LA CENERE. Nel mercoledì che intona la Quaresima, corriamo un rischio. Che la visione delle ceneri spente sia così potente, da spegnere l’immagine grande che Dio ha di noi. Sappiamo infatti da Isaia (49,14-16) che non siamo soltanto noi a immaginare Dio, ma che anche Lui non ci dimentica mai, al punto di disegnarci sulle sue mani. Non è fantastico essere portati in palmo di mano da Qualcuno che ci ha fatto il ritratto e lo tiene non solo in cornice, ma addirittura davanti a sé, per non perderlo di vista?
Eppure ce ne scordiamo. Forse perché il rito cala un’espressione-sentenza («Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai») che turba, non foss’altro per lo stillicidio con cui viene ripetuta a tutti, nessuno escluso.
Ora, va bene tirare in ballo Adamo e la sua creazione dal fango. Ma l’espressione, per quanto indiscutibile, annichilisce non poco, facendoci sentire infinitamente piccoli e in dissoluzione, granelli di un cosmo destinato a finire.
Viene naturale resisterle: come è possibile che delle Creature venute al mondo a immagine e somiglianza di Dio, passino di colpo da Maiuscole a minuscole, lasciandosi pervadere da un senso di annientamento e di inutilità? È possibile che delle Creature i cui nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20) si trasformino in moscerini, tutti uguali e senza nome, indistinguibili l’uno dall’altro?
LA POLVERE CHE NON PESA E LA GOCCIA. Per non deprimerci e recuperare autostima, conviene rintracciare nella Bibbia immagini più positive. A venire in aiuto è il Libro della Sapienza, con due fantastiche similitudini per descrivere l’umanità in rapporto al Signore (11,22): «Tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra». D’accordo, saranno sempre cose inconsistenti che si depositano in basso, ma almeno fanno volare alto: se, infatti, la polvere sulla bilancia conferma la nostra piccolezza, nello stesso tempo fa capire come non pesiamo minimamente a Dio (oppure che Dio, se ci pesa, non tiene conto di quanto pesiamo). E come sia facile per lui avere compassione, cioè «chiudere gli occhi sui peccati degli uomini» (11,23).
Torna in mente l’incontro con l’adultera (Gv 8,6), quando si vede Gesù tracciare una scritta misteriosa «col dito per terra», cioè nella polvere. Chissà che non fosse proprio la similitudine del Libro della Sapienza! In fondo, la polvere è anche ciò che resta di pietre disintegrate, quelle che i giustizieri vorrebbero scagliare alla donna. Poi – grazie a Dio e a chi, come Lui, perdona – le accuse pesantissime si polverizzano e volano via col vento…
Rispetto alle ceneri, la polvere sulla bilancia che cosa dice in più? Che siamo minimi e, insieme, leggerissimi, ovvero che le nostre colpe sono irrilevanti nel giudizio di Dio. Lo dovremmo rammentare, ogniqualvolta cerchiamo di far pesare i comportamenti altrui: se non li fa pesare Dio, non li deve far pesare neanche chi perdona.
Va infine notata l’immagine della goccia di rugiada, messa quasi a migliorare l’immagine della polvere, di scarso appeal. Per dire che, oltre a vederci senza peso, Dio ci trova meravigliosi: leggerissimi e pure bellissimi. Forse è così che dovremmo guardare l’altro, nella sua bellezza e nella sua leggerezza, senza il carico della storia e delle colpe. Imparando a dire «Non mi pesa. È mio fratello», potremmo dare un grande aiuto alla fraternità vera.
LA POLVERE DI STELLE. Un’ulteriore immagine di rinforzo ci fa passare dalla polvere e dalla stilla… alla polvere di stelle. A dire che le cose infinitesimali possono essere enormi e che siamo piccoli solo in apparenza.
Dalla Genesi (15,2) sappiamo infatti che Abramo, a 85 anni, si avvicina alla fine dei suoi giorni senza essere diventato padre. E che il Signore, anziché dargli conforto con le parole, ancora una volta lo fa uscire: stavolta di notte, per contare le stelle. Gli regala un’immagine per portarlo a fare un’associazione di idee; per dirgli, insomma, che i suoi discendenti saranno tanti quanti gli astri del cielo.
E noi, a nostra volta, possiamo immaginare questo grande vecchio (non ancora patriarca), perso a contemplare figli, nipoti e pronipoti in quei granelli sospesi, tutt’altro che infinitesimali e già tutti con un nome di persona.
LA SABBIA. Più avanti, Genesi 22, parlando del mancato sacrificio di Isacco, offre ulteriori granelli per dare una sensazione di infinito: quelli della sabbia sulle rive del mare. Ed è talmente bella, questa storia, che la Lettera agli Ebrei, scritta molto più tardi, verso la fine del I secolo, ce la racconta di nuovo. Ricordando (11,17-19) come Abramo avesse offerto a Dio proprio il figlio che gli avrebbe assicurato la discendenza. Se lo fece, è perché Abramo, che di Dio si fidava, lo considerava capace di far risorgere anche dai morti. Per questo la Lettera scrive che Abramo, dopo il rifiuto del sacrificio, «riebbe Isacco anche come simbolo»: lo riottenne come persona in carne e ossa e, allo stesso tempo, come segno della promessa, cioè della volontà di Dio di dare ad Abramo una discendenza.
ALTRA POLVERE… Anche se quello di Gesù non era un deserto di sabbia, quello dove ci porta la Quaresima resta un luogo polveroso e sassoso, scomodo e con poca vita, per aiutarci a cercare l’essenziale e a fare delle scelte secondo la parola di Dio. Un posto povero, dunque, ma da cui uscire più ricchi.
Proprio come le ceneri odierne. Che, provenendo dai rami d’ulivo dell’ultima domenica delle Palme, potrebbero spingerci a ricordare il nostro potere di costruire la pace. Quel potere citato dal Salmo 8 (4-7), che dice lo stupore dell’uomo per la memoria di Dio:
«Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, / la luna e le stelle che tu hai fissato, / che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, / il figlio dell’uomo, perché te ne curi? / Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, / di gloria e di onore lo hai coronato. / Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, / tutto hai posto sotto i suoi piedi».
Ma è proprio Dio che non ci lascia diventare polvere ma rida corpo alla nostra speranza di vita guardando al Figlio suo Gesù Cristo, morto e risorto a vita nuova per sempre. Tutto diventa senza vita quando il cuore non è abitato da sentimento di amore. :” Non è morta ma dorme” così Egli ha detto della fanciulla morta che Lui ha richiamato a vita. Guardiamo dunque sempre a Lui il Risorto, il Vivente anche oggi in un mondo costellato di rovine, sbattuto non solo da intemperie rovinose ma anche da guerre fratricide. Siamo stati creati per la vita ed è con questa speranza che dobbiamo camminare nella sola via che porti a salvezza dietro a Lui Cristo Signore.