Gaza e Cisgiordania: la lettura può salvare vite umane?

C'è un esercizio delle virtù che non attiene solo alla nostra sfera personale, ma riguarda tutte le nostre comunità cittadine. Cosa aspettiamo a praticarlo?
7 Novembre 2025

Può sembrare che continuare a farsi domande ed approfondire circa le tragedie contemporanee sia vano esercizio di fronte all’enormità dei conflitti in corso e delle conseguenti crisi umanitarie: ci sono troppi corpi che chiedono di essere nutriti, curati, sepolti; troppa devastazione in atto in alcune parti del pianeta, dall’Ucraina a Gaza, solo per citare scene di ordinaria distruzione veicolate dai media.

Eppure, c’è chi resiste, chi si ostina almeno a cercare di capire perché l’uomo è ancora quello della pietra e della fionda, perché certe zone del mondo sembrano destinate a ripetere sempre lo stesso copione drammatico, intriso di sangue.

Da alcuni mesi la comunità cittadina di Oriolo Romano, piccolo borgo della Tuscia, con alcune iniziative tenta di sviluppare una riflessione condivisa (che è bene precisare non vuol dire uguale: ci sono tanti sguardi diversi e tante interpretazioni che non vogliono e non possono essere ridotte ad unicum) sul conflitto mediorientale, o come sarebbe più corretto dire, del Vicino Oriente. Per questo si cerca di far circolare e confrontare voci e dubbi, letture e testimonianze, oltre ad azioni solidali.

Durante l’estate (6 agosto 2025) nell’antica chiesa di Sant’Anna – nel centro storico del paese – la parrocchia di San Giorgio ha promosso una serata di testimonianza e solidarietà per la popolazione civile di Gaza, Vita per Gaza, con musiche e letture, interventi e testimonianze di chi opera in progetti di cooperazione e di chi si occupa a livello giornalistico da tempo di quell’aerea. La comunità parrocchiale e quella cittadina hanno risposto con grande partecipazione e coinvolgimento, segno di un dramma, che aldilà dei diversi posizionamenti, tocca profondamente il senso di umanità presente in ciascuno di noi.

Il percorso cittadino si è poi sostanziato della presentazione, durante il Consiglio Comunale del 22 settembre, della mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina, come atto di affermazione e rivendicazione della comune dignità dei due popoli che condividono quella striscia di terra e per avviare un processo di definizione statuale di tale presenza. L’affermarsi del diritto all’autodeterminazione dei popoli e al loro definirsi attraverso istituzioni di diritto è stato ritenuto dalla maggioranza del Consiglio Comunale ineludibile, se non si vuole che la pace sia solo frutto di accordi tra i potenti del mondo, di aggiustamenti di confini e di rese alla logica della forza militare e non solo di quella.

Il percorso ha condotto poi il gruppo di lettura condivisa “Ci scappa da leggere”, in collaborazione con la Biblioteca Comunale, a riunirsi domenica 19 ottobre per un confronto a partire dalle letture che, sul conflitto e sulla conseguente drammatica situazione, sono state compiute dai vari membri del gruppo durante l’estate. La scelta dei testi era stata lasciata libera e dunque sono state presentate letture di saggi, letture di testimonianza ed anche romanzi a sfondo storico. L’ascolto di un racconto di testimonianza presente nel testo “Non siamo numeri. Le voci dei giovani di Gaza” ha aperto l’incontro, restituendo tutta la drammaticità della realtà quotidiana della popolazione di Gaza durante l’offensiva israeliana dopo il 7 ottobre 2023.

Sono stati presentati poi una serie di testi di approfondimento sulla genesi del conflitto con riferimenti alle opere dello storico Lorenzo Kamal ed a quelle di Ilan Pappé. Sulla ricostruzione della vicenda del gruppo di Hamas, ci si è avvalsi della puntuale ricerca di Paola Caridi “Hamas. Dalla resistenza al regime” che ha permesso di ricostruire alcune delle tappe della trasformazione del gruppo di Hamas e del suo predominio nella Striscia di Gaza. Nel confronto è emersa la necessità di chiarimento sulle terminologie usate, sull’uso non neutro di alcune parole, come pulizia etnica, genocidio, neocolonialismo (la ricerca storiografica di Ilan Pappè insiste sulla nascita di Israele come progetto neocoloniale), sionismo, antisionismo ed antigiudaismo.

Si è poi fatto riferimento ad opere più attinenti al genere della letteratura giornalistica. In particolare, alcuni membri del gruppo hanno condiviso la lettura del libro del giornalista americano Nathan Trall “Un giorno nella vita di Abed Salama” che ricostruisce la tragica vicenda di un incidente stradale avvenuto sulla Jaba Road, la strada della morte, in cui nel 2012 persero la vita un gruppo di bambini di una scuola della Cisgiordania. Il libro non focalizza il conflitto attuale, ma riportando in modo estremamente puntuale la dinamica dell’incidente e le vicende che riguardano i vari protagonisti coinvolti nella vicenda, descrive il regime di apartheid in cui sono costretti a vivere le comunità palestinesi della Cisgiordania, per cui il muro di separazione ed i check-point non sono solo barriere materiali da superare, ma ostacoli ad una ordinaria vita quotidiana ed alla fruizione di diritti fondamentali, delineando due binari di vite, che nel migliore dei casi si svolgono paralleli, ma in cui spesso l’ossessione per la sicurezza delle autorità israeliane impatta duramente, sul diritto degli abitanti della Cisgiordania alla vita. Il libro presenta numerosi riferimenti al progressivo isolamento delle cittadine della Cisgiordania, che ormai si configurano come un arcipelago in una zona controllata secondo vari gradi da Israele e con la presenza sempre più invadente dei coloni. In particolare, viene evidenziato come il sistema di mobilità, la costruzione di nuove strade ed autostrade, di sottopassaggi e svincoli, risponda ad un preciso disegno di separazione etnica, a tutto vantaggio di una parte.

Si è palesato con estrema chiarezza come il processo di pacificazione e convivenza tra i due popoli non possa riguardare solo quella porzione di terra chiamata Striscia di Gaza, ma anche la vita dei palestinesi in Cisgiordania e l’impatto degli insediamenti dei coloni israeliani. Esplicito riferimento è stato fatto all’ultimo libro della giornalista italiana Cecilia Sala, che nella prima parte di “Figli dell’odio”, descrive in modo efficace questo processo di radicalizzazione religiosa avvenuto soprattutto in Israele, ma anche nei Territori occupati, dove sono i figli piuttosto che i padri a non credere in una soluzione negoziale ed in un futuro di convivenza.

Altri testi, come “Il giardino e la polvere” di Alberto Stabile, inviato per lungo tempo di uno dei massimi giornali italiani, hanno contribuito a descrivere la geografia di luoghi così ricchi di storia, di troppa storia, ha affermato qualcuno, e di memorie religiose divisive, come la città di Hebron con la sua tomba dei Patriarchi, non volendo fare solo citare Gerusalemme. Come riferimento comune per la ricostruzione della Nakba e del suo impatto sul vissuto del popolo palestinese, si è citato più volte il libro di Susan Abulhava, “Ogni mattina a Jenin”.

Con un’azione che si può definire virtuosa, il gruppo attraverso le letture, le risonanze e il confronto ha avuto la possibilità di sviluppare una consapevolezza più completa ed articolata della drammatica vicenda del conflitto, delle forze che si oppongono al processo di pacificazione, delle possibilità in campo, cogliendo spunti e spiragli per una visione non disperata e disperante.

Esiste un esercizio delle virtù che non attiene solo alla sfera personale, ma può riguardare le comunità cittadine e i consessi umani, quando, per esempio, della conoscenza e della lettura per svilupparla, e del libero confronto che ne segue, si fa progetto condiviso, calato nelle nostre tutte imperfette vite e convivenze.

Si chiamano buone pratiche. Un esercizio di resistenza.

 

Una risposta a “Gaza e Cisgiordania: la lettura può salvare vite umane?”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Certamente lodevole, intelligente iniziativa questa di cui si viene a conoscenza, utile se al fine fa seguito una buona e più mirata azione. Una valida idea anche per indagare su altri conflitti come quello in Ucraina che perdura da troppo tempo con esito devastante anche interno a se stesso, senza aver ottenuto nulla di quanto sperato. Forse in diplomazia si è tentato intervenire, ma l’odio è una erba difficile da sradicare ed e per questo che i danni procurati dalle guerre non portano se non a una Pace “come la propone il mondo” . Serve quella Cristiana dove senza uso di armi, avendo il coraggio di deporle, anche se può apparire tale, non è segno di resa ma coraggioso atto a interrompere l’uccisione di tante vite umane.. Si tratta di credere nella Pace secondo come Cristo assicura, Egli ha disarmato la morte e assicurato la Vita

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