Il mio pezzettino di cielo

In un libro scritto con Paola Olzer il racconto di una vita piena anche dentro una malattia gravemente invalidante come la tetraparesi spastica
21 Giugno 2011

Da qualche giorno è arrivato in libreria per le edizioni Ancora Il mio pezzettino di cielo, un libro in cui Diego Andreatta – firma che i lettori di Vino Nuovo orami conoscono bene – racconta insieme a Paola Olzer la ricchezza di una vita piena anche dentro l’esperienza di una malattia come la tetraparesi spastica. Come assaggio del libro pubblichiamo il capitolo introduttivo, “Una giornata con Paola”.
«Ma alla fine non verrà fuori un libro di quelli che fanno solo piangere, vero?». Il dubbio di Paola, subito addolcito dalla sua fragorosa risata, affiora sincero al momento di selezionare la foto d’infanzia per la copertina. A casa Olzer, in un giorno d’autunno che ingrigisce la cima già innevata della Panarotta, ci aiuta mamma Gemma, dopo un buon caffè, a frugare nei primi album fotografici di famiglia: «Prendiamo questa! Qui ci siamo tutti e tre sul mio letto, anche papà Giuseppe» esclama Paola. «Guardate che bella che ero a vent’anni…».
«Altro che le gambe delle veline della tv!» scherziamo, perché da sempre Paola non le può usare per camminare da sola: «Sono nata diversa, se si può dire diversa,» ha scritto un giorno nella sua autopresentazione «ma si vede che il Signore si serve di me come di un povero chicco di senape, per incoraggiare gli altri a non avere paura, quando la strada è dura».
Già, anche stanotte le contrazioni le hanno tenuto compagnia, ma la solita sveglia delle 8 era allietata dall’attesa della visita dell’amico giornalista con il fotografo Gianni. Poi ne arriveranno altre, perché questa casa è una Betania trentina, dalle porte sempre aperte.
Alle 11 è prevista la fisioterapia e ci aspetta in soggiorno «Standy», una tecnologica strumentazione per fare riabilitazione in casa: Paola ci deve «entrare» alzandosi in piedi e vi rimane in trazione per 45 minuti. Le dà qualche effetto rilassante, ma non riesce a non chiamarla «la gabbia». È anche l’immagine più ricorrente nella sua inesorabile malattia, con queste «catene invisibili» che Paola è riuscita a spezzare con la sua indomabile grinta, la sua raffinata sensibilità, le sue robuste motivazioni spirituali: «Non posso uscire di casa quando voglio e faccio sempre più fatica,» confida con l’esperienza dei suoi 62 anni «ma in questa specie di clausura ho visto che posso ugualmente aiutare gli altri».
Squilla il campanello, la gatta corre alla porta: è il postino che consegna la lettera di un giovane amico conosciuto in un altro ospedale e un’allegra cartolina della nipote.
Ma non c’è il tempo di archiviarle subito fra le piccole cose preziose. In cucina la polenta è pronta, ci attende il coniglio della miglior tradizione trentina: «Piacerebbe tanto anche a papà Giuseppe, ma lui ci guarda dal Cielo».
Che nostalgia del babbo, con quel contagioso buonumore e quanti ricordi, come quella volta che andò a prendere una sega del ferro per liberare Paola dalle inferriate delle finestre di casa: «Ero rimasta incastrata con la testa per qualche minuto, dopo essermi alzata dalla carrozzina nel tentativo di sporgermi per chiamare qualcuno in strada. Che spavento per i miei genitori… ma non è stato l’unico!».
Adesso ci vuole anche qualche aneddoto allegro, Paola!
«Un giorno di Carnevale,» racconta volentieri «gli amici di Canezza mi hanno portato a partecipare a una mascherata sul tema “Come dimagrire in breve tempo e senza rinuncia alcuna”. Io avrò avuto sette o otto anni, dovevo fare la signora in sovrappeso: seduta in carrozzina, reggevo un ombrello aperto all’estremità del quale era stato fissato un telo. La mia testa “spuntava” al centro e l’effetto era appunto quello di una enorme signora obesa. Poi iniziava lentamente il rito della dieta e, mentre un’amica mi soffiava addosso con la magica “macchinetta del flit”, io pian pianino chiudevo l’ombrello finché mi ritrovavo lunga e magra, mentre i miei compagni, truccati con una “passata” di carbone sul viso, cantavano la filastrocca “Marianna”… eh sì, quando penso ai vestiti di carnevale in vetrina oggi, rimpiango la semplicità dei nostri: quattro stracci e vecchi cappelli sgangherati che ci portavano in un mondo pieno di sogni».
A proposito, quali erano i tuoi desideri di bambina?
«Quelli di tutti, tipo il primo ballo, le scarpe con il tacco, le calze a rete… ma per me anche una semplice corsa, una sciata, un giro in bici».
E il sogno di farti una famiglia?
«A un certo punto è entrato nella mia vita un giovane del quale non dico il nome, perché è una cosa troppo personale… sono stata contenta e mi sentivo come tutte le altre, ho anche chiesto aiuto a Dio, ma non era nel suo disegno. Ho sofferto moltissimo» riflette ora Paola «ma non avrei mai legato una persona dentro una carrozzina. Penso che l’amore sia anche sacrificio, sia abitare negli altri dando loro una vita leale e vera. Io non avrei mai voluto un compagno come me, cioè in carrozzina, perché mi sembra un doppio sacrificio. Ho rinunciato con fatica a quest’amore, però penso che la mia vita così sia d’esempio e di aiuto agli altri».
Hai mai pensato di farti religiosa?
«Quello no, ma, in uno dei miei pellegrinaggi a Loreto, ho deciso di consacrare tutta la mia vita al Signore, per affidargli il mio impegno quotidiano anche rimanendo allo stato laicale. Era il 1981, giusto trent’anni fa».
Nella piccola stanza, orizzonte di ogni giorno, ci avvolge il profumo di fiori freschi portati ieri da una delle amiche di Pergine Valsugana: «Ci sono tante persone semplici» lo dice spesso Paola «che ogni giorno scrivono la Bibbia del quotidiano, quella che gli uomini possono ancora leggere e che oggi nella fede può far fiorire quello che io chiamo il “fiore blu” , cioè la vita conquistata dall’amore, per il mio Creatore e per il mio Fratello Uomo».
Tra qualche settimana c’è da consegnare per la mostra-mercato missionaria un lavoro di ricamo: «Ne ho realizzati centinaia di questi quadri in tanti anni» spiega Paola «mi hanno tenuto tanta compagnia». Sono capolavori di pazienza certosina, a mezzo punto: seguendo al millimetro le indicazioni del modello su carta, la nostra artista intreccia lentamente sul tamburello i fili colorati di lana, finché non si compone una Madonna, una natura morta o qualche gioioso paesaggio che va ad abbellire le pareti di conoscenti o di estimatori occasionali. È molto di più di un lavoro, perché intanto che le dita vanno, anche la mente di Paola ricama situazioni nuove o rimette ordine ai pensieri.
Qualche volta ti è capitato di chiedere il miracolo?
«Per me no, semmai per gli altri» risponde e vien da pensare che segni meravigliosi siano già la sua intelligente sensibilità incontenibile anche dentro il suo corpo rigido e quest’esplosiva capacità di aprirsi agli altri.
Alle 16 il televisore sembra accendersi da solo per l’appuntamento quotidiano con il rosario. Alla Madonna ogni giorno Paola affida la sua fatica, offerta nella compagnia di Gesù per tanti amici che tiene annotati nella mente: «È l’unico modo con cui posso esservi vicini» promette, quasi col timore di non essere compresa (ma non è così). Nella preghiera, che prosegue alla radio nelle lunghe ore della sera o della notte, Paola affida al suo Signore anche le giornate-no, qualche incomprensione, molte attese deluse. E, insieme, la riconoscenza per le scoperte fresche di giornata, i doni inattesi, l’energia con cui guardare positivamente al futuro, anche ora che papà Giuseppe è in cielo e mamma Gemma ha ancora più bisogno delle sue attenzioni.
Pensi mai al Paradiso, Paola?
«Come no! Io lo attendo, perché mi immagino che lì potrò correre come tutti, con la mia salute, la mia libertà, il mio voler bene. No, non vedo il Paradiso come una meta in cui finisce tutto, ma come una vita che continua lieta e serena. Qui siamo solo di passaggio».
Non vorremmo andar via (fu difficile anche 15 anni fa, alla fine della prima intervista), ma ora dobbiamo congedarci. Ci piacerebbe usare quell’affettuoso «Buon giorno, Donna Paola!» con cui per tanti anni l’ha salutata il medico amico e con cui si pensava d’intitolare questo libro.
Poi, però, «Paoletta» lascia ancora una volta roteare le instancabili pupille verso la finestra, verso il profilo della val dei Mocheni, e sembra riposare lo sguardo lì, su quello che chiama «il mio pezzettino di cielo», uno spazio interiore apparentemente ridotto, ma in verità spalancato sull’eterno.
Grazie di averlo aperto anche a noi: possiamo entrarci e condividerlo giorno per giorno, pagina per pagina.

In un libro scritto con Paola Olzer il racconto di una vita piena anche dentro una malattia gravemente invalidante come la tetraparesi spastica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)