Acqua e referendum, che benedizione

È più che positivo un primo bilancio dei riflessi sulle nostre comunità cristiane del dibattito attorno al «bene comune». Avrà un'onda lunga?
10 Giugno 2011

Un lunedì sera, a discutere di acqua in salone parrocchiale: dalle dighe delle ingiustizie planetarie alle bollette non tarate sul numero dei figli. C’è tanta voglia di capire, e di esprimersi anche: l’ex volontario internazionale testimonia le lotte alla siccità, l’amministratore di un’azienda in house precisa i costi fissi di gestione, una catechista denuncia il silenzio dei media sul referendum. E il parroco alla fine confida soddisfatto che la serata dal titolo francescano ha consentito un approfondimento inedito, al di là del voto e degli slogan.
Miracoli del 13 giugno? Quei due contorti quesiti sulla scheda si sono rivelati – ora possiamo dirlo, sì – una formidabile occasione (raccolta da piccole parrocchie, grandi diocesi e tante testate cattoliche) per fare educazione sociale e politica, a largo raggio. Ben oltre, finalmente, l’area dedicata agli “stili di vita”, le campagne missionarie e gli appelli dei religiosi da anni in frontiera.
Tra dibattiti, biciclettate e laboratori, la riflessione sui “doni di Dio” si è diffusa, concreta e impegnativa. L’esigenza d’informarsi ha smosso le comunità cristiane – da Bolzano a Potenza, ad esempio, con la campagna “Imbrocchiamola” – molto più di una nota del magistero. Documentarsi sugli squilibri idrici fra le varie aree del Paese non è corresponsabilizzarsi al federalismo solidale? Andare a leggersi la pastorale del noto vescovo cileno non porta a riscoprire anche la “Sollicitudo rei socialis”? Cogliere i nodi della cattiva gestione degli acquedotti non è educarsi alla legalità?
Avrà un’onda lunga questa “campagna sull’acqua”? Molti cattolici italiani vi hanno partecipato con spirito conciliare. Appoggiando e rafforzando dall’interno i comitati di sensibilizzazione, cercando mezzi adeguati ai messaggi, senza vantare esclusive o primogeniture: l’acqua non è un bene cattolico.
Anzi, è uno di quei temi-valori (per dirla con il compianto massmediologo Vitaliano Rovigatti, che avrebbe visto in questo referendum un classico tema-motore) capace di mettere un cristiano in dialogo e in cammino con tanti uomini di buona volontà. “Prove tecniche” per costruire dal basso un “nuovo umanesimo”, ma forse anche solo per stimolare percorsi di riavvicinamento alla Bibbia, certamente relazioni fondate su rispetto reciproco, a partire dalla propria identità.
E’ quanto è sfuggito alla lettura di Repubblica (di cui ha parlato nel suo post Salvo Toscano) ed ha espresso bene la ricchezza plurale del cattolicesimo italiano, confermata dai giudizi variegati sulle voci magisteriali, ritenute da alcuni parrocchiani troppo militanti, da altri invece troppo fioche.
Mi è parsa esemplare, almeno pro futuro, la scelta della CEI di “esserci” sul tema con dichiarazioni e documenti di orientamento (qualche vescovo ci ha offerto testi competenti e appassionati), senza però scendere sul piano attivo della campagna referendaria, lasciato alla sensibilità dei laici cristiani. Oltre a evitare strumentalizzazioni pro e contro, quest’opzione tiene opportunamente distinto il livello del criterio dalla sua traduzione giuridico-amministrativa. E lascia che siano i laici a schierarsi nella partecipazione attiva: nel suscitare incontri di formazione, dare motivazioni a marce e azioni simboliche, avviare i percorsi duraturi del manifesto pastorale “Acqua dono di Dio e bene comune”. Lo ha diffuso dopo Pasqua la rete interdiocesana “Stili di vita”, alla quale aderiscono una cinquantina di diocesi e nella quale i delegati vescovili degli Uffici diocesani dovrano lasciare sempre più spazio al protagonismo dei laici.
Tutto bene? Un limite – denunciato da una mano alzata nella serata parrocchiale di lunedì sera – è stato semmai quello di non essere riusciti a spendere una parola più forte e qualche riga in più sull’importanza della partecipazione a quest’appuntamento referendario, che corre il rischio di essere invalidato. A parte la risposta di mons. Crociata in conferenza stampa durante l’assemblea CEI di maggio, doveva essere maggiormente sottolineato il diritto-dovere di esprimersi su questioni così strategiche. Non ci avrebbe evitato il battiquorum, ma avrebbe coronato questa benedetta stagione d’impegno per un bene comune.

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