Pentecoste: Gv 15,26-27; 16,12-15
IL DONO DELLO SPIRITO SANTO (vetrata di fratel Éric de Saussure, 1962, Taizé, chiesa della Riconciliazione)
Il cielo, in cui gli apostoli – nel giorno dell’Ascensione – perdono gli occhi (ma non la speranza), nel giorno di Pentecoste s’intravede appena. E il suo colore celeste, considerato freddo dai parametri scientifici, viene illuminato e scaldato dal rosso di un uccello di fuoco.
A compensare la momentanea uscita di scena di Gesù, è confortante che arrivi dall’alto questa mescolanza di vento, di fiamma e di colomba, ovvero di energia e di scioltezza, capace – coi suoi doni – di tenere più uniti cielo e terra, aprendo nuove strade verso Dio e verso i fratelli.
Benché sembri occupare tutto lo spazio, non è invadente, lo Spirito. È, semmai, pervasivo: come un profumo impregna l’ambiente, infiltrandosi dove non sappiamo e donandosi indiscriminatamente, al punto da non lasciarci vedere su chi discende. Se l’artista evita di mostrare Maria e gli apostoli, è a significare che il dono è tuttora in azione e si posa, oggi come allora, «anche sui pagani» (At 10,45).
Il fatto di saperlo presente negli altri, ci facilita nel dare e nel chiedere perdono. Lo Spirito infatti – come un preparatore atletico – ci fa capire che ogni sforzo è vano se manca lo slancio verso i fratelli. E se manca la voglia, che ha lui, di non far pesare i peccati: in altre parole, la voglia d’essere leggeri e di far sentire leggeri. Sa bene, lo Spirito, che il perdono non è una leggerezza, ma sa che bisogna cercarlo a ogni costo, puntando a divenire creature nuove. Ricorda la colomba di Noè, quella che gli aveva fatto la soffiata che il diluvio era finito e che la vita poteva ricominciare.