dall’altro è il farlo senza alcun limite e rispetto per l’altro.

  1.  Parliamo (soprattutto a partire dall’adolescenza) in casa, a scuola, negli oratori, in parrocchia della “web reputation”, cioè del profilo e dell’identità che definiamo quando mettiamo in rete qualunque cosa. Chi ci segue cosa pensa di noi?
  2.  Scopriamo un’attività rivolta al bene nata e/o sviluppata su Internet, magari aderendovi come famiglia o con gli alunni della classe.

Analizziamo il nostro profilo social: rispecchia realmente noi stessi o stiamo giocando, quasi nascondendosi o alterando la verità? Oggi in ambito lavorativo è la prima cosa osservata dai potenziali datori di lavoro!

Una replica a “Il web è educabile?”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Il Web non è diverso da come ci si presenta per un posto di lavoro. Tutto dipende da quali interessi si persegue: il voler apparire, o esibire potenzialità, capacità, un curriculum artificioso, non paga perché è come mentire a se stessi e questo in seguito viene scoperto. Forse certe domande curiose forse sono proprio mirate a scoprire quanto la persona è vera . Posso capire qualcosa da quello che viene pubblicizzato nel web. ma poi se voglio comprendere più a fondo meglio leggere il libro, il giornale, esaminare un progetto in laboratorio,. Il Web ha aspetti positivi e negativi, favorire un contatto per un fine serio e utile come una opinione politica a decifrare di quanto consenso goda una decisione da prendere per la comunità. Il Web si differenzia dal contatto umano che rimane insostituibile ad accertare la verità , è un mezzo di emergenza, una vetrina da guardare prima di entrare,un mezzo per raggiungere cose persone luoghi lontani

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