Linguaggi in codice

Prima che passi la settimana del seminatore, ancora qualche parola su una delle parabole più famose, sperimentata in casa.
18 Luglio 2020

Nei mesi scorsi, da Pasqua in poi, ho fatto anch’io l’esperienza del seminatore.
Come nelle esperienze che racconto di solito, pure questa si è svolta in casa: pochi legumi secchi, prima sull’ovatta bagnata, poi nel terreno. Per quanto in piccolo, è un’esperienza che suscita qualche meraviglia e cattura l’attenzione: dalla germinazione, fino alla ciotolina con i ceci raccolti, alcuni verdi e teneri, altri che incominciavano già a ingiallire (la fotostoria è pubblicata su Mondo e Missione).
Tanti spunti per tante riflessioni, dal seme che apre e si nasconde per moltiplicarsi, passando per la pazienza dell’agricoltore, fino alla resa diseguale che ci è stata ricordata proprio domenica scorsa, in Mt 13, 8 e 23. Come se la natura parlasse di Lui (“i cieli narrano…” Sal 19).

Il “racconto” delle piantine nulla, ovviamente, aggiungeva alla conoscenza. Piuttosto innescava un ripasso, richiamando alla memoria brandelli delle Scritture, versetti attinti dalla vita dei campi, che non è per niente la mia.
Parole buone, ripetute a me stesso, con l’intenzione sincera che alimentino una vita buona.

Eppure, nel passare dei giorni, si è fatta strada anche una considerazione diversa: si trattava di “linguaggio in codice”, decodificabile solo a partire dalle Scritture stesse.
Proprio come nel quadro, non so quanto importante, di Bruegel (1557): che il seminatore sia quello della parabola lo si riconosce da un piccolo dettaglio in secondo piano. una barca poco distante dalla riva e la folla assiepata che sta ascoltando Chi parla dalla barca (Mt 13,2).
Per chi ignorasse questo dettaglio, il quadro evoca solo la dura fatica di chi semina.
Si ripropone, in un certo senso, la profezia (Is 6,9) che Gesù stesso ha richiamato “guarderete, sì, ma non vedrete”.

Come forse ho già scritto in passato, chi “guarda e non vede”, sono proprio i più giovani, anche in casa mia. Sono estranei, come me, al mondo agricolo. Ma, più che altro, mi sembra che non siano attrezzati per “ripassare” le Scritture, riconoscendole nel libro della natura e nella cultura degli uomini. Detto semplicisticamente, non possono “ri”conoscere ciò che non conoscono.

I giovani vedono (forse, speriamo) la nostra vita che cerca di trarre orientamento e nutrimento dalle parole del Signore e dalla grazia dei sacramenti, ma l’ispirazione religiosa delle scelte il più delle volte è implicita. Labile, se non coltivata, la trama fornita della Scrittura. Esattamente come leggevo in un’intervista di Luigi Accattoli, a proposito della situazione delle comunità cristiane in Italia, “Ottimo quanto a carità vissuta. Dubbioso quanto a capacità di attestare in parole la fede.”

Per quanto la vita di fede non sia solo cosa di testa, “attestare in parole”, con parole giuste, è un passo che non può essere eluso. Ed è un passo che ci vede esitanti, un po’ perché nella nostra tradizione era compito delegato ad altri, un po’ perché non vorremmo forzare la mano, sbagliare la misura.

Che il seme della fede attecchisca è mistero più grande di noi, ma gli interrogativi sulla semina ci rimangono. E sono ben più gravosi che attendere il raccolto dalle piantine sul balcone.

Una replica a “Linguaggi in codice”

  1. Francesca Vittoria Vicentini ha detto:

    E’ una parabola facile per i semplici agricoltori,sanno l’importanza del terreno dove seminare,lo prendono in mano,vedono se è buono per quella semente. C’è stato un prete,don Africano,che ha venduto i campi di famiglia per costruire una chiesa in un quartiere popolare dedicata a San Giuseppe Cafasso, tanto che nel dipinto il pittore lo ha ricordato.Ha sopportato tempo al freddo,dormendo anche per terra; e offerta da parrocchiani coperta alla sorella che lo accudiva;da santino dedicato al Sacro Cuore di Gesù data e firma, era sortoun gruppo di preghiera. Oggi un prete si preoccupa perché i fedeli non tornano,coronavirus?Io credo nella profezia:”udrete,ma non comprenderete,guarderete ma non vedrete.” Che occorre diventare discepoli Xcomprendere in maniera vitale, avere tutti un cuore aperto da far rendere vitale il messaggio,altrimenti diventa difficile aspettarsi frutto,incapaci di risposta positiva.

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