Sono passati dieci giorni dal primo discorso di Leone XIV ai vescovi italiani, non è inutile chiedersi quale traccia abbia lasciato. Nei commenti a caldo tutti i nostri pastori hanno colto “grande umanità e serenità” dal primo “a tu per tu”, molti ne hanno tratto forte incoraggiamento (“una botta di vita, anzi di speranza, un bel respiro, una bella spinta a guardare in avanti”, ha detto il presidente dei vescovi calabri Fortunato Morrone) , qualcuno è riuscito a scambiare una parola, come il vescovo di Bolzano-Bressanone, Ivo Muser, al quale papa Prevost ha indicato l’Alto Adige “come un modello di dialogo e convivenza che potrebbe essere utile per molti”.
Sulla stampa quotidiana, a parte Avvenire, non si è andati oltre la cronaca, mentre gli approfondimenti del segretario CEI Baturi e del vicepresidente Castellucci, confermano quanto il discorso sia denso e meriti qualche sottolineatura. Sia per il linguaggio a tratti confidenziale (come il riferimento al passaggio nell’Aula delle Benedizioni il giorno dell’elezione) e comunque diretto, autorevole certo ma anche con accenti paterni, come quando sembra rassicurare anche i più pessimisti dicendo che “nessuno potrà impedirvi di annunciare il Vangelo”. A livello infraecclesiale la nota forse mai scontata è stata quella della comunione e della collegialità (“non solo fra i vescovi, ma anche tra loro e il successore di Pietro”, ha puntualizzato Leone XIV), mentre il rilancio di Evangelii Gaudium nei suoi aspetti essenziali (a partire dalla centralità del kerigma) sta in una efficace sintesi di dieci righe che sembra dire: andiamo avanti a perseguire quanto ci ha indicato papa Francesco.
La novità forse più eclatante sta nella “seconda attenzione” consegnata dal Papa americano ai confratelli italiani: la responsabilità per la pace. Non un dettato dell’attualità, ma l’indicazione di un percorso lento e prioritario, attraverso passaggi che il Papa aveva già condiviso con i movimenti per la pace qualche giorno prima: “Auspico, allora, che ogni Diocesi – ha scandito Prevost – possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”. Che ne sarà di questo suggerimento concreto?
Il dialogo da coltivare risulta essere la quarta attenzione, declinata (soltanto?) in una prospettiva infraecclesiale, fra aggregazioni laicali, movimenti, parrocchie…
Altrettanto denso il capoverso della terza attenzione “al rispetto della dignità umana”, con un discernimento pastorale che deve partire da una visione antropologica, “senza la quale l’etica si riduce a codice e la fede rischia di diventare disincarnata”.
Come se non bastasse, ecco ancora una manciata di esortazioni finali: quella che ha fatto più titoli “la sinodalità diventi mentaliltà” rappresenta di fatto una “dritta” per la fase conclusiva del Cammino sinodale quando precisa tre livelli di sinodalità: “nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire”.
È evidente che il Papa americano che ha studiato anche a Roma e negli ultimi anni vi è vissuto conosce già le ricchezze e i limiti delle Chiese “che sono in Italia”. Per questo possiamo chiederci quali siano le “scelte coraggiose” da lui auspicate, già realizzate e replicabili, e che cosa significa, oltre che restare uniti, “non difendersi dalle provocazioni dello Spirito”.