Nella sofferenza «buona»
di Diego Andreatta | 16 dicembre 2014
Quando la famiglia attraverso un periodo nero, in cui ognuno si rinchiude a riccio

Nella pagina di oggi del calendario diocesano d'Avvento, scritta a più mani da alcuni genitori vicini al Centro Famiglia, si commenta Isaia con una preghiera al Signore affinché  "ci doni di vedere la via che ci stai indicando e di percorrerla sicuri della tua presenza".

Eppure nella storia di ogni famiglia è possibile riconoscere dei momenti, più o meno lunghi, in cui questa via sembra momentaneamente smarrita: tante cose vanno storte, e tutte insieme, il clima si fa pesante, e lo si percepisce - a guardarsi dall'esterno - dal venir meno di quell'ironia che, prima, stemperava anche le inevitabili avversità. Altro che quell'atmosfera felice con cui la pubblicità sembra dipingere le famigliole a tavola per la colazione coi biscotti buoni o anche semplicemente quella linearità inviolabile in cui certa predicazione un po' disincarnata colloca le famiglie "come Dio comanda".

Quando la malattia o il disagio bussa alla porta, ognuno tende a rinchiudersi a riccio,  riesce difficile esprimere  i propri sentimenti - di preoccupazione o di delusione - nel timore di contagiare anche gli altri.   Si fa fatica anche a pregare.

Alla "botta" iniziale, subentra la "risposta" in cui le energie positive dei vari componenti della famiglia cercano di sommarsi: e qui possono manifestarsi forze nascoste (o anche qualche debolezza imprevista) che avevamo coltivato negli anni. Per scendere nel concreto, andiamo a pensare ad una fase molto difficile del lavoro dei genitori, ad uno stato di sovraccarico o di disorientamento  di uno dei figli che diventa impermeabile a qualsiasi aiuto esterno, ad un fatto traumatico che ha colpito un giovane amico o conoscente, alla diagnosi angosciante   che  è stata comunicata ad una famiglia di amici.

Sono "momenti di verità" che mettono a dura prova le relazioni familiari, la loro reale tenuta, la loro precedente manutenzione.

La pagina dell'Avvento forse sta lì a indicare la prospettiva di fondo, almeno personale se non subito familiare, che è quella di coltivare la fiducia e soprattutto di lasciarsi accompagnare "sicuri della Tua presenza".  Sapendo accogliere soprattutto la medicina della pazienza, che accetta i tempi lunghi, spesso peraltro così diversi dal "tutto e subito" in cui i nostri ragazzi vivono.

Alla luce delle settimane trascorse  si arriva poi a rendersi conto che quel periodo "nero", pur nella sua devastazione, ha fatto sorgere anche qualche fiore colorato, ha rafforzato i legami, ha portato a ritrovare la Sua via. E' forse era quello che uno psicoterapeuta intendeva parlando di periodi o situazioni di  sofferenza "buona"  (più che un ossimoro, sembra proprio una bestemmia!)  ovvero di una fatica, una caduta, un peso dal quale si è riusciti a rialzarsi, dandosi lentamente la mano, piccoli e grandi. Riconoscerli, prenderne coscienza, può essere la prima condizione per ripartire, trasformandola in riconoscenza verso Colui che non ci "manda" le prove, ma ci assicura nella sua  Parola di saperle accompagnare.

17/12/2014 13:11 Alessandro
Sperando di non offendere nessuno ed in particolare qualche persona che sta affrontando in doloroso cammino della sofferenza, certamente l’atteggiamento degli atei è quello di considerare incompatibile la sofferenza con la bontà di Dio. Possibile che un Dio buono conceda questo alle sue creature?
Da cristiani dovremmo forse cercare di spiegare di meno e accompagnare di più. Perché una spiegazione non c’è razionalmente e resta un mistero. Qui condivido il finale delle parole di Lorenzo
Per fede noi crediamo che la sofferenza verrà redenta e che una giustizia (anche quella “ingiusta” e “indesiderabile”) troverà ristoro.
A noi tocca stare vicino alle persone (dire il meno possibile!) non spiegare. Certo può essere poco agli occhi di molti. Ma così ha fatto anche Gesù: guarendo le malattie e le sofferenze ha sempre rimandato ad un oltre.
Addirittura ha spiegato che la malattia non è conseguenza di un peccato ma c’è nel mondo affinché venga manifestata la gloria di Dio. Questa frase può suonare storta…soprattutto a chi vive in pieno questo momento così duro.
Ma credo, non ci siano strade, se non quelle di fare come ha fatto Gesù, sollevando con la nostra prossimità quanto nelle nostre possibilità, e di riportare a Lui il grido del mondo.
Credo che la condivisione valga molto di più di una spiegazione, anche per un ateo.



17/12/2014 12:21 Yolanda
" gli atei quando ci indicano-io dico provvidenzialmente- l'assurdità, l'ingiustizia e lo scandalo della sofferenza che sembra essere incompatibile con l'esistenza stessa di Dio."
Come hai ragione Lorenzo. E' il mistero del dolore innocente , del male , sotto ogni sua forma assurdo, e incompatibile con l'idea stessa di Dio. Come accettare l'olocausto o lo sterminio dei bambini nella scuola in Pakistan? Eppure essi erano sue creature. Come le loro famiglie. Come i loro sterminatori.
Non sapevo che erano così tante le tue settimane sante. Ma non ci sono solo i lati negativi in esse. Pur velate di dolore ci sono anche le gioie e la vita nelle sue sfaccettature positive. Se no non si spiega neppure il tuo bel sorriso, le tue risate il tuo sguardo. Quanto al numero delle settimane conosco molte famiglie in cui il destino, il caso, ha disseminato un dolore senza fine con un figlio disabile grave, a cui si sommano spessissimo scelte sbagliate, solitudini disperanti e spesso sono famiglie distrutte in un vortice perverso che sembra inarrestabile. Aggrapparsi a Gesù ,per chi ci crede, è importante. E si vede la differenza quando questo credere manca.



16/12/2014 10:58 Lorenzo Cuffini
Alla luce delle settimane trascorse?
Bè,dipende dal numero delle settimane: se sono due, dieci, venti,è un conto. Se sono cento, o magari 1248 ( tante ce ne sono in ventiquattro anni)o magari se sono TUTTE le sante settimane, che sono altrettante settimane sante, che ti toccano fino alla fine dei tuoi giorni...
la prospettiva cambia un tantino.
Ci sono INTERE VITE di sofferenza, e non solo periodi neri.
E sono una quantità di casi, assolutamente superiore a quelli che noi solitamente immaginiamo.Sofferenza "buona"? Attenzione a non fare , in ottima fede, della retorica sula pelle degli altri.
E abbiamo il coraggio di dire sempre chiaro e forte che la Sua via può non c'entrare un tubo,ma proprio un tubo, con tutto questo schifo.Che non è per il bene di nessuno, ma proprio di nessuno, che queste cose accadono.Cha hanno ragionissima gli atei quando ci indicano-io dico provvidenzialmente- l'assurdità, l'ingiustizia e lo scandalo della sofferenza che sembra essere incompatibile con l'esistenza stessa di Dio. A questo bisognerebbe educare i nostri ragazzi, che si abituino da subito al mistero e alla casualità crudele della sofferenza, senza cercare di dare spiegazioncine e spiegazioncione.
Limitarci a indicare solo e sempre Gesù nell'orto e Gesù in croce:
spezzato, fallito, piagato e abbandonato da tutti, e braccato dalla sensazione reale dell'abbandono del Padre, come tutti noi.Gesù, che è Dio.
Arrivano punti, momenti, anni, vite intere, in cui la Parola stessa se ne diventa parola come tutte le altre.Hai voglia a pazientare.Non è questione di tempi, ma di sostanza. La fortuna colossale è che abbiamo una persona, anzi la Persona, quella di un fratello e di un amico , che ci comprende , Lui sì, che sa, Lui si, che NON spiega: Lui no.
Aggrappiamoci a Lui e basta: senza voler trovare per forza del sensato e del buono, dove non ci possono essere.



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Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista. È direttore del settimanale diocesano Vita Trentina e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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