Una generazione incredula?

Nei decaloghi della generazione Z non c’è alcuna traccia di un possibile rapporto con la divinità. Ma il resto delle regole mostra qualcosa di diverso.
6 Aprile 2022

Al termine di un modulo didattico sulle regole etiche delle grandi religioni, in due classi quarte ho stuzzicato la loro creatività: “Bene, ora che abbiamo visto quali sono le regole etiche delle più grandi religioni mondiali, vi invito a costruire un vostro decalogo, pensato non però solo per la vostra vita di giovani, ma come indicatore etico della società tutta intera”. Così, in mezz’ora di tempo, in entrambe le classi di un liceo, hanno provato a fissare quelle che loro ritengono essere le regole più importanti. E il quadro che ne emerge mi pare interessante.

Intanto non tutte le classiche quattro aree relazionali, (divinità, altri, sé stessi, natura), in cui si possono riassumere tutte le regole etiche delle varie religioni, sono abitate dalla generazione Z.

Nell’area della relazione con la divinità, su circa 35 studenti, appena uno ha messo una frase che potrebbe ricondurre ad una attenzione alla trascendenza: “non ti dimenticare che la vita ha un senso più grande di quello che appare”. Nei testi di tutti gli altri non c’è alcuna traccia di indicatori comportamentali che regolino un possibile rapporto con la divinità. L’impressione immediata di tale assenza potrebbe raccontarci di una generazione davvero incredula. Ma in realtà non sembra essere questa la possibile conseguenza.

L’area maggiormente coperta, nei vari decaloghi dei ragazzi, è con chiarezza quella del rapporto con sé stessi. Certo, si dovrà tener conto dell’età evolutiva e del clima culturale di una frammentazione antropologica che non facilitano la ricerca dell’identità, ma spingono verso una accentuazione dell’attenzione a sé stessi. Ma il contenuto delle regole di quest’area mostra qualcosa di diverso.

Il rispetto del proprio corpo è la regola più gettonata in assoluto e le motivazioni vanno dal sentirlo come qualcosa di “sacro”, al percepirlo come “unico e insostituibile”, dall’essere un “dono”, all’essere luogo dove si incontra “chi si è davvero”. Insomma un rapporto molto concreto con sé stessi, (molte regole si soffermano sul mangiare, sul dormire, sul fare uso di sostanze, sul condividere o no il proprio corpo con altri) in cui la corporeità diventa “traduzione” di un valore “alto e altro”, che non era così evidente nelle generazioni precedenti. La percezione del proprio valore corporeo di persone, tende perciò a connettersi con qualcosa che sta prima di loro e che, per questo, va rispettato.

Perciò forse c’è una traccia antropologica ed etica in cui, questa generazione, sente la “trascendenza” incarnata in sé stessi. Ecco, forse, per questo non ci possono essere regole nella relazione col trascendente, perché la sua manifestazione individuale, nella percezione interiore e corporea, tende ad essere regola a sé stessa. E se fosse davvero generalizzabile, questo sarebbe molto interessante, soprattutto a livello di evangelizzazione.

Nell’area del rapporto con la natura, con il creato, la parola chiave più presente è “rispetto”: la nostra “casa”, il nostro “cibo”, la nostra “radice”, che spesso (tra i quindici e i venti ragazzi) viene pensata, nel rapporto con le persone, secondo la regola del karma: ti ritorna ciò che fai. Una circolarità vitale che non è esente da tracce di panteismo, ma dove, proprio per questo, anche la natura mostra di avere tracce di un “assoluto primordiale”, come ha scritto uno dei più filosofici.

Forse, il lato meno “trascendente” dei loro decaloghi si trova nell’area del rapporto con gli altri, in cui prevale la sensazione di una sorta di non componibilità tra gli “io”, che richiede spesso regole atte a delimitare gli spazi della reciproca influenza. Cinque persone citano la regola d’oro in negativo (non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te), mentre una sola in positivo. Tendono cioè a incarnare l’idea del “vivi e lascia vivere”. Ma quando è l’altro a non lasciarti vivere, allora perfino la regola del “non uccidere” non è assoluta. A dire che il rapporto con le altre persone non è più percepito come il luogo di un possibile incontro con l’Altro, ma solo con un altro da me, che con me si contende lo spazio vitale e con cui è più facile dover combattere che cercare di riunificarsi. Anche la generosità, che pur compare in alcune regole, si muove più sul registro del “fa bene a te stesso se doni agli altri”, che del riequilibrio di ingiustizie sociali.

Forse dobbiamo riconoscere due cose, almeno. La prima è che questa generazione ha messo in soffitta del tutto la nostra cara contrapposizione tra immanente e trascendente, e che l’accesso al divino non può più essere mediato essenzialmente dall’altro, ma dal “dentro” di sé, in termini soprattutto percettivi e molto meno cognitivi. La seconda: sono alle prese con la ricerca dell’identità di sé, come elemento essenziale per una vita sensata, molto di più e molto prima che la ricerca della libertà, che appare solo da difendere e non più da conquistare. Ma quando, poi, questa viene messa in discussione, rischiano di non guardare in faccia più a nessuno.

 

9 risposte a “Una generazione incredula?”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    ….la fede in Dio plasmata dalla fede nell’Uomo…? Appare anche così in quell’acceso dibattito che esperti e pensatori di alto profilo intrattengono sul diritto a libertà di scelta circa se difendere a oltranza un bene primario come la terra nella quale si vive la propria storia, e se per questo da difendere da un pretendente invasore. Ma il costo è enorme, sono vite umane da sacrificare. Ora la vita, e’ anche cosa sacra, perché non è stata data solo dall’uomo, ma creata da Dio. Se vivo penso e posso dare compimento a quel dono che ho ricevuto, dunque un bene primario. Di fronte a un usurpatore se non ho la forza per oppormi con le stesse armi, con quale diritto sacrificare la vita di molti in una lotta impari, ad oltranza, disporre dell’essere umano, come se fosse solo appartenente alla sua umanita’ e non anche avente vita divina? Il riconoscersi in Cristo non può che essere il dare compimento alla vita, anche è proprio perché è in quella delRisorto.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Il rispetto del proprio corpo? Ma forse la parola rispetto così come la vediamo interpretata sembra più un “narcisismo” cura di se affidata a maquillage, i tatuaggi per sentirsi più in, un vestire con ostentata esibizione del proprio corpo, a come esteriormente si ama apparire, e questo ignorando un rispetto dovuto a regole che comunque le comunità in ogni ambito sociale si è data. Certa libertà manifesta, appare come un desiderio non solo di un opporsi a regole, ma anche il rifiutarle nel loro contenuto per un “io sono, penso, voglio essere così”. Non stupiscono quindi le difficoltà a parlare di valori altri quelli divini, dove Dio parla all’uomo in profondità, in verità, che insegna il rispetto della persona verso ogni altra, e manifesta così l’amore verso di noi Realmente così come siamo, e i suoi insegnamenti, attraverso la sua Chiesa, sola via da seguire, a renderci degni di vita eterna.

  3. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Oso una considerazione: ma come aspettarsi una conoscenza di Cristo, attraverso tanto ragionare ntellettuale! Anche tanta scuola di catechismo, o ragazzi scout, non è sufficiente se non supportata da un agire, un essere un diventare cristiani. Un cammino necessario a essere interpreti di divinità. Il Vangelo e questo, e dal suo essere incarnato che si apprende quello che altrimenti resta tutto mistero, e tra l’altro, ciò che è mistero comunque affascina l’intelletto, ne ha bisogno la nostra attività intellettuale che oggi è tutta proiettata in conoscenza di quanto materialmente ci circonda, non solo, ma ci si avventura nll’infinito universo, a perdersi quasi per ciò che da scienziati sembra resti tanto altro da scoprire, Dio però lo scopre prima colui che vive della Sua Parola, non è chiuso di se stesso ma nelle esperienze difficili se umilmente la vive, conosce la Verita e questa vive in lui.

  4. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Ma che bisogno aveva Dio, parlo di Dio, e solo di Dio, e non ho nessuna tema di innalzare il Suo Nome, il Suo Santo Nome!
    che bisogno aveva dell’Incarnazione??

    Farsi Uomo quando qui
    .
    ‘”….non c’ e’ spazio per l’ Altro, per chi non e’ uomo!!”

    Carissimo Giuseppe! qui non è questione di cover, sovrastrutture, panneggi appiciccaticci
    .
    Qui mancano le BASI, I FONDAMENTI!!

    • Giuseppe Risi ha detto:

      Appunto!
      Se mancano “le basi, i fondamenti” è del tutto inutile (una sorta di accanimento terapeutico) continuare ad ostinarsi a tenere in piedi tutta una sovrastruttura ormai obsoleta.

  5. Giuseppe Risi ha detto:

    (continua)
    Cosa mai potranno dire a questi ragazzi “normali” di oggi aspetti come: la verginità di Maria (prima, durante, dopo!!) con tutto il corollario di rosari e novene; il magro e digiuno del venerdì di quaresima (dai 18 ai 60 anni, mutuabile anche dai giovani e vecchi secchioni); sacramenti ormai (quasi) incomprensibili come la cresima; il divieto assoluto di anticoncezionali (anche nelle coppie regolarmente sposate); la condanna senza appello dell’omosessualità (“comportamenti oggettivamente disordinati); l’oggettiva e scandalosa subordinazione nella Chiesa della donna al “potere” maschile; la sacralità (ormai dissacrata nei fatti) della figura del prete… solo per ricordarne alcuni.
    Tutti aspetti secondari che invece di arricchire l’annuncio, ne impediscono ogni possibilità di percezione e accoglienza.

  6. Giuseppe Risi ha detto:

    Se questa è la situazione (e, se ho capito bene riguarda studenti che fanno l’ora di religione, figuriamoci gli altri), che senso ha nelle nostre comunità continuare a porre come centrali e insostituibili dogmi, concetti, gesti, riti, precetti e prescrizioni devozionali della tradizione, tipo Chiesa dei mitici anni ’50?

  7. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Ma di che ci stupiamo, questi ragazzi da chi avrebbero dovuto imparare, almeno vedendo gli esempi di vita, l’ importanza del trascendente , del rapporto con Dio, quando neppure piu ’ la Chiesa cattolica, i suoi preti, i suoi catechisti, ne parlano? Se tutto e’ solo rapporto ” sul piano orizzontale ( buoni sentimenti, altruismo, socialita’ ,fratellanza ,diritti umani, benessere ecc) se tutto lo spazio e’ preso dall’umanesimo , non c’ e’ spazio per l’ Altro, per chi non e’ uomo , per il mistero di Dio.E lo stesso Gesu’ diventa importante solo perche’ uomo , il Gesu’ che voleva migliorare la vita degli uomini su questa terra, non il Salvatore.
    La prima generazione non incredula ma indifferente al mistero , e’ stata plasmata dalle ultime generazioni di cristiani in cui la fede in Dio e’ stata rimpiazzata dalla fede nell’ Uomo, diventato Dio di se stesso.

  8. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Cito quella che a me pare la frase centrale, illuminatrice:
    —-
    La seconda: sono alle prese con la ricerca dell’identità di sé, come elemento essenziale per una vita sensata,
    —+
    Qs spiega la mancanza/disattenzione/poco interesse al trascendente.

    L’UOMO AL CENTRO.

    Mi stupisce-mi fa senso doverlo ripetere qui, dove al centro dovrebbe essere Gesù.

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