La Chiesa ha imparato troppo tardi che il silenzio può trasformarsi in complice dell’abuso. Per decenni, molte vittime non sono state ascoltate, sono state screditate o invitate a tacere «per il bene dell’istituzione». Per questo, la politica di tolleranza zero non è nata da una tendenza culturale, ma da una necessità morale: proteggere le persone prima del prestigio.
Tuttavia, mi sorge una domanda o una nuova sfida: come proteggere chi potrebbe aver subito un abuso, salvaguardando al contempo il volto e la dignità dell’accusato fino a quando non verrà accertata la verità?
Il caso del cardinale Cristóbal López Romero, salesiano spagnolo, ci pone ancora una volta in questa scomoda situazione in cui la prudenza è più necessaria che mai. Le informazioni finora diffuse parlano di denunce per «comportamenti ritenuti inappropriati nei confronti di donne adulte». Lo stesso cardinale ha deciso di ritirarsi temporaneamente dalla vita pubblica per agevolare un’indagine trasparente. Questo gesto merita di essere interpretato, quantomeno, come una disponibilità a lasciare che i fatti vengano chiariti senza interferenze.
Ma questo tema mi pone un interrogativo che va oltre un nome specifico. Viviamo in una cultura in cui la reputazione può essere distrutta in poche ore. Un sospetto si trasforma rapidamente in un titolo di giornale; il titolo, in un giudizio sociale; e il giudizio sociale, spesso, in un verdetto che arriva prima ancora di qualsiasi indagine.
Questo non significa diffidare sistematicamente di chi denuncia. Sarebbe profondamente ingiusto. Sappiamo quanto sia costato a tante vittime trovare il coraggio di raccontare l’accaduto. Ma non significa nemmeno che ogni denuncia debba essere automaticamente interpretata come prova di colpevolezza. La reputazione è uno dei beni più fragili che una persona possiede. Ci vuole una vita intera per costruirla e bastano poche ore per distruggerla irreparabilmente. Anche quando un’indagine conclude che non è stato commesso alcun reato, l’ombra del sospetto raramente scompare. Nell’immaginario collettivo resta sempre un «qualcosa avrà fatto».
La psicologia è ben consapevole della complessità delle relazioni umane. Esistono gli aggressori. Esistono le vittime. Ed esistono anche le diverse interpretazioni di uno stesso fatto, i conflitti affettivi, le ferite, i risentimenti e, in casi eccezionali, le denunce strumentali o motivate da intenzioni particolari. Negare questa possibilità significherebbe non rispettare la verità.
Ho conosciuto il caso di un prete che ha avuto una relazione consensuale con una donna adulta. Quando lui ha deciso di interrompere questa relazione, lei ha continuato a insistere e a persuaderlo di proseguire. Qualche tempo dopo, ha presentato una denuncia per abuso, con tutte le conseguenze personali e professionali che questo ha comportato. Ulteriori dettagli non sono rilevanti in questa sede. Casi come questo – senza generalizzare o considerarli la norma – ci ricordano che può anche esistere un uso ingiusto dei meccanismi di denuncia. Proprio per questo esiste la giustizia. Non per proteggere automaticamente l’accusato. Né per credere a qualsiasi accusa senza esaminarla, ma per indagare rigorosamente, ascoltare tutte le parti e distinguere i fatti dalle interpretazioni.
La Chiesa deve continuare ad essere implacabile di fronte a qualsiasi abuso. Non può tornare indietro. Ma deve anche impedire che la paura sostituisca il discernimento.
La vittima merita sempre tutta la protezione possibile. Ma, quando un’accusa risulta infondata, c’è anche un’altra vittima. Solo quando si protegge simultaneamente chi denuncia e chi è denunciato attraverso un processo serio, indipendente e rispettoso, la verità non è più uno slogan e diventa un modo autentico di prendersi cura delle persone. Perché la verità non ha bisogno di precipitazione. Ha bisogno di tempo, di coraggio e di giustizia.
La Chiesa, proprio per rispetto verso queste vittime, deve garantire che i suoi processi siano impeccabili, perché un’indagine rigorosa tutela chi denuncia quando i fatti sono certi e protegge l’innocente quando non lo sono. Non sono due giustizie diverse. È la stessa giustizia.
Forse oggi la verità soffre tra titoli sensazionalistici, algoritmi e giudizi affrettati. Perché, quando non ascoltiamo più e ci limitiamo a credere o a diffidare, non cerchiamo più la verità: cerchiamo di confermare ciò che vogliamo pensare. E in questo cammino non vediamo più le persone. Questo non solo impoverisce la giustizia. Impoverisce anche il Vangelo, che inizia sempre guardando un volto prima di pronunciare una sentenza.
Il più grande atto di giustizia è non smettere mai di cercare la verità, anche se tarda ad arrivare. Come ha scritto santa Teresa di Gesù: «La verità patisce, ma non perisce».
(Articolo pubblicato il 13.7.2026 nel sito www.religiondigital.org; traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli)