Sorpresi e nutriti da Dio

Un testo ricchissimo, di cui vogliamo cogliere solo alcune pennellate. Un miracolo conosciuto da tutti, che ci rimanda al cuore di Dio e continua a offrirci un “modello” per imparare a “fare bene il bene”.
1 Agosto 2026

Domenica 18a del tempo ordinario

 

La moltiplicazione dei pani e dei pesci. Forse uno dei racconti più conosciuti di tutto il Nuovo Testamento e, in generale, della storia di Gesù. Espressioni, personaggi, contesti ormai noti a tutti; probabilmente il miracolo più famoso tra i molti che ci vengono raccontati. Tutto quello che si poteva dire al riguardo è stato detto, forse. Proviamo allora a mettere in luce alcuni aspetti che ci sembrano particolarmente interessanti.

 

Riconoscere il tempo del bene

Iniziamo notando come il desiderio di solitudine di Gesù venga spezzato dalla sua compassione. L’amore viscerale (come ci dice il termine greco originale) che Gesù prova nei confronti della folla lo porta a desistere dal cercare un altro luogo e lo induce a curare i malati, a stare con la folla. È questo forse un primo spunto interessante: fare il bene non ha programmi, anzi, talvolta richiede proprio di mettere da parte la propria idea originaria e aprirsi all’altro, perché il suo “bisogno”, la sua “malattia” non può aspettare. Troppo facile – sembra dirci il vangelo – fare il bene quando si è comodi. Il bene ci interpella, sta a noi farlo accadere, cogliere il suo momento.

 

L’agire dei discepoli (ieri e oggi)

Abbiamo poi la nota espressione: «Voi stessi date loro da mangiare». Gesù stesso, in questo caso, “chiama” i suoi discepoli fuori dalla loro zona di comfort, gli chiede di uscire da ciò che è comodo “a loro”, per fare come ha fatto lui. Quella stessa compassione che aveva guidato Gesù, adesso deve guidare i discepoli nel fare il bene. Ancora una volta, non c’è tempo o luogo “adatto” al bene, c’è solo il bisogno dell’altro che qui e adesso chiede di essere nutrito, anche da parte nostra.

È così che arriviamo al miracolo vero e proprio. Qui troviamo una descrizione a dir poco lenta, dove ogni singolo gesto di Gesù viene esplicitato con cura. Non è un caso che si tratti proprio dei verbi liturgici della Pasqua (prese, alzò, recitò, spezzò…). Altrettanto intrigante è quel “doppio passaggio”, forse scontato ma che rimane comunque impresso nella pagina di vangelo: da Gesù ai discepoli e dai discepoli alla folla. Ecco il ruolo della chiesa: prendere tutto da Gesù e dare tutto alla folla. Pura mediazione del dono di salvezza, che non è lei a generare, a produrre e soprattutto che non è lei a decidere “a chi” debba andare. Tutti mangiarono a sazietà: quelli che sono lì, sono tutti oggetto dell’amore di Gesù, e quindi dei suoi discepoli. Come chiesa, oggi, non avremmo molto su cui riflettere a tal proposito?…

 

L’emozione della fine

Concludiamo con un riferimento quasi cinematografico. L’ultimo numero con cui si chiude il racconto ci riconduce idealmente all’inizio. Cinquemila uomini, più le donne e i bambini. È questa la folla che all’inizio si è spostata dalle città per arrivare nel luogo deserto, in cui Gesù è arrivato addirittura con una barca. Riusciamo a immaginare questa scena? In effetti, narrativamente parlando, finora il nostro sguardo era rimasto su Gesù e i discepoli. Non sapevamo nulla di chi ci fosse o, meglio, di quanti fossero. Qui l’evangelista, con questo dettaglio finale degno di un regista dei nostri tempi, mette in scena un vero espediente narrativo che ci emoziona e ci sorprende. Solo alla fine l’orizzonte si allarga e ci mostra quanto è grande questa folla. Un dettaglio che però, in fin dei conti, non è solo emotivo ma ci restituisce la grandezza del gesto, la “capacità” dell’amore di Dio: un banchetto davvero escatologico, simbolo di pienezza (come le dodici ceste rimaste), come solo Dio può imbandirci (come profetizzato da Isaia) e che senza preavviso, senza “appuntamento”, risponde al nostro bisogno e ci nutre di sé nel deserto (in realtà sempre troppo affollato) della nostra vita.

2 risposte a “Sorpresi e nutriti da Dio”

  1. Francesca Vittoria ha detto:

    C’era tanta folla…segno che la Sua Persona era già da molti conosciuta, la fama induceva all’ascolto, la sua sapienza attirava con i segni a seguire!. A parte gli Apostoli, non erano dei credenti ma popolo qualunque come quello che oggi fa piene le piazze a godere canzoni o applaudire un campione sportivo. Forse non erano consci della grandezza di Gesù saperlo Figlio di quel Dio della loro storia! L’aspettavano ma che fosse come uno di loro! Ancora doveva rivelarsi. A noi oggi che lo sappiamo morto e però risorto è vivo in mezzo a noi, è più facile, magari quel pane 12 ceste, era avanzato perché fosse il medesimo pane che oggi anche a noi è stato offerto perché diventi nutrimento per la ns. vita, a saziare una fame di più fraternità, a darci il coraggio di aspirare a una pace senza l’uso di armi!.

  2. Alberto Ghiro ha detto:

    La capacità di discernere sembra venir meno di fronte al racconto dei miracoli, dove la razionalità sembra dover lasciare il posto ad una fede puramente dogmatica. È in questa negazione della nostra parte razionale che insorge il dubbio sulla nostra capacità di credere a qualcosa che normalmente farebbe parte della fantasia piuttosto che della realtà o di una realtà lontana ma rivissuta nella fede. La ragione non viene meno invece nel discernere tra il soggetto e l’oggetto della fede: nel primo caso la fede dipende da chi crede e non dall’oggetto del credere, nel primo caso la volontà è di essere un credente nella seconda è di credere a lui attraverso la testimonianza di un vangelo scritto da uomini.

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