Ascolta l’infinito

Cioè l’infinito ci mette dentro qualcosa che ci sorpassa, ma che è la nostra vera essenza di persone, che va cercata e ascoltata proprio perché non la conosciamo mia tutta intera.
24 Maggio 2013

 Fiorella mi è sempre piaciuta. Una sensibilità non comune e una capacità interpretativa impareggiabile. Quando, qualche anno fa la sentì a Firenze, al concerto dei “quattro”, fu davvero una rivelazione. Son soddisfazioni allora, se un gruppo di lavoro in una quinta sceglie una delle sue canzoni più belle per lavorare sulle tracce del divino che ci stanno dentro. 

“Prof. ci piace “Ascolta l’infinito”, della Mannoia. Possiamo lavorarci?”. “Certo è tra quelle che vi ho proposto. Il testo è molto bello, ma anche molto denso. Provateci”. E dopo un un’oretta di lavoro Lucia, Maria Elena e Guido alzano la mano e mi chiamano: “Prof. l’ultima parte, qui in fondo… Non è che quando il testo parla dell’anima, indichi l’inconscio?”. “Aspetta, fammi leggere Lucia: 

 

“non è possibile dire tutto quello che accende,
tutte le deboli e forti simmetrie
che lasciano nell’anima le poesie,
e quella parte di noi che l’infinito nasconde,
che ci modifica e vuole verità
e sa comunicare quello che sarà,
se guardi dentro puoi vederlo già, 

ascolta l’infinito”.

 

“Uhm, interessante la vostra osservazione… in che senso secondo voi qui parla dell’inconscio?” “A me – riprende Lucia – mi ci ha fatto pensare il verso: quella parte di noi che l’infinito nasconde… come ci fosse una parte nascosta della nostra mente, che però si fa sentire e agisce… come dice Freud”. Tra le altre materie, fanno anche “Tecniche di comunicazione”, cioè la psicologia applicata alla pianificazione pubblicitaria. Così qualche spruzzata di Sigmund e soci arriva anche a loro.

“Sì, il concetto si assomiglia, ma qui mi sembra ci sia molto di più di Freud – rispondo. Qui l’anima sembra abitata da qualcosa che l’afferra e la sorpassa, dentro cui essa vive e per questo non riesce a misurarne i confini, proprio perché è un qualcosa d’infinito che la abita, mentre noi siamo limitati. In Freud invece l’inconscio è solo il risultato di una attività totalmente e solamente umana, perciò non fa riferimento a qualcosa di infinito, ma a ciò che sta dentro la nostra limitata storia personale”. 

“Bhè allora, – interviene Guido – centra di più Jung, con l’inconscio che è l’effetto anche di ciò che appartiene alla storia dell’umanità e ha preceduto la singola persona”. “Però, se fosse così, anche qui non avrebbe senso usare la parola infinito – ribatto. Leggete bene! Qui si parla di qualcosa che se viene ascoltato è la nostra guida interna, che non può essere espresso per intero a parole. Qualcosa che è acceso più dall’emozione di una poesia, che dalla razionalità di un ragionamento. Qualcosa che ci spinge verso la verità di noi stessi e ce la anticipa, e per questo ci modifica, permettendoci di non essere solo un insieme di risposte all’ambiente in cui viviamo, ma molto di più. Insomma, una finestra aperta su ciò che è oltre l’umano”.

“Ma se fosse così – riprende Lucia – sarebbe impossibile nasconderlo dentro di noi, perché più grande di noi?” “E chi l’ha detto Lucia che il soggetto del verbo “nasconde” sia “quella parte di noi”? La frase si può leggere anche a rovescio: l’infinito nasconde dentro di noi una parte di noi! Cioè l’infinito ci mette dentro qualcosa che ci sorpassa, ma che è la nostra vera essenza di persone, che va cercata e ascoltata proprio perché non la conosciamo mia tutta intera”. 

E’ raro che si riesca a stare su questi livelli di analisi, ma quando “raramente” capita, mi permette di far emergere quello che è il concetto di anima che loro danno per scontato: semplice somma delle dinamiche emotive interne rispetto all’impatto con l’ambiente, con una riduzione allo psicologico che chiude la trascendenza dello spirito. Riduzione che però va di pari passo con quella doppia che il cristianesimo ha prodotto nella sua storia. La prima è stata la progressiva riduzione dell’anima alla razionalità, tagliando via da essa tutta la dimensione emotiva e percettiva. Mentre sappiamo bene come per la bibbia la parola “anima” indichi l’uomo intero, colto nella sua essenza profonda e nella sua apertura alla trascendenza. La seconda quella di isolare e rendere autonoma l’anima rispetto al corpo, ipotizzandone una possibile vita anche senza la dimensione fisica.

E oggi ne paghiamo le conseguenze, perché il livello emozionale – percettivo, lasciato a sé stesso senza l’unificazione con la razionalità, non riesce più a permettere l’apertura alla trascendenza: “Eh, prof. ma se dentro di noi ci fosse qualche segno dell’infinito – commenta Guido – dovremmo poterlo sentire, ogni tanto poterlo vivere, magari anche solo per un secondo”. “Bhè, però forse a volte capita – irrompe Marielena che ha seguito senza perdere un colpo – ad esempio quando amo davvero il mio moroso e lo vedo felice… boia… è davvero una roba bella che mi riempie, tanto da pensare che è più grande di me”.

Ecco, forse qui si apre una strada, ma richiede che la Chiesa sappia riappacificarsi con l’emozione e la percezione dell’infinito che ci abita, per mostrare a questa generazione che la testa, il cuore e il corpo, quando vanno d’accordo, sanno andare ben oltre l’umano.

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