III domenica di Avvento: Mt 11,2-11
L’ARRESTO DI GIOVANNI BATTISTA (Lorenzo Ghiberti con Giuliano di Ser Andrea, 1425-27, Siena, Battistero)
A Giovanni, che in carcere chiede di lui, Gesù manda – per farsi riconoscere – una lista di opere buone ineguagliabili. Poi invita anche le folle a fare i conti col Battista, scegliendo una vita buona. E se per tre volte domanda «Che cosa siete andati a vedere?», è a dire, grossomodo: «Vi basta guardarlo o intendete dargli ascolto, cambiando vita?».
Ricoperto di peli di cammello ma senza peli sulla lingua, il precursore grida perché ciò che è male non si può dire sottovoce, per paura di urtare. Senza dirittura morale, non si può nemmeno innestare la misericordia. E quando il re ha una relazione adultera con la cognata, Giovanni non si fa problema a riprenderlo, pagando la franchezza a caro prezzo.
Più che sulla decapitazione del Battista o sulla presentazione della sua testa, è utile soffermarsi sul momento dell’arresto. Per riflettere sul fatto che anche noi, seppur privi dei poteri (e della dissolutezza) di Erode, tendiamo a stoppare chi ci scomoda. A zittire chi ci scuote… e magari ha il coraggio di ricordare che «si fa peccato» a comportarsi in un certo modo. Al contrario, siamo eternamente grati a chi sussurra «Che male c’è?», a chi attutisce, annacqua, smorza…
Non c’è giorno esente da espressioni assolutorie (che, se non scusano, offrono delle vie di fuga): «C’è di peggio», «Chi non fa, non sbaglia», «Chi è senza peccato…». E a chi avanza obiezioni su un’azione immorale, ecco pronte le espressioni “cerotto”, per sentire meno il dolore: «Stiamo attenti a non demonizzare», «In fondo, non ha ammazzato nessuno», «Se l’ha fatto, ci sarà stato un motivo…». Così tutto viene anestetizzato e il male non esiste più.
Siamo poco seri. Come l’autore di questo bassorilievo, il Ghiberti. Che, pur avendo ricevuto un lauto anticipo dai senesi, impiegò – invece dei dieci mesi pattuiti – poco meno di dieci anni a consegnare l’opera (e magari trovò pure delle giustificazioni…).