Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito MissiOnLine.org, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica settimanale La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net. Su MissiOnLine ho anche un mio blog personale - Chiesa XXI - nel quale mi piace fare «il vaticanista che non c'è».

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La Quaresima della correzione fraterna
di Giorgio Bernardelli | 22 febbraio 2012
Tra cristiani non facciamo mai polemica, ci correggiamo. Ma allora perché la guerra per bande e la logica amico/nemico sono diventate oggi così diffuse?

Una delle cose che quando leggo gli articoli dei miei amici vaticanisti mi lasciano sempre un po' perplesso è vederli radiografare i discorsi del Papa e poi trovare infallibilmente la frase che non può essere stata messa lì a caso. Quella che è una «chiara risposta» al titolo di giornale del giorno prima. Sarà... Io sono un po' all'antica e resto convinto che anche il Successore di Pietro quando vuole dire una cosa la dice. E non sta lì a organizzare una caccia al tesoro per dare la medaglia all'ascoltatore più intelligente.

Il guaio è che il più delle volte questo giochetto porta a perdere di vista gli spunti più interessanti e anche un po' più audaci del magistero. A tutto questo pensavo leggendo il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima che - a parte noi ambrosiani - per tutto il mondo comincia oggi con il mercoledì delle ceneri. Il messaggio di Quaresima è un testo che non corre questo genere di pericoli: porta infatti la data del 3 novembre 2011 e dunque non può essere tirato per i capelli nelle polemiche che in queste ultime settimane hanno scosso i Sacri Palazzi. Eppure, secondo me, è proprio in questo discorso generale che il Papa ha scritto la parola che ci aiuta di più a leggere nel profondo lo spettacolo non proprio edificante dei contrasti all'interno della Chiesa.

Benedetto XVI, infatti, per questa Quaresima ha compiuto una scelta un po' sorprendente: nel richiamo alla conversione che scandisce ogni cammino in preparazione alla Pasqua ha infatti inserito non solo l'esame di coscienza individuale, ma anche il tema della correzione fraterna. «Il "prestare attenzione" al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale - scrive il Papa -. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli». E continua: «Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all'atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall'amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello». E più avanti conclude: «Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana».

Come si vede bene quello proposto da Benedetto XVI è un discorso valido per mille situazioni diverse in cui il cristiano si trova a vivere. Ma penso che sarebbe un bel cammino quaresimale se provassimo tutti ad applicarlo in prima battuta ai rapporti all'interno della Chiesa. Perché correzione fraterna è una di quelle espressioni che ci ripetiamo più spesso nelle nostre comunità. Che sia nel consiglio pastorale dell'ultima parrocchia di periferia, nelle stanze ai piani alti della Curia Romana o nei commenti su un blog come Vino Nuovo, noi non facciamo mai polemica: la nostra è sempre correzione fraterna. Ma è davvero così? Perché allora, nella versione pratica del Catechismo che vale tra le mura della comunità cristiana, il peccato mortale più grave è diventato la lesa maestà? «Non bisogna tacere di fronte al male»: perché dovrebbe valere solo per quello che succede fuori dal recinto dei «nostri»? Nello stesso tempo, però, non si può saltare a pié pari l'aggettivo fraterna, così impegnativo in tempi di guerre per bande anche all'interno della comunità ecclesiale: «Il rimprovero cristiano è sempre animato dall'amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello». Uno stile evidentemente incompatibile con la logica amico/nemico.

La Quaresima è un grande scuola di libertà. Come sarebbe bello se quest'anno, accogliendo l'invito del Papa, imparassimo a coltivarla anche nel nostro sguardo verso chi cammina insieme a noi incontro alla Pasqua.

 

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