La comunità cristiana, soprattutto di questi tempi, fatica a esporsi in pubblico, tende a spegnersi di fronte alle tempeste che scuotono la società odierna. Quasi mai, però, perde l’occasione di cavalcare anche un debole alito di vento se ci sono di mezzo la famiglia e l’amore. Su quello allora, davvero, «silere non possum». E così, il giorno dopo la finale di Sanremo, ecco comparire un articolo su Avvenire che esalta ed elogia la canzone vincitrice del Festival, Per sempre sì di Sal Da Vinci, quale inno all’amore cristiano, all’insegna del matrimonio, dei figli e (appunto) del «per sempre».
Ora, è importante capirci. Una canzone è anzitutto l’espressione personale di un artista (che può piacere o meno) che così trasmette il proprio punto di vista sulla realtà. Su questo niente da dire. Ma da qui alla mossa azzardata di Luciano Moia (giornalista di Avvenire) che vorrebbe fare di questa visione dell’amore (che è una possibile visione) un modello per una «catechesi nuziale» riuscita (così il titolo dell’articolo), ce ne passa davvero, e stavolta no, non si può proprio tacere. Vediamo allora nel dettaglio alcune affermazioni e con semplicità (e un pizzico di sarcasmo) proviamo a rimetterle al loro posto.
Il testo della canzone intercetta chiaramente l’insegnamento della chiesa, a giustificare il fatto che «quello che la Chiesa pensa e insegna sull’amore di coppia intercetta un sentire profondamente umano». Certo, così umano e condiviso che quasi più nessuno pensa valga la pena di celebrarlo per dire il proprio amore. Così coinvolgente che bisogna obbligare gli sposi a farselo spiegare (nei corsi appositi), altrimenti non si possono sposare in chiesa. Ma tutto questo è per il bene degli sposi. Infatti, «chi ama davvero non può accontentarsi di vedere il suo progetto di vita circoscritto in una dimensione immanente, ma guarda in alto». Tipico pensiero cristiano: la verità di ciò che facciamo non è “in basso”, in questa vita, ma “in alto”, nel «tempo senza tempo», in Dio. Il tutto all’insegna di una divisione da cui ancora facciamo fatica a liberarci (noi=giù=male, Dio=su=bene). Questa affermazione, tra l’altro, presuppone che chi non «guarda in alto» non ama davvero. Sempre molto cristiano: non solo io mi metto dalla parte del giusto, ma colloco gli altri dalla parte sbagliata. Perché solo chi si sposa in chiesa spera che il proprio amore sia per sempre; gli altri sperano finisca nel giro di qualche anno, non di più… I primi conoscono l’amore, gli altri ci provano ma… invano. Parlare di un amore «per sempre», dunque, è un’operazione coraggiosa, in un’epoca come la nostra, «di incertezze, di paure e di crescente disimpegno nei rapporti di coppia»; non si tratta quindi di una semplice “canzonetta” ma piuttosto di un testo che trasmette «la trama di una verità che attraversa i secoli e parla con la stessa efficacia e lo stesso impatto a credenti e non credenti». Ora, ironia a parte, siamo seri: efficacia e impatto lungo i secoli? Non sono esattamente queste le prime parole che userei per definire la credibilità della dottrina sull’amore propagandata dalla chiesa. Una dottrina che l’articolo sintetizza alla perfezione laddove definisce il matrimonio come «straordinario punto di partenza […] per un’avventura a due che sostiene e integra le fragilità di ciascuno». Perfetto: il sacramento come “stampella” dell’amore, come rimedio (quasi) magico all’inevitabile fragilità di due esseri umani che, da soli, non durerebbero “da Natale a S. Stefano”. Un punto di partenza, perché prima di esso, diciamocelo, non si può parlare di amore…
Ebbene, anche noi infine ci poniamo la stessa domanda che Luciano Moia si pone a più riprese: è giusto parlare così dell’amore, oggi, specialmente ai giovani? No, credo proprio di no. Certo, chiunque è libero di vedere a proprio modo la propria storia d’amore e così può volerla cantare. Ma assolutizzarla come l’unica verità per tutti, come il modello della fede cristiana, è semplicemente assurdo e, soprattutto, sbagliato, perché questo non è nemmeno lontanamente il senso del sacramento cristiano. Il matrimonio celebra e manifesta, non costituisce né realizza. Celebrare il proprio amore non significa credere che solo «accussì sarà per sempre sì», non significa credere che solo in Dio il mio amore può avere senso e futuro. Il sacramento non “genera” un amore che prima non esiste. Esso celebra una storia d’amore già abitata da Dio e che Dio custodisce, ed è proprio questo che gli sposi decidono di condividere e di celebrare con la comunità. Nella singolarità di ogni storia d’amore, Dio già abita e si manifesta (prima e dopo il matrimonio, con e senza sesso, con e senza figli, etero- e omo-sessuale). Il matrimonio non è una “patente” dell’amore vero o «per davvero», è manifestazione di fede di due amanti che vivono una storia d’amore che in sé già custodisce la presenza di Dio, che in sé già è voluta e amata da Dio.
Ecco, questo varrebbe la pena di condividere e di comunicare sull’amore oggi, e forse anche domani. Come sempre, invece, anche stavolta si è guardato a tutto fuorché all’“avvenire”, e ancora una volta, era meglio tacere e lasciare l’impressione di essere bigotti, invece di parlare e togliere ogni dubbio.
In questa canzone l’autore parla da sé stesso, tutto fa dipendere da quanto sente e si impegna in un legame che ha deciso sarà per sempre. Per questo anche davanti a Dio. Ma anche così detto non mi pare che Dio prenda posto come “l’invitato a nozze, “perché così è nella Parabola dove Lui interviene proprio e opera “cambia l’acqua in vino” un dono, a significare che all’unione dell’amore umano, necessità dell’altro vino, quando questo verrà a mancare, le difficoltà si presentano e fanno parte della vita, solo da Lui e in Lui c’è speranza di avere aiuto, da Lui si può attendere quel miracolo del vino più buono, di un amore “più buono”. E’ una semplice spontanea canzone da pranzo di nozze. Dio non mi pare sia citato per il suo insegnamento che va oltre , contempla anche il sacrificare di sé quando l’amore si fa difficile e in reciprocità richiede essere donato. e per questo libero e realizzabile duraturo con il suo aiuto.
@Crasso
Forse non se ne rende conto ma la sua impostazione se sviluppata e con-seguente conduce direttamente all’Arianesimo, ai Bolomiti, ai Kathari ( quelli di DIO che avrebbe creato il bene e il male invece.. {male interpretando il versetto di Giovanni}, e poi oggi direttamente ai TdG col mondo diviso..
Poi non dica che l’non l’avevo avvisata!🤔😀
Che confusione! Cosa c’entra poi l’arianesimo che negava la divinità di Cristo? Ed eravamo partiti da una canzonetta che esalta l’amore per sempre.
Quello che ho scritto io è cattolico. Non è cattolico negare il peccato originale, l’esistenza di Satana e la necessità della grazia di Dio per non sbagliare
Seguito
So che resta difficile ma se si parte da 2 assunti: È fuori da (s,t) e Dio non ammette predicati nominali ne deriva che non agisce .. niente “sta scritto” o destino” o castigo di Dio.. e la sua ? se fa il male perde significato.
L’Uomo è libero. La creazione è libera. Con una piccola (?) differenza: che la creazione può manifestare Dio ma l’Uomo PARTECIPA di Dio e agire di conseguenza.
Tesi 3 non può negare che nella vulgata tu vieni trasformato in soldato di Cristo, se non eri battezzato ecc. Insomma il Sacramento come automatismo. Bene Stefano ad evidenziare che Cristo è ( forse) con loro sia prima che dopo e, aggiungo io, se non lo è PRIMA, non è detto affatto che lo diventi dopo il Sacramento, alla SPIC&SPAN.
@ST grazie x il riscontro!
Tesi 1
Sorry ma oggi non sono + accettabili molte prerogative che la C si è attribuita.
Come indulgenze, santi e santini, spesso Papi e religiosi, visite a Santuari e l’elenco sarebbe lungo .
Tutte cose che espropriano Dio dalle sue inalienabili prerogative. L’Uomo moderno ad es. Non può più accettare il canto del venerdì santo ” I Dio, che.non..”
Devo spiegarmi??
Tesi 2. Qs tema è+ capzioso e va trattato con le pinzette. Dio è libero è SBAGLIATO. Lo so. Lo ho scritto io. Ma intendevo che né la C né l’uomo lo può costringere nei propri schemi, come lo è chiamarlo Padre, ma nn divaghiamo.
Segue x lunghezza
Una piccola aggiunta. Visto che anche il Presidente della Pontificia Accademia di Teologia si e’ piu’ che favorevolmente espresso sulla canzone vincitrice di Sanremo (rif. articolo su Vatican News) dobbiamo solo attenderci che “Per sempre sì” diventi anche un canto litirgico per cerimonie di nozze.
Tema intrigante. Mia sintesi: TRE attori
D= Dio
C= Chiesa
2= la coppia.
I TESI: LA C NON È=D
ma solo serva, ministra, intermediaria spesso falsa!
II TESI : D è libero! Con buona pace di B16 l’Extra Eccl. è scaduto.
III TESI . Va rivisitato il significato del SACRAMENTO. Purtroppo vedo ancora diffuso quello che io chiamo SPIC&SPAN. Che credo si dica taumaturgico. Automatismo in mano alla C. Che, lasciatemelo dire, ha espropriato D delle sue prerogativa, giudizio incluso. E trattato l’Uomo, come scrive ST, UN soggetto.
Tutta una antropologia da rifondare, come dice Gil.
Mia opinione…
Tesi 1: vero ma direi ovvio. Sul falsamente bisogna intendersi in quanto fatta da peccatori senz’altro ma nel complesso ho un giudizio molto più positivo del suo.
Tesi 2: Dio è ovvimente libero ma non è detto che Dio non vincoli la sua libertà in nostro favore. Compie forse il male Dio? Questo le rende meno libero?
Tesi 3: A me pare spic e span un certo misericordismo d’accatto che prescinde dalla conversione ed il pentimento invece. Assai più radicale nel taumaturgismo di quanto la chiesa propone.
Linguaggio ambiguo che mina la rivelazione senza voler parlare chiaramente… (il vostro parlare sia si si no no).
– L’amore è “per sempre” solo se Dio lo sostiene?
Fenaroli critica l’idea del sacramento come “stampella” per la fragilità. Ma la Chiesa insegna che, dopo il peccato originale, l’unione dell’uomo e della donna è minacciata dalla discordia e dallo spirito di dominio (CCC 1606). Per guarire queste ferite, l’uomo e la donna hanno bisogno dell’aiuto della grazia che Dio, nella sua infinita misericordia, non ha mai loro rifiutato. San Tommaso d’Aquino insegna che la grazia perfeziona la natura. Si potrebbe parafrasare: Senza la “stampella” della Grazia, l’amore umano inciampa.
Le tesi esposte sono moderniste perché:
a. Soggettivismo: Sposta il baricentro dal “dono di Dio” (oggettivo) al “sentimento degli sposi” (soggettivo).
b. Immanentismo: Esclude l’intervento soprannaturale. Per lui Dio “abita già” ovunque, quindi il sacramento non aggiunge nulla di reale, è solo una targhetta celebrativa.
c. Adattamento al ribasso: Poiché la società fatica a vivere il “per sempre”, lui mette in discussione la dottrina anziché proporre la Grazia come medicina.”
Ora ci spiegherà che abbiamo capito male.. d’altronde il linguaggio è ambiguo proprio per quello…
Una fede matura e responsabile non ha bisogno dell’alibi del peccato originale x giustificare le proprie pulsioni.
E tanto meno di tirare in ballo il Divisore.
Il peccato originale non è ‘un alibi’ ma un’amara realtà. Così come è reale la presenza di Satana che insidia le menti.
Non credere che l’uomo sia così libero e indipendente come pensi. Si
deve sempre ricorrere a Dio per farsi aiutare.
Gesù ci ha detto di pregare: “Padre nostro …. liberaci dal male!”
Ci ha detto pure cosa pensa della famiglia e non ha detto che tutto Gli sta bene.
È strano questo Dio che convive col peccato come affermano certi novatori.
Capisco Moia che deve forse salvaguardare la dottrina, ma trovo bello e sensato leggere l’affermazione che Dio abita “storie” e non “santini”.
L’articolo si potrebbe intitolare “Tutto fa brodo”: “con e senza sesso, con e senza figli, etero e omosessuale”…
C’è Dio ma c’è anche satana che influenza i sempliciotti, c’è il peccato originale che ci inclina verso l’egoismo spacciato per amore. Non c’è Dio a prescindere nelle nostre relazioni. Una fede matura (non bigotta) non teme di consultare il Creatore nelle sue decisioni.
Mi sembra più assennato il cantante che ha dimostrato con la vita di credere al testo della sua canzone.
Grazie per l’articolo, pensavo di essere l’unico ad avere perplessira’ (forti) sull’articolo in questione.