Le nostre Betanie estive

Un periodo di villeggiatura in una località accogliente può creare legami fraterni. Lo insegna la storia, ma non è scontato
11 Agosto 2013

Ma guarda un po’ come han vissuto le vacanze i santi del nostro tempo! Sprazzo di sereno in un fine agosto malinconico, la lettura della biografia del beato Odoardo Focherini presenta questo padre di sette figli, stressato per il suo lavoro di amministratore di giornale e attivista dell’Azione Cattolica, che attende le ferie per “staccare” con la famiglia. E ogni estate lascia la pianura emiliana per raggiungere la montagna trentina nel paese natale della moglie Maria e dedicare tutto il tempo a lei, ai ragazzi e al riposo attivo – come si direbbe oggi – all’ombra delle conifere. Con qualche escursione in quota e un’attenzione ai segni del sacro che lo porterà anche a collaborare con gli amici nel recupero di due chiesette alpine.
Quel comune dell’Alta val di Non, Rumo, diventerà per la famiglia Focherini un ambiente rilassante e ospitale, un buen retiro di relazioni durature, tanto che Odoardo citerà quelle giornate con nostalgia nelle sue lettere dalla prigionia prima di morire nel 1944 a Flossemburg, campo di concentramento, dov’era stato recluso per aver salvato molti ebrei.
A distanza di molte estati, in occasione della recente beatificazione di Focherini a Carpi, si è compreso quanto la comunità di Rumo abbia poi saputo sostenere la vedova signora Maria, facendole sentire calore e aiuto concreto per tanti anni, come hanno testimoniato gli stessi figli negli incontri d’agosto.
Quest’aneddoto attinto da un santo per tanti aspetti “normale” esprime la ricchezza del legame con una comunità accogliente, come quella Betania in cui Gesù cercava e trovava ristoro e amicizia.
Vengono allora in mente anche le Betanie del nostro passato: hanno il volto del contadino che ti offre la sua verdura, il sapore di una crostata fatta in casa e le voci di una partita a briscola sotto il pergolato. Conservano l’eco di un biglietto d’auguri a Natale e di una telefonata a primavera, o di un aiuto offerto a distanza, poi ricambiato nei corsi e ricorsi di cui ti sorprende la vita.
Narrare la fede, oggi, può voler dire anche non dimenticare, anzi valorizzare queste settimane vissute sotto altri campanili, le mani strette da amici sinceri, senza doppi fini. E può innescare una verifica, di famiglia e di comunità: quando abbiamo usato strumentalmente questo rapporto, neanche fossimo una Pro Loco, e quando invece abbiamo provato la gioia di trasformarci noi in Betania per gli altri?

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