Churchbook e il fattore tempo

L'indagine sui preti italiani e Facebook «sv ela» alcuni problemi aperti. Come il tempo da dedicare ai social
12 Giugno 2014

Il 20% dei preti diocesani e dei religiosi italiani – e quasi il 60% dei seminaristi – hanno dunque un profilo su Facebook, anche se lo usano con frequenza e modalità molto diverse. Nell’indagine “Churchbook. Tra Social Network e pastorale” – presentata giovedì dopo tre anni di lavoro dal Cremit dell’Università Cattolica di Milano e dal dipartimento Scienze Politiche dell’Università di Perugia per conto di WeCa (i webmaster cattolici italiani) – ci sono anche molti elementi qualitativi che indicano come i social media siano abitati con crescente entusiasmo (non solo dai preti giovani) e sia maturata in molti di loro la comprensione delle peculiarità di Facebook: dall’iniziale “dovere di esserci” e replicare la bacheca parrocchiale ad una presentazione più cauta e prudente, una valorizzazione della dimensione comunitaria in modo circoscritto e un rinvio alle occasioni d’incontro reale perché “essere sempre on line non significa necessariamente anche incontrare l’altro”.

La presentazione dell’indagine a Milano (disponibile su www.youtube.com/watch?v=sdhh_0rOnYA) in vista della Giornata delle comunicazioni sociali ha anche individuato quattro funzioni ricorrenti – quella dei “confessori”, degli “attivisti”, degli “esegeti” e dei “predicatori” – assunte da preti, religiosi e seminaristi, mentre le religiose appaiono particolarmente predisposte ad una modalità di accompagnamento spirituale, utilizzando “una comunicazione materno-affettiva”.
In questa fase di maturità dell’ “abitare” i social emergono provvidenzialmente anche alcune tentazioni. In primo luogo, l’accentramento narcisista che esalta lo schema clericale “uno verso tutti” piuttosto che una circolarità ricercata per favorire la comunione e lo sviluppo di reti in cui anche altri confratelli e i laici figurino come nodi credibili.
Ma “il problema dei problemi” – dentro la stressante quotidianità dei presbiteri italiani – è il fattore tempo. In un recente dibattito sulle relazioni nel Web 2.0 un pluriparroco ammetteva di aver riscoperto nuove fasce orarie nella sua giornata – il primo pomeriggio per messaggiare con i suoi studenti pendolari o la sera tardi per rispondere con calma alle richieste di alcuni parrocchiani – e la difficoltà di rispettare gli orari: “Ma se arrivo qualche minuto dopo – aggiungeva – immagino che la mia gente capisca ormai anche il motivo del mio ritardo”. E a tanti confratelli che giudicano “smanettoni” o “impallinati” i preti troppo presenti nella rete, risponde indirettamente l’esperto padovano don Marco Sanavio: “Anche se ne conosce le differenze, considero il tempo utilizzato nella relazione nei social come quello dedicato al dialogo interpersonale – ha detto in una recente intervista – D’altra parte è successo all’epoca anche per lo strumento del telefono. Ma chi oggi sosterrebbe che telefonare è una perdita di tempo e non può servire per coltivare relazioni e dialoghi anche per l’evangelizzazione?”.
Ma forse è “soltanto” un problema di equilibrio, non lasciarsi prendere dalla smania dell’onnipresenza virtuale e non arroccarsi in un distacco “duro e puro” che impedisce d’incrociare le persone nelle piazze più frequentate dei giorni nostri.
Sul tema lo scambio di esperienze potrebbe essere utilissimo, se è vero – come dice la sociologa dei social media Nicoletta Vittadini – che “condividere significa prendersi cura”

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