L’intervista formato Bergoglio

Qualche riflessione sulla modalità giornalistica dei due dialoghi con Spadaro e Scalfari: la forza della relazione a tu per tu.
11 Ottobre 2013

Anche l’intervista del Papa a Eugenio Scalfari è un seme finito in terreni vari, secondo la parabola (vedi il post del 21 settembre) di Joanne McPortland. C’è chi vi ha colto un Bergoglio che si presenta “non più come monarca, ma come cristiano e come vescovo”, chi ha sottolineato l’accento sui “Capi della Chiesa narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani”, chi la promessa di voler “approfondire il ruolo delle donne nella Chiesa”.  .
Una lettura a freddo si potrebbe soffermare anche sulla tecnica (inusuale per un pontefice) dell’intervista-fiume a tutto campo. Che il  Papa ha accettato per la seconda volta, nonostante egli abbia sempre ritenuto di avere “grande difficoltà a rilasciare interviste” – come aveva confidato proprio a padre Spadaro – “perché preferisce pensare più che dare risposte di getto in interviste sul momento”. “Sente infatti che le risposte giuste gli vengono dopo aver dato la prima risposta”, osservava poi lo stesso intervistatore, aggiungendo anche che “Papa Francesco è abituato più alla conversazione che alla lezione”.
Alla luce di questa interpretazione soggettiva, questi testi – peraltro così diversi nelle finalità, nella destinazione editoriale e nella genesi – presentano varie analogie e costituiscono (sia nella conduzione che nella resa scritta) un’intervista sui generis, tanto che qualcuno ha voluto già chiamarla “formato Bergoglio”.
Davanti allo stile diretto e disarmante dell’intervistato, l’intervistatore depone le armi classiche della  tradizionale schermaglia – a domanda (insidiosa) risponde –  e preferisce suscitare e raccogliere “quel flusso vulcanico di idee che si annodano tra loro”, per usare le parole di Spadaro.
Al termine della distesa lettura, come davanti ad una sequenza al rallentatore, prima ancora che il contenuto delle risposte, colpiscono la modalità e il contesto di questa comunicazione faccia a faccia: l’atmosfera empatica, l’ascolto rispettoso dell’altro ma anche i necessari “distinguo”, l’andamento coerente dei ragionamenti, vivacizzato dai cambi di ritmo propri della chiacchierata e del confronto aperto.
Anche se avviene davanti ad un registratore, più che un’ intervista appare ai lettori come un genuino colloquio a tu per tu. Non “ristretto” al botta e risposta di certe sintesi a cui siamo abituati dal battutismo del politichese. Ma nemmeno troppo “allungato” in domande studiate e risposte fin troppo dosate come avviene nei dialoghi pensati per finire, a capitoli, in un libro.
L’intervista “formato Bergoglio” avvince anche chi non segue i temi religiosi perché ci fa spettatori (quasi partecipanti)

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