San Francesco, contagi e fraternità

Francesco abbraccia il contagio, scopre che un corpo piagato al di fuori può rivelarsi sano all’interno, mentre ravvisa spesso nei corpi esteriormente gradevoli la corruzione interiore...
7 Ottobre 2020

San Francesco? Un giovane ricco e viziato che si converte ad una vita povera, in armonia con il creato. Questa è la sintesi che molti, anche cristiani avvezzi alle pagine dell’agiografia, operano della vita del santo di Assisi e collocano il culmine di questa sua trasformazione esistenziale nella spogliazione che avviene nella pubblica piazza di Assisi, davanti al vescovo della città e al padre. Quello, però, è stato l’atto pubblico ed eclatante di un percorso innescato altrove.

La conversione di Francesco, da quanto mi consta dalle fonti, inizia nell’incontro con i lebbrosi. Contagiati e contagianti.

«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo.» (Testamento di san Francesco – 110)

Francesco abbraccia il contagio, si fa prossimo nel superare il suo limite ancor prima che nella cura dell’altro. Scopre che un corpo piagato al di fuori può rivelarsi sano all’interno, mentre ravvisa spesso nei corpi esteriormente gradevoli la corruzione interiore. Come nella Chiesa del suo tempo che vuol dare un’immagine esteriore incorrotta ma che, al suo interno, non riesce a rimarginare le piaghe dolorose.

Il Covid-19 ci ha messi di fronte alla sfida di vivere la fraternità a distanza, di superare il sospetto verso il prossimo. Ma ci ha anche fatto toccare con mano l’essenziale e molti hanno scoperto che la pratica della Fede non era tra i loro bisogni fondamentali. La pandemia si è rivelata un setaccio che ha consacrato una gamma di nuovi eroi, dal personale medico e paramedico alle cassiere dei supermercati, relegando clero e figure religiose ai margini di questa nuova istantanea della comunità civile.

Sono innumerevoli le chiese e i santuari sorti dalla consapevolezza popolare di essere stati liberati da un contagio per Grazia divina. Erano frutti di un’umanità decimata e disorientata dalle epidemie che trovava nell’appiglio al Trascendente motivo di speranza e mediazione orientata alla liberazione dalle malattie. La religione era considerata molto più efficace della medicina. A proporzioni invertite, il Coronavirus che ci ha costretti al confinamento ha disorientato anche chi immaginava di avere l’orizzonte sempre chiaro e puntato. Più di qualche uomo di Chiesa, anche ad alti livelli, ha citato nei mesi duri del distanziamento il passo di Geremia 14: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare».

In un’epoca di consistenti bolle di fede individuale dentro le quali ciascuno si crea un proprio universo di coerenze reali o presunte, dai terrapiattisti ai malati di sospetto che scorgono cospirazioni ovunque, di fronte a masse che negano le evidenze più lapalissiane legate alla pandemia, quali risorse abbiamo per proporre la fede in un Dio che non si vede e non si tocca?

Perché non tornare alla via tracciata da Francesco, quella di una fratellanza talmente profonda da permettergli di abbracciare il contagio incontrando la persona e non la sua malattia, superando la scorza per giungere al nucleo? C’è da augurarsi che l’enciclica “Fratelli tutti” ispiri un nuovo stile dell’incontro, una vicinanza reale e non retorica, un contatto sincero che non tenti di camuffare anche le proprie fragilità. Così che, per dirla con Francesco, ciò «che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo.»

Una replica a “San Francesco, contagi e fraternità”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Una vicinanza reale e non retorica…Ma è questo il punto; come in certe discussioni teletrasm.dove il nodo del problema rimane irrisolto perché nell’idea pensata il proprio tornaconto è prioritario. Non si vuole vedere la realtà dell’altro e una disponibilità del cuore a comprendere dare,concedere,capire,volere le necessità e il benessere dell’altro. E questo avviene tra persone,tra condomini, tra datori di lavoro e operai; una idea politica di parte e invece il bene comune.Il riconoscimento del diritto di ogni singola persona a godere di giustizia, libertà, soccorso dal bisogno e quasi contesa a conquista ogni giorno in ogni parte della Terra, Sembra che il coronavirus abbia costretto la società a un più marcato e sincero umanesimo, ad aspirare a sentirsi più fratelli per poter godere di vivere in pace e serenità.a rendere vivibile il pianeta Terra la cui fragilità fisica non appare solo dall’esterno la vediamo come abbia bisogno di più cura e protezione

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